Fabrizio Carcano.
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L'ERBA CATTIVA.
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2011. Ugo Mursia Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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A pochi giorni dall'Expo arriva in Questura una busta con tre foto indirizzata al commissario Bruno Ardig: nella prima dei bambini in un giorno lontano nel tempo, nella seconda la riproduzione di un'immagine enigmatica tratta da un misterioso volume rinascimentale e nella terza l'orrore...
In una Milano blindatissima, attraversata da tensioni e attese per l'apertura dell'Expo, vengono trovati i cadaveri di un uomo e di una donna che sembrano non aver niente in comune, a parte il fatto che lavoravano entrambi per la grande kermesse internazionale. Mentre la citt cerca un trampolino per lanciarsi nel futuro, tra minacce terroristiche, tensioni sociali, movimenti antagonisti, Ardig, insieme all'amico cronista Federico Malerba,  costretto a entrare nella testa di un sanguinario assassino e ad affondare tra le ombre del passato seguendo gli indizi nascosti nelle immagini di un antico libro che una mente criminale ha trasformato in annunci di morte. L'origine del male, la radice che genera l'erba pi cattiva,  l.
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L'AUTORE.
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FABRIZIO CARCANO (Milano, 1973)  giornalista professionista, scrive per Il Giorno, Superbasket, Bergamo&Sport e Affari Italiani.
 uno dei giallisti pi apprezzati dal pubblico milanese e lombardo nell'ultimo decennio. Il cacciatore di Caino  il suo dodicesimo romanzo noir dedicato ai misteri e al fascino di Milano dopo Gli Angeli di Lucifero (2011), La tela dell'eretico (2012), Mala Tempora (2014), L'ultimo grado (2014), L'erba cattiva (2015), Una brutta storia (2016), Il Mostro di Milano (2017). In nome del male (2018). Il codice di Giuda (2018), Milano Assassina (2019) e Nemesi Nera (2019), tutti pubblicati con Mursia.
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L'ERBA CATTIVA.
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Dedica.
Ad ognuno dei miei lettori, anche se molti non li conosco: grazie ad ognuno di voi per la vostra attenzione e il vostro interesse verso i miei romanzi!
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PROLOGO. Milano, estate 1980.
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Il silenzio di quell'umida domenica di mezza estate era squarciato dal suono delle sirene che urlavano per chiedere precedenza assoluta nel traffico.
Faceva caldo, da sudare, da sentire la maglietta appiccicarsi alla pelle.
Eppure fino a poco prima era venuto gi il finimondo, con tuoni e fulmini che parevano annunciare l'apocalisse.
E invece un acquazzone come tanti, giusto per lavare la testa della citt e lasciarla pi sudata di prima.
In quel pomeriggio dal cielo scuro e dalla temperatura alle stelle la Giulia dell'Arma correva inutilmente veloce, con i lampeggianti che ondeggiavano sopra il tetto dell'abitacolo, sfrecciando da Niguarda in direzione di Greco.
Codice rosso.
Ancora una manciata di curve e svoltarono in una via chiusa al fondo dal muretto che separava la strada dai binari della ferrovia.
Qualche metro prima del muro ecco una villetta a due piani. La classica villetta fiabesca, felice, baciata dalla fortuna e dal sole estivo che brillava fino a qualche ora prima.
Ad accogliere i passanti il sorriso dei sette nani allegramente disseminati tra i pini e le altalene impiantate in giardino, vicino a una siepe di bosso appena potata.
Un roseto rigoglioso dominava il prato verde.
Uno scorcio da favola, l fuori, che faceva a pugni con l'incubo che li attendeva varcata la porta, perch l dentro era appena successo qualcosa di brutto. Di orribile.
I tre carabinieri avevano mollato l'auto, con le portiere spalancate, davanti al cancello e si erano messi a correre, per quel che potevano.
Sudati e ansimanti.
Ma erano arrivati tardi. Troppo tardi.
La scena davanti ai loro occhi era plastica. Statica.
Quasi una tragica scultura. Ma non fredda.
Calda, caldissima. Rovente.
Un ragazzino, poco pi che un bambino, gli occhi verdi che parevano di ghiaccio.
Impassibile. Calmo, come se tutto quanto stava accadendo intorno a lui non lo sfiorasse neppure.
Vicino ai suoi piedi, crollata, con il suo vestitino rosa, c'era una bambina, bionda come la Barbie che giaceva poco lontano da lei.
Attorno un gruppo di persone, in piena crisi isterica, che urlava e piangeva di un dolore disperato.
Erano i genitori e i nonni. Della vittima e dell'assassino.
Avevano corso. Erano arrivati troppo tardi.
Il giovane maresciallo, un uomo tutto di un pezzo, uno che pensava di averne viste gi tante, sbianc e inorrid quando comprese l'accaduto: non si era mai trovato di fronte a nulla di cos orribile.
Poi intercett lo sguardo dei genitori, imploranti.
Stavano per chiedergli il pi umano e terribile dei favori e lui cap che non avrebbe potuto opporsi.
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Milano, febbraio 2015.
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Il freddo, tardivamente, aveva dichiarato guerra a Milano. Aveva atteso, come un nemico paziente, invisibile, che non molla la presa finch proprio non glielo impone il calendario, e proprio quando erano stati scavalcati i tradizionali giorni della Merla si era presentato a esigere il conto.
La temperatura era vicina allo zero e minacciava neve.
Molti erano a letto con l'aspirina pronta sul comodino.
Eppure, nel sito dell'Expo, a tre mesi dall'inaugurazione, il lavoro procedeva a pieno regime, di giorno e pure di notte, per recuperare i ritardi accumulati, con i riflettori dei gruppi elettrogeni accesi e fumanti per la condensa che formavano.
Operai e saldatori stavano facendo crescere, centimetro dopo centimetro, i padiglioni espositivi, veri e propri edifici, montabili e smontabili grazie all'ingegno e alla forza della mente umana.
Qualcuno era pi avanzato, molti altri in ritardo, altri ancora erano solo un progetto sui disegni degli architetti e forse non sarebbero mai stati del tutto pronti per la fatidica data del 1 maggio.
Intanto cresceva anche il contorno e presto sarebbe arrivato il momento di abbellire quell'enorme cantiere a cielo aperto con piante e fiori, appena il clima lo avesse consentito.
Il direttore dei lavori, affiancato dalla responsabile per la piantumazione, si era infilato dentro una delle serre termiche allestite appositamente, dove stava osservando la squadra di giardinieri al lavoro per innestare i vasi con le piante di olivo che avrebbero circondato l'area dedicata ai padiglioni dei Paesi mediterranei.
Ulivi siciliani, pugliesi, toscani.
Piante abituate a nutrirsi di sole e inadatte al gelo di quei giorni di fine inverno.
Le avrebbero lasciate poltrire in letargo, nel tepore artificiale di quella serra, almeno fino ad aprile.
Fuori, intanto, potevano iniziare a innestare gli ultimi ulivi acquistati. Ulivi lombardi.
Arrivavano da Montisola, la piccola isola al centro dell'altrettanto piccolo lago di Iseo, arbusti in grado di attecchire anche a temperature rigide.
A innestarli diversi uomini in tenuta da giardiniere, osservati dalla solita pletora di curiosi e nullafacenti.
Lavoravano al freddo di quel tardo pomeriggio invernale, emettendo sbuffi che salivano in cielo sotto forma di condensa.
Un anziano fotografo, Adriano Ballabio, pensionato a tempo pieno, e collaboratore di qualche agenzia fotografica a tempo perso, cominci a immortalare la loro fatica, avvicinandosi per avere una migliore visuale della delicata opera di innesto.
Sembravano immuni al freddo quegli uomini.
Lui, il Ballabio, invece il freddo lo sentiva, anche per via dell'et avanzata.
Una volta sarebbe rimasto l fuori senza problemi, ma adesso...
Per cui rientr nella serra, beccandosi addosso uno sbalzo termico di almeno 25 gradi.
Voleva fare qualche scatto alle operazioni che avvenivano "indoor", di travaso delle piante.
Pochi secondi e inizi a sudare, sfil il maglione rimboccandosi le maniche della camicia di jeans oltre i gomiti.
Riprese a sparare una raffica di clic con la sua vecchia Canon.
Poi si sofferm in particolare su un giardiniere.
Un bel tipo, uno cos avrebbe dovuto fare il cinema: brizzolato, gli occhi verdi, uno alla "Paul Newman".
Lo colp, aveva qualcosa di...
L'altro sorrise all'obiettivo e ricambi lo sguardo amichevole, fissando la figura del fotografo.
Il corpo esile eppure ancora scattante, nonostante l'et, e quegli avambracci rugosi messi a nudo.
L'istante successivo il sorriso era sparito e sul volto impietrito era comparsa un'espressione di incredulit.
Il fotografo percep l'inspiegabile cambio di umore del giardiniere, forse seccato da quella attenzione eccessiva, e spost l'obiettivo verso un altro soggetto, seguito dallo sguardo penetrante dell'uomo.
Stava trafficando con lo scatto quando gli venne incontro uno dell'ufficio stampa, uno vicino alla sessantina che conosceva da una vita e di cui non ricordava mai il nome.
"Toh, il vecchio Ballabio. Sempre in pista, eh?"
Stretta di mano cordiale e pacca sulla spalla, con il solito "come stai" e "cosa combini di bello" a seguire.
"Sempre in trincea, finch la salute tiene."
"Va l... Tu sei un ironman, uno di quelli che non invecchiano mai, lo bland l'altro, con una punta di ironia.
Ballabio masticava l'inglese con la stessa facilit con cui la sua protesi dentaria addentava una noce, eppure il significato di "ironman" lo conosceva anche lui.
Avrebbe voluto rispondere per le rime a quel "pirletta", con pancetta e pelata, di arrivarci a quasi 80 anni in forma come lui... eppure evit.
Non poteva permetterselo.
Un pensionato  un soggetto debole, uno che  costretto a dipendere dagli altri, da quelli che sono ancora in pista e dettano le regole, anche se sono dei pirla.
E poi l'et degli scontri e degli scazzi, per il Ballabio, era passata da un pezzo.
Come si dice, si nasce incendiari e si muore pompieri.
Per cui abbozz, ironizzando anche lui.
"Veramente sono tutto un acciacco, comunque come diceva qualcuno... tiremm innanz, no?"
L'altro annu, distrattamente, poi riprese.
"Piuttosto le sistemi ancora le vecchie macchine fotografiche? No, perch devo fare un regalo di pregio a quel rompiballe di mio cognato e allora pensavo a qualcosa di speciale."
Gli occhi di Ballabio si illuminarono di orgoglio.
Vecchio s, ma ancora in gamba nel suo mestiere.
"Se vuoi ho appena sistemato una Omega che  un gioiellino."
L'addetto stampa ci pens un istante.
"E quanto costa?"
"Dipende dal tipo del negozio, digli che ti mando io e vedrai che ti fanno un buon prezzo, per 400 euro te la porti a casa", lo rassicur Ballabio.
"Mica pochi. Bah... ci penso, sempre in quel negozietto vicino alla stazione di Lambrate, vero?"
"Certo."
"Grazie, ci vediamo."
Altra stretta di mano e l'addetto stampa vir verso altre persone.
Paul Newman, distante qualche metro, non si era perso una parola.
E soprattutto non si era perso di vista il vecchio fotografo.
E non lo avrebbe pi perso di vista.
Si spost di qualche metro per infilare altra terra nel vaso.
Il tempo di recuperare il sacco e Ballabio era scomparso dal suo raggio visivo.
Un'ondata di calore gli risal lungo il corpo, accerchiandogli la testa.
Si sforz di restare impassibile, poi trov una scusa, si sganci e usc in fretta dalla serra.
Eccolo Ballabio, stava dirigendosi verso l'uscita con un altro tizio, uno con gli occhiali, uno che ogni tanto bazzicava il sito espositivo.
Doveva essere un giornalista.
Allung il passo e gli piomb alle spalle, meno di due metri.
Parlavano di polli e di cascine.
"Allora le foto ti vanno bene?", domand Ballabio.
"Sono perfette, girato gi tutto all'editore", rispose l'altro.
Prima di aggiungere: "Dai che ti elargisco uno strappo con la macchina, cos non devi sciropparti tutte quelle fermate della metro".
Ballabio ringrazi.
Paul Newman bestemmi nella sua mente.
Poi si stamp bene in testa quell'unica informazione captata.
Un negozietto di macchine fotografiche a Lambrate.
Anzi nella zona della stazione di Lambrate.
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1.
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Quella domenica non passava mai.
Eppure il lavoro non mancava, anzi.
Stavano correndo come matti. Tutti, nessuno escluso.
Diciotto giorni all'apertura al pubblico del sito espositivo dell'Expo 2015.
Una corsa contro i troppi ritardi, contro il tempo che non si fermava ad aspettare chi restava indietro, contro la logica, contro il buon senso che gridava tutta la sua rabbia al cielo.
Tuttavia Oksana Spirova aveva la testa da tutt'altra parte, da qualche giorno.
A 43 anni, nel mezzo del cammin della sua vita, sentiva dantescamente di aver smarrito la retta via.
Non sapeva pi chi era, cosa faceva, cosa voleva, dove stava andando. Le sue certezze esistenziali erano crollate in una sola pazza notte bevuta tutta di un fiato. Una sbornia di vita che adesso pagava con un cronico mal di testa.
Oksana pensava di essere solida, rigida, indistruttibile, come quel blocco sovietico in cui era cresciuta e che aveva visto andare in frantumi in pochissimi mesi.
Troppo in fretta per rendersene conto davvero.
In qualche modo stava succedendo ora anche a lei, che pure ne aveva viste tante, passate tante e subite tante, in vita sua.
E la vita credeva di saperla controllare, come una bestia ribelle ma domata da tempo.
E invece no. Ecco la sbandata improvvisa.
Anche questa troppo in fretta per rendersene conto per davvero.
Con la testa zavorrata di pensieri Oksana si obblig a concentrarsi sul dovere professionale, spostandosi verso la rotonda dove stavano impiantando gli ulivi.
Doveva controllare il lavoro. E, gi che c'era, voleva vederlo. Perch fantasticare non le bastava pi...
Lui era l, in maglietta e pantaloni larghi, quelli con le tasche laterali dove infilava gli attrezzi.
Chino, le mani nella terra.
Sporco e sudato.
Bello, bellissimo.
Un angelo caduto dal cielo.
Gli occhi verdi, quei capelli ribelli, argentati con infiltrazioni dorate.
Parlava poco e sorrideva tanto. Proprio il suo tipo.
Le ricordava gli uomini che aveva desiderato da giovane, quelli su cui fantasticava, prima che gli anni e la realt prendessero il sopravvento.
Lui si gir e le sorrise, lei ricambi. E per un istante le nubi nere nel suo cervello furono squarciate da un improvviso raggio di sole. E da una vampata di calore.
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Milano, luned 13 aprile 2015.
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Angeli e santi stavano fissando quella figura incappucciata, appena entrata, che percorreva la navata laterale.
Silenziosi, dall'alto delle volte, non la perdevano di vista.
Anche la Madonna fissava in tralice il nuovo venuto.
E pure il bimbo.
L'altro, da sotto il cappuccio, ricambi lo sguardo, sorridendo.
Loro no, Madonna, angeli e santi non sorridevano, mai, sempre con la stessa espressione soave e sofferta, da cinque secoli o gi di l.
Attese un po', stiracchiandosi sulla panca.
Quindi si decise.
Il loculo del confessionale sulla destra era libero, il prete
attendeva dietro la tendina, dopo aver lavato le anime candide di un paio di anziane.
Come se quelle beghine avessero davvero qualcosa di malvagio da cui farsi mondare.
Ora era il suo turno e nemmeno tutto lo sbiancante del mondo avrebbe ripulito la sua animaccia nera dai suoi peccati ancora pi neri.
Per alcuni erano peccati, da confessare, altri no.
S'inginocchi, abbass il cappuccio e sent lo spioncino che scorreva cigolando.
Dietro la grata metallica gli occhi del sacerdote scrutavano imperturbabili la persona che si preparava a lordarsi delle sue colpe.
Il prete aveva lo stesso sguardo fisso degli angeli e dei santi che avevano intorno.
Per era meno soave, meno sofferto.
Prima di parlare incroci quello sguardo gelido e per un attimo trattenne il respiro.
Poi si fece coraggio.
"Avanti, parla pure liberamente, apri il tuo cuore", fu l'esortazione del religioso.
Una bella voce, profonda, baritonale, da vero sacerdote.
"Padre... ho peccato, ho molto peccato."
"Tutti noi cadiamo vittime del peccato, ogni giorno. L'importante  comprenderlo e pentirsene. E tu questo lo hai gi fatto,  un bene. Avanti, dimmi, quali sono le tue colpe", continu, pacato, il sacerdote.
Un sorriso cattivo si illumin dietro la grata.
Due malvagi occhi verdi brillarono nel buio.
"Ho infranto due comandamenti. Ma dovevo farlo, era quello che sentivo in testa, me lo dicevano le voci..."
Avvert che lo sguardo del sacerdote era cambiato, diventando pi umano e meno comprensivo, diverso da quello dei santi affrescati.
" stato soltanto un pensiero? Una tentazione? Oppure..."
"No, li ho proprio violati."
"Ti ascolto", sussurr il prete, con una voce che ora vibrava di impazienza. E di paura.
"Padre... ho rubato, ma non volevo. Non volevo...  capitato, non mi ero neppure accorto."
"E ti sei pentito per questo?"
"Oh, s."
"E hai pensato di riportare quanto rubato ai loro proprietari."
Occhi di ghiaccio scosse la testa.
"Non posso pi farlo, loro non ci sono pi. Padre... ho infranto anche un altro comandamento..."
Dell'espressione dei santi e degli angeli ora il prete non aveva pi nulla.
Rimase impietrito, un istante di troppo.
"Tu... hai ucciso?", bisbigli, tremante, il confessore.
"E uccider ancora... lo so... le voci me lo chiedono..."
Il cappuccio era gi calato, spegnendo la luce magnetica di quegli occhi verdi, poi un leggero cigolio prodotto dal legno umido dell'inginocchiatoio annunci che la confessione era finita. Interrotta a met.
Senza attendere la liberazione dai peccati, la penitenza e la successiva benedizione.
Il sacerdote tentenn, indeciso, e pavido, anteponendo la paura alla curiosit, poi, soltanto quando sent quei passi ormai lontani, spalanc la tendina.
Gli occhi verdi non brillavano pi e il buio regnava.
L'ombra dell'incappucciato, intanto, scompariva dietro la porta d'ingresso.
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Le sette del mattino ancora lontane qualche giro di lancetta, l'aria decisamente fresca e umida.
Aveva tuonato a lungo, prima che si aprissero le cataratte dal cielo. Poi basta, il silenzio. E adesso il caldo. E l'umido.
Fabio Bottani, informatico con le spalle cadenti e la pancetta crescente, dal giorno precedente si era imposto venti minuti di corsa sulla ciclabile del Naviglio per cominciare a rimettersi in forma in vista della bella stagione.
Venti minuti per iniziare, con l'obiettivo di arrivare almeno a un'ora nel giro di un mese.
Le gambe dure e le articolazioni dolenti: la corsetta del giorno prima si faceva ancora sentire. Eccome.
E poi c'era pure il carico da novanta messo dalla sveglia alle 6,30.
Lo attendeva un'impresa. Caratteriale pi che agonistica.
Part da piazza De Marchi con un'andatura pesante e goffa, quasi barcollante, ogni passo che faceva era un K2 da scalare e rendeva pi complicato quello successivo.
Dopo poche centinaia di metri era gi un bagno di sudore e rimpiangeva la morbida comodit del lettone prematuramente abbandonato.
Eppure si ripeteva che non doveva mollare.
La testa lo diceva, ma le gambe non ascoltavano.
Prov ad accelerare, oltrepassando i suoi limiti fisici.
La testa sprigion un ronzio inquietante.
Intu che stava per crollare.
Pochi passi e si ferm ad ansimare, con la cassa toracica che pareva il mantice di un camino, manco fosse reduce da una lunga apnea.
Davanti a lui un ponte, quello di Greco.
Cazzo, di strada ne aveva fatta poca.
Scosse la testa pensando a quanta ne doveva ancora fare.
E in quel momento lo vide.
Un impermeabile sopra un corpo.
Senza riflettere scatt, ignorando dolori muscolari e fatica.
Un uomo anziano riverso nell'erba. Gli occhi sbarrati.
Quello era gi andato all'altro mondo, dove sarebbe finito pure lui se avesse corso ancora qualche metro.
Tir fuori dalla tasca della tuta il cellulare e compose il fatidico 118.
L'equipaggio dell'ambulanza medicalizzata del 118, allertato dal runner che stava ancora rifiatando sulla pista ciclabile del Naviglio Martesana, era giunto con tempestivit, in meno di una decina di minuti, bruciando semafori con sirene che urlavano precedenza assoluta.
Codice rosso.
Una corsa inutile.
Il vecchio cominciava a indurirsi come uno stoccafisso.
Il giovane medico responsabile dell'quipe sanitaria non aveva potuto fare altro che costatarne l'avvenuto decesso.
Avvenuto da diverse ore.
Rimase stupito osservando quel corpo: un anziano stroncato da un infarto. E fin qui nulla di eccezionale.
Lo avevano rinvenuto intorno alle sette.
Eppure era morto da quattro o cinque ore.
Evidentemente era stato colto da un malore mentre faceva una passeggiata notturna.
Un'assurda passeggiata sotto un diluvio torrenziale in una notte di tempesta.
Non poteva fare nulla per lui.
Prima di farlo coprire con il telo termico lo studi qualche secondo: un bell'impermeabile grigio, ovviamente sozzato dalla pioggia, un pullover, un orologio al polso.
Non un barbone di sicuro.
Al posto di Polizia dell'ospedale Niguarda avrebbero provveduto a identificarlo e ad avvisare eventuali parenti.
Quell'incombenza non toccava a lui.
Il piantone buss delicatamente.
Quasi non volesse rovinare il legno tarlato della porta.
Poi si affacci senza attendere il canonico "avanti".
Il vicequestore aggiunto Bruno Ardig, responsabile della distaccata sezione Omicidi della squadra Mobile di Milano, stava compilando un mare di scartoffie burocratiche.
Permessi, richieste, adempimenti, rimborsi.
A due settimane dall'inizio dell'Expo a Milano regnava un clima di crescente tensione, abilmente mascherata in un'irreale calma apparente.
Pochi giorni prima, un folle, un truffatore strapieno di debiti mascherato da elegante imprenditore, era riuscito a entrare a Palazzo di Giustizia armato e, durante un'udienza fallimentare, aveva fatto fuoco uccidendo sul colpo un giudice e un giovane avvocato, colpevoli solo di fare il loro dovere, e un coimputato.
Una strage terrificante, una ferita per la citt di Milano che sanguinava ancora.
Per questo, adesso, alla vigilia dell'Expo, l'isterismo era alle stelle. E il messaggio da far passare era che tutto era sotto controllo.
Peccato che il fuoco covasse sotto la cenere.
Da una parte antagonisti, disobbedienti, no global, no tav, no canal, no expo e tutte le pi disparate sigle dell'universo anarchico che si stavano organizzando, in rete, per rovinare la festa ai pi potenti del globo, con manifestazioni che avrebbero dovuto fare da incubatore per disordini e tumulti di piazza.
Problemi della Digos, questi, non della Omicidi.
Dall'altra il timore costante del terrorismo jihadista islamico che appena tre mesi prima aveva insanguinato Parigi: troppo ghiotta la vetrina mediatica planetaria offerta dall'Expo per non illudersi che qualcuno stesse progettando un gesto eclatante.
Problemi dell'intelligence, questi, mica della Omicidi.
E poi, come se non bastasse, c'era pure la polveriera etnica di via Padova e viale Monza.
E questo s che era un problema della Omicidi, perch il cerino che rischiava di dare fuoco alle polveri erano due brutti ceffi, pregiudicati e malavitosi, passati a miglior vita senza alcun vero rimpianto per la collettivit: un pusher marocchino, accoltellato in viale Monza due settimane prima, e un sudamericano con precedenti per ogni tipo di violenza urbana, trovato con la testa fracassata nel parcheggio di un supermarket in via Padova pochi giorni dopo.
Continenti diversi, etnie diverse, diverse anche le vie, ma stesso quartiere e stesso mestiere.
Due delitti collegati nell'ambito di una faida per lo spaccio: il sudamericano aveva accoltellato il marocchino, ma nella comunit di quest'ultimo si pensava che l'esecutore del delitto avesse un complice che doveva ancora pagarla, intanto i "latinos", per un'assurda propriet transitiva applicata al codice criminale, meditavano vendetta per il loro uomo ammazzato, ergo il rischio di una guerra tra bande nella "casbah" meneghina era concretissimo.
Non che ad Ardig in generale fregasse molto se tra magrebini e latinos fossero volate coltellate e mazzate, anzi...
Fosse dipeso da lui li avrebbe lasciati fare, che si facessero tutti fuori tra di loro, ci mancherebbe...
Peccato che l'istituzione che rappresentava era preposta
a garantire l'ordine pubblico e lui quello doveva fare, garantirlo, con indagini e arresti.
E a pochi giorni dall'Expo tutto poteva accadere fuorch lasciar cadere il famoso cerino nella polveriera etnica.
Ecco la fotografia di Milano a quindici giorni dall'Expo.
Una citt in stato di assedio, tanto che l'esercito aveva distaccato 1000 militari per tutta la durata dell'esposizione. Tuttavia quello che maggiormente colpiva era l'esibizione muscolare di tutti i dispositivi di sicurezza, con agenti in divisa a ogni angolo, quasi 2000 telecamere sempre in funzione, illuminazione notturna potenziata e numeri verdi che spuntavano come funghi per consentire ai cittadini o ai visitatori di segnalare eventuali pericoli o minacce.
Una rappresentazione di forza di valenza mediatica, per dimostrare che tutto era pronto per rendere ancora pi sicura la citt che per i prossimi sei mesi sarebbe stata l'ombelico del mondo.
Altro che pistole introdotte in Tribunale beffando i metal detector...
Cose di altri tempi, anche se era passata una sola settimana: adesso Milano era pi blindata di Gerusalemme durante l'Intifada.
Questo il "mantra" che ripetevano dal Viminale facendolo rimbalzare in Prefettura.
E qualcuno ci credeva pure.
Del resto sarebbero venuti tutti sotto la Madonnina: presidenti e regnanti da ogni angolo del globo, i "pi" potenti tra i potenti.
E poi via via a scendere nella scala gerarchica planetaria dopo i primi sarebbero arrivati anche quelli meno potenti e poi quelli sempre meno potenti, fino agli ultimi: curiosi, operatori, lavoratori, esperti, semplici appassionati e turisti.
Qualcuno ne profetizzava venti milioni in sei mesi, altri poco pi della met.
In ogni caso, numeri alla mano, una media di centomila persone in pi in giro per Milano in ognuno di quei dannati 180 giorni dell'esposizione universale.
Un d-day lungo sei mesi.
Ma il d-day, quello vero, era quello previsto per il 1 maggio, il giorno dell'inaugurazione, per cui la citt era gi blindata.
Tutti coinvolti, dall'ultimo vigile urbano al Prefetto, nessuno escluso, nemmeno la squadra Omicidi, anche se il lavoro gi non mancava.
E non sarebbe mancato perch sicuramente qualche altro morto sarebbe arrivato, magari qualche accoltellato dopo una serata alcolica.
Con tutti quei visitatori qualche rissa, tipo sui Navigli, ci sarebbe scappata di sicuro.
Era soltanto questione di giorni.
Allontanando il "mare magnum" di pensieri e preoccupazioni, almeno per un istante, il commissario sollev la testa dalle scartoffie, giusto il tempo di indicare al piantone, con lo sguardo, dove appoggiare la corrispondenza.
Tanto per cambiare le solite mille rotture di scatole burocratiche, sigillate e francobollate.
Come se non ne avesse gi abbastanza di rotture.
In mezzo una busta gialla, rettangolare, di quelle utilizzate per spedire una documentazione voluminosa.
Si stup. Il destinatario era in maiuscolo: RESPONSABILE SEZIONE OMICIDI QUESTURA MILANO.
L'indirizzo, in corsivo, era quello della Questura in via Fatebenefratelli.
Tutto scritto a macchina. Il mittente era assente.
E aveva sbagliato indirizzo: da via Fatebenefratelli la sezione Omicidi aveva traslocato da diversi anni al distaccato commissariato di piazza San Sepolcro.
Tuttavia questa era un'informazione riservata agli addetti ai lavori, non ai comuni cittadini.
Del resto i comuni cittadini mica scrivono lettere alla sezione Omicidi...
Si stup, per, di come quella busta fosse pervenuta fino al suo tavolo. E per un istante tentenn.
Per esperienza professionale sapeva che ogni missiva o plico recapitato alla Questura veniva passato al setaccio da un apposito metal detector in grado di scannerizzarne il contenuto come una radiografia ossea.
Ergo non rischiava di farsi saltare un dito aprendola o di trovarci dentro qualche polverina urticante o tossica.
Eppure era quello che pensavano anche in Tribunale. Nessuno pu entrare armato, ci sono i metal detector...
Un brutto presentimento lo aggred, con il solito brivido bastardo che scatt dalla zona lombare, risalendo gelido dalla colonna vertebrale fino al collo.
Decise di non rischiare e richiam il piantone per un mero scrupolo: tutto ok, la busta era stata esaminata e non conteneva materiale esplosivo o polveroso.
La sollev, soppesandola e tastandola.
All'interno qualcosa di duro, ma non spesso.
Un volantino o un cartoncino.
Afferr il fermacarte e recise il lembo con cautela, prima di rovesciarne il contenuto.
Un istante dopo tre foto, di plastica, rigide, rimbalzarono sulla sua scrivania ruotando, un paio di volte, prima di planare, le prime due con il dorso e la terza per dritto.
Part da quest'ultima.
Una foto ingiallita e ingrigita dal tempo, una plastica ruvida che pareva pi carta: era una foto estiva di tre bambini, lontani, minuscoli e sfocatissimi, tutti in pantaloncini e canottiere, davanti a una costruzione bassa, una casupola rurale, in una zona di campagna con animali da cortile intorno.
Senza pensarci Ardig sollev la seconda foto, girandola.
Stavolta era di plastica dura, a colori, pi moderna, anche se il soggetto era in bianco e nero.
Pareva una carta dei tarocchi, pur non avendo numeri o sigle a contrassegnarla.
Anzi, no, era la foto di un dipinto o di una stampa, che ritraeva un angelo alato in piedi su una ruota e una donna, forse una dea, con una corona in testa, una coppa nella mano destra e il ramo di una pianta in quella sinistra (vedi pagina accanto).
Che cazzo di scherzo era?
Oppure non era uno scherzo.
Ribalt l'ultima foto. Pure quella di plastica dura.
No. Non era uno scherzo.
E inorrid.
...
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...
Stavolta i colori c'erano.
Erano i colori della morte.
Un uomo in un lago di sangue.
Un uomo anziano. Ucciso. Sgozzato.
Morto ammazzato, nel peggiore dei modi possibili.
La esamin con attenzione.
Un bel vecchio, la barba folta e curata, alla Scalfari, alla Cofferati, intrisa di sangue.
Per qualche istante rimase perplesso.
Indeciso su cosa fare.
Era cos assorto che non sent neppure bussare alla porta, da cui spunt Pinton.
Il viceispettore trevigiano attese un suo cenno.
Ardig immagin qualche brutta notizia.
"Un altro morto in via Padova?"
"No - scosse la testa il vice - abbiamo un altro morto ma  successo a Greco, comunque non dovrebbe competerci."
"Come sarebbe?", domand il commissario, gi spazientito da quel centellinare le informazioni.
"Lo hanno portato a Niguarda,  un anziano..."
Un altro brivido freddo aggred Ardig.
Nella mente un solo pensiero: un anziano!
Un anziano sgozzato?
"...potrebbe solo trattarsi di un barbone morto per il freddo, dovrebbe essere stato un infarto."
Il brivido freddo era gi scappato altrove, insieme all'immagine del vecchio sgozzato, e alla tensione adrenalinica vissuta per quell'infinito secondo.
Era soltanto uno morto per un malore.
"Freddo un corno, stanotte al di l del temporale ci saranno stati almeno venti gradi", reag il commissario, con un tono di voce aggressivo e inacidito, che stup il vice.
"S, s...  vero. Comunque - abbozz Pinton - lo hanno prelevato quelli del 118 e il posto di Polizia dell'ospedale ci ha contattato, perci, se sei d'accordo, ci faccio un salto e mi informo."
Ardig annu. Contrariato.
Ci mancava pure un altro anziano stecchito.
Pure, nel senso che l'altro era quello sgozzato chiss dove e chiss quando.
Si conosceva troppo bene per non sapere che non poteva arrovellarsi per tutta la giornata soltanto con domande senza cercare le risposte.
Per cui convoc l'agente Scalise e gli chiese di verificare le denunce di scomparsa, a Milano e poi in tutta la Lombardia, di maschi sopra i sessantacinque anni.
Marco Pinton stava osservando il referto del medico dell'equipaggio del 118 intervenuto sotto il ponte di viale Rimembranze di Greco, dove era stato rinvenuto il corpo senza vita di Lorenzo Bucchioni, che dalla carta d'identit risultava un pensionato, mentre un tesserino rinvenuto nel portafogli raccontava che era un maresciallo dei Carabinieri in congedo.
E infatti due divise dell'Arma erano gi spuntate nei corridoi del Niguarda e lo scrutavano in cagnesco.
Come dire, molla l'osso che lo rosicchiamo noi...
Tecnicamente la competenza investigativa per ogni omicidio che avveniva all'interno del perimetro della citt di Milano era della sezione Omicidi della squadra Mobile della Questura di Milano.
Per il vecchio era un carabiniere e il discorso si complicava parecchio.
Anche se questo Bucchioni era spirato per cause naturali e non c'era un bel niente su cui indagare.
Il referto parlava chiaro: sindrome coronarica acuta.
Seguiva la solita sfilza di tecnicismi.
Pinton sbuff: il morto avrebbe compiuto 80 anni a settembre.
Non era un caso della Omicidi, che i Carabinieri se lo prendessero pure, contenti loro...
Ardig aveva passato tutto il pomeriggio a guardarsi e riguardarsi quella cazzo di foto.
La faccia di quel vecchio con la gola tagliata non gli diceva nulla.
Chi era? Lo conosceva? Doveva conoscerlo?
No, non credeva.
E dalla ricerca condotta da Scalise sapeva che non c'era nessuna denuncia per un anziano scomparso.
L'unico, un lodigiano di settantasei anni, di cui avevano le canoniche foto fornite dalla famiglia, non somigliava per niente a quello ucciso.
Per un istante si domand se fosse soltanto uno scherzo di qualche mitomane.
Perch no? Un abile montaggio realizzato con fotoshop.
Eppure l'istinto gli suggeriva il contrario.
L'unica parziale consolazione era arrivata dal resoconto di Pinton, da poco rientrato da Niguarda: il vecchio trovato stecchito a Greco, sulla ciclabile del Naviglio, aveva lasciato questo mondo terreno per cause naturali.
A quasi 80 anni stroncato da un infarto. Amen.
Almeno lui non reclamava giustizia a due settimane dall'Expo...
Alla libreria Lirus di via Vitruvio, una delle librerie storiche di Milano, quattro ampie e luminose vetrine affacciate sulla grande strada che immette nell'enorme piazzale della Stazione Centrale, stava andando in scena la presentazione di alcuni libri incentrati sulla storia e la tradizione agricola lombarda.
Per la precisione cinque libri. E cinque infatti erano gli sgabelli riservati agli scrittori, oltre a quello del moderatore.
Davanti a loro, nella saletta riservata alle presentazioni, sedevano una cinquantina di persone, eppure una sedia restava vuota.
Era riservata al fotografo di uno di quei saggi, dal titolo quanto meno curioso: Storie di nostri polli, seguito da un catenaccio eloquente, Viaggio nelle vecchie cascine milanesi di una volta.
Uno dei tanti testi che, durante il semestre dell'Expo, sarebbe circolato nei banchi della pi grande fiera espositiva mondiale dell'agroalimentare.
L'autore del romanzo, un giornalista specializzato in agricoltura ed eno-gastronomia, sacrament mentalmente all'indirizzo dell'anziano fotografo: dove diavolo era finito? Possibile che si fosse dimenticato della presentazione? Accidenti a lui.
Eppure la testa gli funzionava ancora bene a quel vecchio brontolone.
Gett un'occhiata fuori dalle vetrine sperando di vederlo comparire in extremis.
Niente. Nessuno ciondolava sui marciapiedi di una Milano che, con l'imbrunire, si stava preparando a mettere le zampe sotto un tavolo dopo un'altra dura giornata di lavoro.
Il sole stava calando anche a Roma.
La sagoma del Cupolone era abbracciata dall'ultima luce della giornata che le regalava una tonalit quasi smeraldina.
Il tenente Marco Fontana non si stancava mai di riempirsi lo sguardo di quel panorama incantato.
E immutabile.
Eccola la grande bellezza della citt eterna che aveva contagiato anche lui.
Milanese doc, piombato qualche anno prima nell'Urbe per lavoro, e per necessit esistenziale, si era calato alla perfezione nella nuova vita capitolina.
Tre anni romani volati via, quasi senza accorgersene.
Stava passeggiando sugli argini del Tevere, tra barboni
domiciliati in scatoloni sotto i ponti, e runner con auricolari infilati nei timpani, quando avvert lo squillare del cellulare a interrompere l'idillio di quel momento di relax.
Senza arrestare la camminata occhieggi al display.
Un numero fisso. Uno 02. Il prefisso della sua Milano.
Il primo pensiero corse verso Sabrina, la sua ex moglie.
Anzi, ancora sua moglie, stando al diritto civile.
Soltanto per pochi giorni ancora.
L'appuntamento con l'avvocato era fissato per gioved.
Meno di tre giorni e avrebbero avviato le pratiche legali per andarsene ciascuno per conto suo.
Per... no, era un numero tronco, un centralino.
E poi Sabrina lo avrebbe chiamato con il cellulare.
Rispose, curioso. E un po' timoroso.
Come se avvertisse che quella telefonata traghettava nell'etere brutte notizie.
Dall'altra parte il centralino del comando regionale dell'Arma dei Carabinieri.
Che stava facendo da ponte con la stazione di Affori.
Affori... bast quel nome per far riaffiorare un pezzo di vita lontanissima.
La prima caserma dove aveva prestato servizio una volta uscito dall'accademia degli ufficiali.
La brutta sensazione si accentu.
Dall'altra parte gracchi un accento lucano-sannita, anche lui riaffiorato dal passato.
"Sono il maresciallo Terranova."
Lo aveva riconosciuto senza bisogno che si presentasse.
Nessun buonasera, nessun come stai.
"Ah, piacere di risentirti, che succede?"
"Porto una brutta notizia."
Si arrest.
"Il vecchio maresciallo Bucchioni  morto, mi spiace."
Brusco, diretto, senza giri larghi.
Da vero carabiniere.
Fontana strinse forte il cellulare.
Voleva bene a quel vecchietto ancora arzillo.
Il suo primo maresciallo, quello che lo aveva accolto al suo arrivo in quella piccola stazione di periferia e lo aveva svezzato, insegnandogli i rudimenti di quello che non  un mestiere, ma qualcosa di molto di pi.
Lo aveva sentito telefonicamente per gli auguri di Pasqua e lo aveva trovato un po' cos, freddo, distratto, come se qualcosa non andasse per il verso giusto.
Aveva problemi cardiaci, magari era quello ad angustiarlo.
Si era ripromesso di passare a trovarlo appena sarebbe tornato a Milano per espletare le pratiche della separazione e invece, a questo punto, avrebbe soltanto potuto portargli i fiori sulla tomba.
" stato un infarto", aggiunse Terranova.
Se lo aspettava, quel cuore malandato gli aveva gi dato tanti problemi, con un altro infarto una decina di anni prima...
Era in cura, prendeva tutte le medicine, faceva moto, mangiava sano.
Evidentemente non basta curarsi bene per riuscire a campare a lungo.
"Quando  successo?"
Terranova attese un istante prima di rispondere.
"Mah... lo hanno trovato stamattina presto, intorno alle sette. Per quello che  strano  che era morto gi da qualche ora. Forse verso le due o le tre di notte."
"Come le due di notte?"
"Eh... cos ha detto il medico", ribad Terranova, come se fosse normale che un 80enne sia in giro alle tre di notte.
"Uhm... quando sono i funerali?"
"Dopo domani, nel pomeriggio. Li stiamo organizzando noi. Se riesci a venire mando qualcuno a prenderti in stazione se hai bisogno."
Fontana si prese qualche secondo per riflettere. E decidere.
Era destino che salisse a Milano per chiudere un altro pezzo della sua vita.
Anche se una separazione da una moglie, che non hai mai amato, non  certo come il funerale di un vecchio amico cui devi molto pi di quello che pensavi fino all'attimo prima di sapere che era scomparso.
"Non serve, dovevo gi venire a Milano e salgo con la mia auto."
"Bene, allora ci vediamo dopo domani."
...
.
...
2.
...
.
...
Per qualche istante di troppo Oksana rimase l imbambolata, a mangiarselo con gli occhi, quasi estasiata.
Incurante degli sguardi degli altri operai.
Come se in quel piccolo mondo cos affollato e rumoroso ci fossero solo loro due.
Unici esseri umani su un atollo deserto.
Si rese conto che era una follia.
Ecco, una follia, anzi una salutare follia: ecco cosa ci voleva per scacciare l'effetto di quell'altra insana follia. E allora si butt, senza rete, raccogliendo tutto il coraggio che nemmeno immaginava di avere.
Peccato che dalla bocca le usc la pi ovvia delle banalit. "Buongiorno. Come procede l'impianto?"
"Bene, bene. Queste piante sono facili da far attecchire. Vedr che sarete soddisfatti."
In quel momento a lei non importava nulla di quegli ulivi e neppure del sito dell'Expo.
Tuttavia annu, ringraziandolo dell'informazione da addetti ai lavori.
In testa un mare di parole pronte a sgorgare.
Invece non riusc a dirgli altro.
Il coraggio era scappato via vigliaccamente.
Nel petto un groviglio di emozioni contrastanti.
Stava camminando intorno a un pozzo scuro dove i suoi pensieri si agitavano confusi.
E aveva paura di precipitare in quel pozzo di cui non vedeva il fondo.
Dove il buio dell'emotivit e dell'istinto cancellava la luce della razionalit che l'aveva accompagnata per tutta la sua vita.
Fino a qualche giorno prima.
...
.
...
Milano, marted 14 aprile 2015.
...
.
...
L'operatore ecologico si era appena issato sulla pensilina posteriore del camion della nettezza urbana, dopo aver lanciato i sacchi, raccolti dal marciapiede, dentro al compattatore.
Le cinque e quaranta di una mattina ancora mischiata alla coda della notte, con il sole che se la prendeva comoda e forse dormiva ancora, illuminando l'altra faccia del mondo.
Anche Milano dormiva ancora. Almeno l, nella periferia nord, a due passi dall'Ospedale Niguarda, illuminato internamente dalle sole luci artificiali delle corsie.
Intorno il nulla.
Tapparelle abbassate, strade deserte, un silenzio infranto soltanto dal rumore del motore affaticato del furgone.
Via Mozambano, una sconosciuta strada di periferia, che scorre parallela a uno dei tanti sopraelevati della ferrovia, con i suoi mattoni scoloriti infiltrati da erbacce rampicanti.
Un classico, i sottopassaggi ferroviari nella zona est di Milano, quella attraversata dai binari che si snodano dal monumentale complesso della Stazione Centrale o dalla secondaria stazione Garibaldi, fino alle estremit metropolitane di Certosa, Lambrate e Rogoredo.
I binari della ferrovia. Il confine, negli anni del boom economico successivo al dopoguerra, tra la citt, la vera Milano, e l'hinterland, quello che allora era la cintura cittadina, che veniva risucchiata dalla nascente metropoli, con cascine e prati che lasciavano il posto all'avanzata inarrestabile del cemento.
L, sulla destra, sotto il vecchio arco del ponte, giaceva un cumulo ingombrante di monnezza, una piccola montagnetta di sacchetti di nylon multicolori.
Sembrava che qualcuno si fosse divertito a metterli uno sopra l'altro.
Il netturbino imprec e salt gi dalla sua postazione posteriore con il camion ancora in movimento.
Avvicinandosi valut meglio il carico che avrebbe dovuto raccogliere.
Almeno una ventina di sacchi, forse di pi.
Alcuni rovinati dalla pioggia torrenziale venuta gi due notti prima, tra la domenica e il luned, e ulteriormente deteriorati dal caldo umido della giornata successiva.
Da solo ci avrebbe impiegato una vita.
Grid al collega alla guida di scendere ad aiutarlo.
"Porco mondo, va che roba...", imprec nuovamente, mentre con i guanti ormai spellati afferr un lembo dei primi sacchi, quelli posizionati pi in alto.
Poi distrattamente arraff anche quelli successivi.
L'alluce smaltato blu scuro che fuoriusciva da un'elegante scarpa decollet spunt dal nulla.
L'urlo che cacci un istante dopo copr anche il rumore del motore e quasi svegli l'intera Milano...
Le sei da poco scoccate. E quando il cellulare del capo della Omicidi si mette a vibrare a un'ora cos ingiusta  solo per annunciare che nelle strade di Milano c' in giro una persona in meno e un assassino in pi.
Il commissario Ardig, sbuffando, si rassegn ad ascoltare la scontata brutta notizia, ad alzarsi prima delle galline e a infilarsi sotto la doccia.
La persona in meno, in questo caso, era una lei.
E il funzionario della sala operativa che lo aveva cacciato dal mondo dei sogni si era anche premurato di anticipargli telefonicamente come campava: con il mestiere pi antico del mondo.
Mezz'ora dopo Ardig, con Frog stretto al guinzaglio, osservava disgustato una scena gi vista altre volte, in altri momenti brutti gi vissuti come quello.
Per un po' di anni, chiss perch, aveva sempre dovuto fronteggiare vittime di sesso rigorosamente maschile.
Poi invece, chiss perch, il vento era cambiato, nella direzione opposta.
Quella ancora peggiore.
Perch uccidere una donna  pi barbaro, pi vigliacco, pi inaccettabile.
Una scarpa elegante di camoscio nero, aperta in punta per far uscire l'alluce, con l'unghia curata e laccata di un blu che pareva quasi un nero, poi, dalla caviglia in su, il telo termico a coprirla dagli sguardi che piovevano indiscreti anche in quei momenti cos odiosi.
Perch, viva o morta che fosse, chiunque, nessuno escluso, tra i necrofori, gli infermieri, gli agenti della Scientifica, i poliziotti e tutto il piccolo "circo Barnum" che gravitava sulla scena di un delitto, un'indegna occhiata, deprecabile quanto umana, la gettava ugualmente.
Specie poi se la donna era belloccia.
E questa belloccia doveva esserlo stata.
Anche parecchio, qualche anno prima.
Il sole nel frattempo si era svegliato e anche Milano si stava svegliando, sollevando le palpebre, le tapparelle, le serrande.
Dall'altro lato della trafficatissima Enrico Fermi, al semaforo, gi si formavano i primi trenini di auto in coda.
Il silenzio dell'alba squarciato da sirene di ambulanze e volanti varie era stato rimpiazzato dai tradizionali rumori della metropoli, che si alza dalla branda per far ripartire la cinghia di un'altra giornata lavorativa: rumori che echeggiavano anche l, in quella strada sperduta e nascosta, come se la vita, quella normale, di chi fa colazione, esce di casa, compra il giornale e va al lavoro, continuasse a scorrere come se non fosse successo nulla, mentre loro erano l, in quell'angolo buio dove aleggiava la morte, dove una vita si era prematuramente fermata per sempre e non sarebbe mai ripartita.
Erano tutti arrivati di corsa, anche se ormai non c'era alcuna fretta, per ammirare un cadavere gi entrato in una prima fase di decomposizione.
Valut che la notizia stava diventando di pubblico dominio.
Troppe persone si erano gi accalcate intorno alla scena criminis: passanti e residenti della zona, seguiti da curiosi a non finire.
Figuriamoci, erano a due passi dal pi grande ospedale cittadino.
E il "monnezzaro", dopo aver vomitato la colazione sull'asfalto ed essersi faticosamente ripreso, aveva gi diffuso "urbi et orbi" i particolari della macabra scoperta, attaccandosi al cellulare fino a quasi a fonderlo con l'orecchio.
Il medico legale, il dottor Ruggero Salerno, sopraggiunse in quel momento.
Un rapido saluto e si chin immediatamente a esaminare il corpo.
Attese un paio di minuti prima di interpellarlo.
Intanto era arrivato anche il pm, uno nuovo, un piemontese approdato da poco in Procura, un quarantenne alto e magrissimo che si portava dietro un cognome da tavola periodica degli elementi, Gerbaudo.
Si narrava arrivasse da un comunello della cintura torinese dal nome vagamente fiabesco, tipo le Zucche di Volvera, che fosse un esperto di reati ambientali e un grande appassionato di maratone.
Il fisico da maratoneta in effetti lo aveva.
Come sempre uno al debutto sulla scena del crimine di un omicidio e infatti cercava di non guardare verso il telo, quasi a esorcizzare la paura infantile che il cadavere potesse rianimarsi e schizzare fuori all'improvviso.
E invece no. Era tutto immobile.
Mortalmente immobile.
Sotto il telo termico c'era un corpo femminile con una testa ancora avvolta in un sacchetto di nylon.
Ecco la risposta alla prima domanda scontata, ovvero come era stata uccisa.
A tutte le altre domande avrebbe potuto rispondere soltanto il successivo esame autoptico.
Come aveva imparato a fare, in anni di esperienza in prima linea, il commissario Ardig si fiss su di lei, mentre veniva gradualmente scoperta.
A cominciare dalla testa, liberandola da quel sacchetto destinato a ospitare ortaggi o scatolame, non la parte pi identificativa di ogni essere umano.
Il telo scorreva, lento, manco fosse uno strip.
Piano piano, centimetro dopo centimetro. Poi uno strattone pi deciso. Ed eccola irrompere in scena.
Addosso un vestito leggero, estivo.
Anche se all'estate mancavano due mesi.
Era una donna gradevole.
Una donna normale, di statura e forme normali, una donna che sicuramente non si trascurava e stava attenta a linea e look.
La esamin cercando di trapassarla con lo sguardo, nemmeno avesse i raggi X, e arrivare fino all'anima, che magari aleggiava ancora dentro quel corpo morto e putrescente.
La interrog come faceva con le altre con cui gli era toccato quel silenzioso faccia a faccia in passato.
Come sei arrivata fin qui? Dove eri ieri sera? Chi hai incontrato? Chi  stato a farti questo?
Niente, nessuna risposta. Continu a osservarla.
Bionda, carnagione chiara. Anzi chiarissima.
Fisico curato, un vestito corto, un braccialetto dorato al polso, scarpe aperte con il tacco alto.
A occhio 40 anni. Magari anche un paio in pi.
Nessuna fede al dito.
Solo un anello all'indice destro, forse una vera.
Dal primo sommario riscontro del coroner era emerso che non indossava biancheria intima.
Ne reggiseno, ne slip. Neppure collant. Strano.
Non era ancora estate e di notte faceva freddino.
Il dottor Salerno si rialz.
Indic le macchie ipostatiche scure sulla parte bassa della schiena, che trapelavano dalla stoffa lacerata dal contatto con l'asfalto.
"Morta da circa 36 ore, per il caldo e l'immondizia hanno accelerato la decomposizione. Il corpo  stato sempre in questa posizione come pu vedere dalle macchie ipostatiche", resocont l'anatomopatologo.
"Nessun segno di ulteriore violenza, almeno apparente", concluse il coroner, sorvolando sulla causa del decesso, evidente a tutti.
Un agente stava controllando la borsetta, rinvenuta vicino a lei, abbandonata in mezzo all'immondizia.
C'erano il portafogli, con soldi e documenti, e pure un mazzo di chiavi, presumibilmente di un'abitazione, e quelle di un'automobile, una Citron.
Il cellulare non si trovava.
Sent la rabbia montargli dentro. E la frustrazione per l'impotenza di un'indagine tutta in salita.
Ma non era solo quello.
La guardava. Anche se aveva la testa altrove.
Quando era vibrato il cellulare, un'ora prima, era sicuro di sentirsi comunicare un'altra notizia.
Il ritrovamento del corpo di un anziano sgozzato.
E invece no. Una donna.
Probabilmente una prostituta, secondo il primissimo riscontro.
Perch l, sotto quel ponte, di notte, brillavano delle lucciole.
Eppure questa non sembrava una che batteva.
Troppo elegante, precisa, pulita.
E infatti i documenti nella borsetta stavano gi raccontando una storia diversa.
Lei era Oksana Spirova, nata a San Pietroburgo nel 1972, cittadina italiana, separata, di professione "libera professionista".
Ma non di quel tipo di "libere professioniste".
Una russa, ecco perch ad aprile andava in giro senza calze come se fosse gi arrivato giugno.
Il resto lo avrebbero scoperto nelle ore successive.
E chiss cosa avrebbero scoperto.
Intanto, dalla borsetta di pelle scura, era spuntato un "pass" per addetti ai lavori con un logo multicolore che ogni milanese aveva imparato a conoscere in ogni suo millimetrico dettaglio: il logo dell'Expo 2015 che si sarebbe inaugurato pochi giorni dopo.
In stampatello, in inchiostro nero, la scritta "ORGANIZZAZIONE".
Un brivido gli corse lungo la schiena, valutando le conseguenze di questa scoperta, a due sole settimane all'apertura dell'esposizione universale.
Tempo un'ora e sarebbe cominciato il delirio.
Lo scoop del ritrovamento del cadavere l'aveva piazzato l'Ansa, quello dell'identificazione del sesso, dell'et e della nazionalit della vittima l'aveva centrato l'edizione online de "Il Giorno", grazie al vecchio segugio di nera Gabriele Moroni, che aveva puntato a colpo sicuro su uno dei necrofori del 118, intervenuti direttamente dal vicino ospedale Niguarda.
Avevano le orecchie lunghe e avevano captato che si trattava di una donna dell'Est, pur senza il dettaglio delle generalit.
Per avevano colto il particolare del tesserino dell'Expo, la vera polpa di quello che altrimenti sarebbe stato uno dei tanti omicidi, o femminicidi, che purtroppo avvengono con deprimente regolarit.
Malerba era arrivato troppo tardi.
La telefonata di Brigante, poco dopo le sette, lo aveva strappato dal sonno catalessico in cui sprofondava abitualmente.
Le tv locali erano state le prime a captare dall'Ansa la notizia del rinvenimento di un cadavere e a inviare le loro troupe.
Poi erano state le altre agenzie a riprendere e far rimbalzare la notizia che campeggiava in apertura sui quotidiani online.
Il vecchio vicedirettore lo aveva scaraventato gi dal letto intimandogli di precipitarsi nella sperduta via Mozambano.
Aveva saltato la colazione, si era fatto via Meravigli quasi di corsa, da l Cordusio e via dei Mercanti, sempre a passo di marciatore olimpionico, per catapultarsi direttamente nella linea gialla della metro, in Duomo, e da l scendere alla fermata di Dergano, a quasi un chilometro dal fatidico sottopassaggio ferroviario.
Era giunto sul posto insieme a diversi colleghi dei quotidiani, tutti in ritardo, solamente per vedere i tecnici della Scientifica occupati nei soliti rilievi sull'asfalto.
Lei era gi stata portata via, ovviamente.
Gi che era l aveva buttato le solite domande ai soliti curiosi.
Nessuno aveva visto o capito bene.
Per tutti era solo una prostituta finita male.
Eppure alcuni siti titolavano di una dipendente dell'Expo ritrovata senza vita in periferia...
Prostituta o dipendente dell'Expo?
Qual era la verit? L nessuno sapeva niente.
Anche i due netturbini erano altrove, qualcuno sosteneva che erano andati in Questura per espletare le formalit relative alla loro testimonianza.
Ecco, i netturbini, erano loro la polpa.
Se fosse riuscito a intervistarli...
Si spost con alcuni colleghi in un bar vicino per colmare almeno il vuoto della colazione saltata.
Pessima idea: un cornetto di un paio di giorni prima, che sapeva di carta, e una spremuta striminzita che non arrivava neppure a met bicchiere.
Il tutto per soli cinque euro e cinquanta!
E meno male che in periferia i prezzi erano pi bassi che in centro secondo la "vox populi".
La giornata era partita malissimo.
Per rifarsi si balocc con l'idea di concedersi un taxi che avrebbe poi messo in nota spese, ma ci ripens subito: in un quotidiano in "solidariet", 50% di lavoro e 50% di cassa integrazione, anche le piccole spese andavano centellinate.
Zampett nuovamente fino alla fermata di Dergano, con le palle che giravano vorticosamente.
Moroni de "Il Giorno" lo aveva fregato sul tempo, per recuperare serviva l'aiuto dell'amico Ardig.
Che ovviamente aveva gi spento il cellulare.
L'autostrada del Sole nella sua parte conclusiva per chi arriva da sud, quando ti sei lasciato alle spalle gli Appennini con l'infinit di gallerie e viadotti e ti inoltri nel cuore dell'Emilia e della pianura padana,  una lunga striscia di asfalto, piatta, liscia, scura. E noiosa.
E infatti Fontana si stava annoiando.
Contava mentalmente i chilometri che lo distanziavano da Milano, mentre dalla terza corsia vedeva sfilare lenti i camion che sorpassava, oscillando sul limite consentito di 140 orari.
Sotto il suo fondoschiena una Bmw serie 2.
Un giocattolino da 35mila euro.
Quasi nessun carabiniere poteva permettersela.
Almeno non uno onesto, che viveva del solo stipendio.
Lui s. Pur non essendo corrotto. Semplicemente perch era un carabiniere atipico in tutti i sensi.
Intanto perch era "figlio di pap", ovvero di un industriale nel settore chimico che lo avrebbe tanto voluto dietro a una scrivania a mandare avanti la fabbrichetta di famiglia, come invece aveva accettato di fare suo fratello Paolo.
E poi perch nel suo ufficio, appesa a una parete, aveva una laurea in Giurisprudenza che avrebbe potuto spalancargli le porte di una bella carriera da avvocato o magistrato.
E invece era diventato un tenente dei Carabinieri, nei Ros, i reparti operativi speciali, dove ci sono gli orari peggiori e le missioni pi rischiose.
Scelta inspiegabile per tutti. E un po' anche per lui.
Eppure Marco Fontana era contento cos, almeno di quello.
Sul resto era meglio stendere un velo pietoso.
Quel viaggio a Milano, quel ritorno a casa, sarebbe servito anche per riordinare le idee.
Anche. Non solo. Perch la priorit era vederci chiaro sulla morte del povero maresciallo Bucchioni.
Ma perch diavolo un 80enne con il cuore malandato era in giro a passeggio alle due di notte?
Generalit, date, indirizzo, curriculum, percorso di studi e di carriera professionale.
Poi interessi, amicizie, viaggi, segni distintivi.
Un assassino interrompeva una vita con un gesto banale, meccanico: premendo un grilletto, affondando un coltello, colpendo con un martello.
O in questo caso infilando e stringendo un sacchetto di nylon sulla testa di una malcapitata scesa dalle coste del Baltico per finire gettata come immondizia in un sottopasso vicino al Niguarda.
Pochi secondi e spegneva una vita costruita e forgiata in anni e decenni di quotidianit, di lavoro, di sentimenti, di sogni e di delusioni.
E poi il resto toccava a loro, a una squadra di investigatori, spesso supportati da psicologi, che quella vita interrotta dovevano ricostruirla, pezzo per pezzo, come un vaso andato in frantumi, rimettendo insieme ogni dettaglio tranne uno, quello spezzato per sempre dall'omicida.
Ricostruivano la vita della vittima, in un macabro ritratto post mortem, eppure non la riportavano mai in vita del tutto, con i suoi sentimenti, affetti, pensieri o ricordi.
La vita di Oksana Spirova, nel giro di qualche ora, era gi stata quasi perfettamente ricostruita e imbalsamata in freddi dossier cartacei gonfi e panciuti.
Fiumi di inchiostro della stampante che riportavano le prime testimonianze raccolte, poi sarebbero arrivate quelle di familiari, amici, colleghi, vicini di casa, che in seguito sarebbero state integrate con quelle di commercianti del quartiere, autisti di bus e persone che per mille e un motivo avevano incrociato le loro esistenze con quella di questa donna sfortunata.
Uccisa da chiss chi, e chiss perch, con una tecnica rozza e crudele.
Un colpo in testa per stordirla, stando al primo responso del coroner, e poi un sacchetto giallo dell'Esselunga ad avvolgere il volto togliendole il respiro.
Perch poi proprio dell'Esselunga?
Risposta banale: perch probabilmente era quello che aveva a portata di mano l'assassino.
Che alla fine era pur sempre un essere umano, come gli altri, uno che non vive in un antro buio e freddo dentro un bosco nebbioso e impenetrabile, ma in una normale casa, uno che va a fare la spesa al supermercato, magari lasciando la precedenza alla cassa alle vecchine o alle signore in dolce attesa.
E poi perch l'aveva scaraventata in mezzo all'immondizia?
Come se fosse "monnezza" anche lei.
E come "monnezza" la stavano trattando diversi media milanesi che, nelle loro versioni online, titolavano del ritrovamento di una prostituta dell'Est in un sottopasso a Niguarda.
Perch se un corpo femminile viene trovato senza vita in periferia, e vicino a un lampione,  per forza quello di una che batte. Una di quelle l.
Una che in qualche modo sapeva di correre dei rischi, anzi quasi se li andava a cercare...
E invece no. E a smentire queste ricostruzioni un po' morbose, che tanto piacevano a chi in quel momento smanettava alla tastiera in ufficio o sullo smartphone mentre sobbalzava in tram, era intervenuta la pi autorevole e clamorosa delle precisazioni: quella dell'ufficio stampa dell'Expo Milano 2015.
In poche righe avevano chiarito che Oksana Spirova era una di loro, una del loro team organizzativo: collaborava da oltre un anno con la loro struttura e aveva un incarico particolare, ma sicuramente di grande responsabilit e visibilit, quella di responsabile dell'arredamento floreale e piantumale nella superficie del vasto sito espositivo.
Letteralmente era lei a decidere dove posizionare ogni singolo vaso o pianta di quel piccolo mondo, modernissimo e artificiale, che nel giro di pochi giorni avrebbe ricevuto circa 100mila visitatori al giorno.
Ardig riflett sulla cifra: 100mila visitatori.
Il derby di calcio a San Siro ne faceva circa 85mila, nei bei tempi appena passati, quando Inter e Milano la facevano da padrone nel calcio nostrano, e in quelle occasioni la parte nord della citt si paralizzava completamente per il traffico e le misure di sicurezza.
E di derby se ne giocano due ogni anno: loro di pubblico da derby lo avrebbero avuto per 180 giorni consecutivi, senza mai una sosta, neppure la domenica...
Scacci questi pensieri legati all'ordine pubblico, che tanto non competeva alla sezione Omicidi, per tornare a Oksana.
Sul sito dell'Expo era online il suo curriculum vitae: laurea in Lingue straniere, perfetta padronanza di italiano, inglese, tedesco e francese.
Ovviamente non era menzionato il russo.
Altro che prostituta... qui erano i giornalisti che prendevano lucciole per lanterne.
Aveva gi spedito l'ispettore Marco Pinton, con un paio di agenti, nella sede della societ Expo 2015 per sapere tutto del ruolo professionale della donna e iniziare a tastare il polso a colleghi e collaboratori.
Nel frattempo decise di concedersi un caff al baretto di via Cardinal Federico.
Lo squillo del telefono fisso lo stopp. Il Prefetto.
Un uomo calmo, pacato, pragmatico. Uno capace di affrontare i problemi. E per questo apprezzato da tutti. Eppure la sua voce vibrava di tensione.
Quasi nervosismo. Contagioso.
"Si rende conto? Una dirigente dell'Expo uccisa a due settimane dall'inaugurazione."
S, se ne rendeva conto, tuttavia cosa poteva farci?
Che se la prendessero con l'assassino, mica con lui...
Intanto il Prefetto stava sciorinando l'elenco degli interlocutori che lo avevano gi scomodato: il Viminale, la Farnesina, Palazzo Chigi.
Non specific se attendeva o meno anche una chiamata dal Quirinale.
Chiss, magari anche dal Palazzo di Vetro dell'Onu avrebbero sollevato la cornetta a breve...
Il capo della sezione Omicidi si limit a rispondere con i consueti monosillabi, quasi tutti "s", e garantire il solito massimo impegno h24.
Tanto cos'altro poteva aggiungere?
La verit era che non sapeva ancora da dove cominciare, come del resto gli capitava sempre all'inizio di ogni indagine.
E l'altra verit, che non poteva svelare, era che fino a poche ore prima aveva la testa rivolta soltanto a quella maledetta busta, con la foto del vecchio sgozzato e quell'immagine enigmatica che la accompagnava.
Chi era il vecchio sgozzato? Forse uno di quei tre adolescenti nella cascina?
E perch l'assassino, presumibilmente l'assassino perch dubitava si trattasse dello scherzo di un mitomane, gliela aveva inviata insieme a quell'altra immagine allegorica con l'angelo e la dea?
Per sfidarlo? S, non vedeva altre risposte.
Ma sfidarlo a che cosa? A cercare il cadavere?
Forse, peccato non gli avesse fornito alcun elemento utile per riuscirci. Soltanto il primo piano del volto e del torace della vittima su cui aveva infierito.
Quel vecchio ucciso poteva trovarsi a Milano come a Taranto o a Messina.
Oppure lo stava invitando a interpretare quell'immagine criptica con l'angelo alato sulla ruota e la donna incoronata?
Era questo l'appiglio per avviare la caccia al tesoro?
E poi che tesoro... il corpo martoriato di un povero Cristo...
Eppure adesso la priorit era il caso di Oksana.
Come stava ripetendogli il Prefetto che, in conclusione, gli raccomand la massima collaborazione con il sostituto procuratore incaricato di coordinare l'indagine e con le altre forze dell'ordine.
Sinergia, fu la parola che scand con lentezza prima di chiudere la conversazione.
Il commissario lo maled mentalmente: la sua sinergia poteva fumarsela nella pipa.
Infil le scale, scese in cortile e raggiunse l'assolata piazza San Sepolcro, lo storico foro della civis romana.
Questo diciotto secoli prima: ora l'ex foro era una piazza chiusa al traffico veicolare, stretta tra la basilica omonima e il labirinto di viuzze storiche incastrate tra via Torino e piazza Cordusio.
Una bella zona, elegante, silenziosa, quasi una cittadella a parte.
Pochi passi e vide l'insegna del baretto.
Altra telefonata, stavolta il cellulare.
Strano. L'Istituto di Medicina Legale. Strano perch era sempre lui a cercarli, pressandoli, e mai loro.
Un'inversione di rotta che lo stup per un istante.
"Commissario, pu passare da noi con una certa urgenza?".
Ancora pi strano.
Era il dottor Salerno.
L'istante di stupore era passato. Certo, il Prefetto... prima aveva sollecitato lui e poi loro, i coroner, che erano scattati sull'attenti e avevano estratto i bisturi senza perdere un secondo.
Proprio vero che anche dopo la vita ci sono i privilegiati, quelli che saltano la fila.
E il corpo di Oksana Spirova, suo malgrado, viaggiava su un binario super accelerato stile Eurostar.
Perch il suo sangue rischiava di schizzare il vestito buono con cui Milano si stava agghindando per l'Expo.
Chiss se qualcuno aveva gi avvertito Obama o la Merkel che vicino a Niguarda avevano rinvenuto il cadavere di una dirigente dell'Expo, scambiata da alcuni incauti cronisti milanesi per una prostituta da marciapiede...
Nelle parole del dottor Salerno, comunque, echeggiava la stessa apprensione trasmessa dal Prefetto.
Tuttavia Ardig decise di fottersene: il tempo per un caff c'era. Eccome se c'era.
E se non c'era se lo sarebbe preso lo stesso.
La prima tappa del rientro milanese di Marco Fontana era stata la sede dell'agenzia di pompe funebri di Affori, incaricata delle esequie funebri del maresciallo Bucchioni.
Ad accoglierlo un'insegna inquietante: l'immagine del celebre affresco di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, quello della Creazione di Adamo, ridotta al solo particolare delle due dita protese che si sfiorano.
Immagine evocativa della fragilit delle nostre esistenze terrene e del passaggio da un mondo all'altro.
Dentro il classico impresario dai modi ossequiosi, che si fingeva partecipe del dolore altrui, di quei perfetti sconosciuti che varcavano la soglia del suo esercizio commerciale, come se la sofferenza interiore di quei clienti mai visti fino a un attimo prima fosse anche la sua.
L'espressione costernata, il tono di voce incrinato, il lutto fatto persona e incastrato in un completo scuro con cravatta scura.
Lo condusse in un'ampia sala funeraria sul retro.
Era arrivato in tempo per il rituale della bara ancora non sigillata, con il morto ricomposto e ripulito per l'ultimo viaggio senza ritorno, con addosso il vestito buono e le mani giunte, che riposa tra le pareti di legno lucido, con gli occhi chiusi, ricevendo saluti e preghiere di congiunti, amici e parenti.
Ma non in questo caso.
Perch in quella fredda saletta spoglia, tolta una corona
dell'Arma dei Carabinieri appoggiata a un cavalletto di legno, non c'era nessuno a piangere o pregare per il maresciallo Bucchioni.
Il titolare aveva spiegato che erano passati diversi ex commilitoni e alcuni anziani.
Tutti affranti e addolorati. Ovviamente.
Poi nessun altro.
La vecchiaia  la pagina pi triste della vita. La morte  semplicemente l'ultima pagina, the end.
Ma entrambe sono ancora pi deprimenti per chi  solo al mondo, per chi  l'ultimo ad andarsene e lo fa circondato dal silenzio.
Come stava accadendo a Bucchioni.
Un uomo buono, onesto, che aveva fatto del bene a tanti.
E che tutti avevano dimenticato.
Fontana non era un credente praticante, non poteva affidarsi al conforto divino, e neppure uno dalle lacrime facili.
Si concesse un Eterno riposo, sperando di ricordarlo bene, considerato che non ne recitava uno da quando la tv era ancora in bianco e nero o gi di l.
Quaranta minuti dopo Ardig parcheggiava davanti all'Istituto di Medicina Legale in zona Citt Studi.
Ignaro che ad attenderlo c'erano diverse sorprese.
La prima: la presenza in sala operatoria del responsabile della sezione Scientifica, Daniele De Piccoli.
Mai successo, se ben ricordava.
Tra l'altro tra la sezione Scientifica e l'quipe della Medicina Legale non era mai corso buon sangue.
Come cani e gatti, sempre a farsi le pulci a vicenda, su dettagli tecnici invisibili per l'occhio nudo del comune mortale.
Eppure De Piccoli era l. Rigido e silenzioso.
Anche lui un soldatino disciplinato, richiamato sull'attenti dagli strali del Prefetto.
La vera autopsia, la "completa", quella cruenta che trasforma la sala settoria nel mattatoio di un macello, non era ancora stata eseguita.
Per fortuna, anche di Ardig, che in qualche modo riusciva a resistere alla vista dei cadaveri, ma non allo scempio interiore che ne faceva poi il bisturi dell'anatomopatologo.
Realizz che lo avevano convocato con urgenza nonostante il gran ballo non fosse ancora cominciato.
E qui c'era la seconda sorpresa, perch il dottor Salerno e il vecchio "medico capo", Umberto Brasca, avevano gi iniziato a far cantare la povera Oksana Spirova.
La sua epidermide gonfia e unta aveva raccontato una parte della sua ultima serata e una "limitata", ovvero un profondo taglio nella zona addominale-uterina, dove sono ospitati gli organi vitali, aveva fornito le prime anticipazioni sul resto, che avrebbero scoperto a operazione settoria completata.
"Come sempre le tralascio i particolari tecnici, siamo intesi?", esord Brasca, consapevole dell'idiosincrasia del capo della Omicidi per i ruvidi dettagli dei referti necroscopici.
Ardig annu e afferr una sigaretta: l'occhiataccia del coroner bast per non fargliela accendere.
Si accontent di rigirarsela tra le dita.
Quasi avesse un effetto taumaturgico.
"Secondo noi  andata pressappoco cos. La donna ha cenato in tarda serata, perch la digestione non era ancora completata. Cena tradizionale, anzi cena biologica, una zuppa di verdure, dell'insalata con i pomodori e del vino. Poi  seguito dell'alcool, immagino vodka o grappa. Niente cocaina: le cavit nasali sono pulite. Poi gli esami tossicologici ci diranno se ne faceva consumo abitualmente o meno, anche se tenderei a escluderlo. Successivamente la Spirova ha praticato dell'autoerotismo ottenendo un orgasmo con un effetto vasodilatatore, quindi si  concessa un bagno in acqua bollente, dilatando i pori e l  stata aggredita e uccisa."
Il commissario continu a ruotare la sigaretta come fosse in cerca di ispirazione.
"Nella vasca da bagno?", domand scettico.
"O in un idromassaggio. Vede - indic un ematoma violaceo nella zona parietale sinistra - deve aver urtato violentemente contro il marmo, forse nel tentativo di liberarsi dal sacchetto oppure..."
"...oppure  stato l'assassino nel tentativo di tramortirla
per facilitare l'azione di soffocamento", intervenne il dottor Salerno.
"In ogni caso - prosegu Brasca - nella cavit orale abbiamo rinvenuto tracce di bagno schiuma, che deve aver ingerito durante gli ultimi spasmi. Per cui  stata uccisa nella vasca da bagno o nell'idromassaggio. Tenderei a ipotizzare in un motel, magari di quelli dell'hinterland..."
"La vasca da bagno... Mi volete dire che..."
Soltanto in quell'istante il commissario comprese il perch dell'inusuale presenza di De Piccoli in quella sala operatoria.
De Piccoli annu: "Il cadavere  pulito, non ci sono impronte digitali. Chi l'ha uccisa ha calcolato tutto. Ha cancellato le sue impronte con l'acqua bollente e in seguito l'ha maneggiata con i guanti, pensiamo guanti da lavoro, perch abbiamo trovato micro frammenti di cuoio sia sulla pelle che sui vestiti ma saremo pi precisi tra qualche ora, perch ti stiamo solo dando delle anticipazioni sulla base dei primi rilievi".
Vero, stavano facendo tutto in fretta, troppo in fretta, e c'era il rischio che stessero infilando delle cantonate.
Come i giornalisti che, per la troppa fretta, avevano etichettato la Spirova come una prostituta che batteva sotto un lampione.
Per il quadro ricostruttivo che emergeva era coerente. E inquietante. Un vero professionista.
Oppure uno dei tanti milioni di italiani, catechizzati domenicalmente da CSI e da Quarto grado, che si era improvvisato assassino da prima serata.
Anche se il sacchetto dell'Esselunga non era proprio da serial killer televisivo...
Eppure per il momento vinceva lui, l'omicida, su tutta la linea. O quasi.
Zero tracce, zero indizi. Lui fuggiva o si nascondeva indisturbato, loro ancora non avevano neppure cominciato a inseguirlo o a cercarlo...
Rivolse un'altra domanda al medico legale.
"Poco fa ha parlato di autoerotismo."
"La donna non ha consumato alcun rapporto completo, non c' stata alcuna penetrazione. Tuttavia ha raggiunto un orgasmo. Le posso anticipare solo questo. Se poi questo orgasmo sia stato aiutato da una mano che non fosse la sua..."
Si volt verso De Piccoli.
"Nessun DNA nell'utero... niente dalla pelle... No, non ci sono tracce. Chi ha fatto questo lavoraccio era uno che sapeva il fatto suo."
E in ogni caso del DNA, anche ad averlo, te ne facevi ben poco: o apparteneva a uno dei pochissimi condannati per reati sessuali, ovvero stupratori o pedofili, ma solo quelli condannati nell'ultimo decennio, il cui DNA era appunto registrato in un'apposita banca dati, oppure non avevi modo di confrontarlo, perch gli altri pregiudicati o reclusi - che fossero Tot Riina o Vallanzasca o il piccolo spacciatore del parchetto sotto casa - non erano schedati attraverso il DNA ma soltanto tramite le impronte digitali.
Al massimo il DNA era decisivo per il pm, in sede processuale, quando avevi di fronte un imputato con nome e cognome e le sue belle manette gi infilate ai polsi, ma non per gli investigatori sul campo, quando le manette erano appese alla cintola e dovevano rintracciare un funambolico mister X partendo da un sacchetto di plastica dell'Esselunga.
"Venendo alla collocazione oraria del decesso - prosegu Salerno - direi tra la mezzanotte e le tre di luned. Purtroppo l'umidit dei rifiuti che opprimevano il corpo ha accelerato la decomposizione e non riesco a essere pi preciso."
Ascolt ancora qualche dettaglio snocciolato dall'anatomopatologo, con poca attenzione: la Spirova presentava piccole ecchimosi sparse sul corpo, probabilmente causate dalla resistenza al soffocamento nella vasca da bagno e dai piccoli inevitabili urti durante il trasporto fino al sottopasso in cui l'avevano ritrovata.
Non erano riscontrate altre ferite superficiali.
Insomma nessuna botta, nessuna tortura.
Prendeva forma l'ipotesi di un omicidio passionale.
Difficile pensare a un gioco erotico degenerato, pur non potendo escluderlo.
Tuttavia non comprendeva il perch l'assassino si era premurato di rivestirla di tutto punto, scarpe comprese, dimenticandosi per di infilarle la biancheria intima.
Non avrebbe fatto prima a liberarsi del corpo lasciandola nuda?
Altra domanda cui nessuno poteva rispondere.
Si conged da Brasca e Salerno insieme a De Piccoli.
Il quale, nel frattempo, aveva scaricato sms e mail dei suoi collaboratori.
Finalmente c'era una prima novit interessante: il tracciato cellulare del numero della Spirova raccontava dove aveva passato la serata.
Fino alle 19,30 era stata nel sito Expo, dalle 20,30 alle 21,30 circa il suo telefono era stato agganciato alla cella della zona della Stazione Centrale e dalle 22 era stato captato da quella di Zara/Greco, dove il segnale si era definitivamente disattivato intorno alle 2,20.
Fine delle trasmissioni.
E fine della vita terrena di Oksana Spirova.
La cella di Zara/Greco, ovvero i quartieri confinanti con quello di Niguarda.
L'assassino non doveva aver fatto troppa strada per scaricare il corpo della russa, circa un chilometro o gi di l.
La sigaretta che da troppo tempo si rigirava tra le mani finalmente si incontr con la fiammella dell'accendino.
Il tempo di un paio di boccate e vibr di nuovo il telefono. Stavolta era l'amico Malerba.
"Cosa vuoi che ti dica? Non era una prostituta, come avete scritto, e secondo me si tratta di un delitto passionale che con l'Expo non c'entra un cazzo. Sul resto inventati quello che vuoi."
L'amico cronista soffi nell'apparecchio telefonico.
"Siamo sul nervosetto..."
"Vorrei vedere te, a due settimane dallo sbarco sulla Luna..."
"Senti...  stata violentata?"
"No."
"Drogata?"
"Neppure. E nemmeno rapinata, tranne del cellulare che l'assassino si  portato via per non lasciare tracce telematiche, per questo non lo puoi scrivere."
"Uh... cosa scrivo allora?"
"Te l'ho gi detto, che il delitto non  collegato all'esposizione universale. Dai, ora devo scappare."
Malerba prese nota, impassibile.
La polpa del suo articolo sarebbe arrivata da uno dei netturbini che, grazie a un amico che si occupava dell'ufficio stampa dell'azienda municipalizzata per la raccolta dei rifiuti, era riuscito a recuperare.
...
.
...
Piazza Grandi. Palazzi di pregio, il verde di largo Marinai d'Italia a poche centinaia di metri e il centro a meno di venti minuti di sana passeggiata.
Marco Fontana non tornava a casa da tre anni.
Se ne era andato con due borsoni sportivi a tracolla e la sacca del computer portatile.
Tornava con uno solo di quei borsoni, dentro il necessario per qualche giorno.
E la pistola d'ordinanza, perch non si poteva mai sapere.
Lo accolse il vecchio Pirola, lo storico portinaio dello stabile.
Aveva custodito le chiavi per tutto quel tempo in guardiola e gliele riconsegn come fosse un gesto liberatorio.
Prenderle in mano gli fece uno strano effetto.
Fredde, dure. Come se da quei pezzi di metallo scaturisse un vento gelido, anticipando quello che avrebbe trovato in quell'appartamento un tempo chiassoso e luminoso, ora popolato soltanto dai loro fantasmi silenziosi.
Osserv il portachiavi, con lo stemma della sua Inter.
Il biscione leggermente screpolato.
Tempus fugit. Quando era partito l'Inter del "triplete" era campione di tutto, ora veleggiava quasi a met classifica.
Un po' come il suo morale.
La casa era come la ricordava. Nulla di nuovo.
Ad accoglierlo il silenzio e la penombra.
Almeno a dargli il bentornato non c'era la polvere accumulatasi in quegli anni.
Il Pirola e la moglie in mattinata avevano dato una rassettata e riempito il frigorifero dell'essenziale per farsi una pasta e l'indomani un caff latte con qualche biscotto.
Sul tavolo della cucina c'erano pure una bottiglia di vino
rosso e un cestino di mele, rosse pure quelle. Lasci cadere sul pavimento la sacca che teneva a tracolla e cominci a perlustrare i 110 metri quadrati suddivisi in un salotto, un tinello e un corridoio che immetteva in un'area notte con camera da letto, cameretta per bambini mai nati, e riconvertita in studio, e un bagno.
Decise di sistemarsi nella cameretta, rinunciando al comfort del letto matrimoniale che aveva diviso nelle tante notti coniugali vissute con Sabrina.
Che in qualche modo era ancora l.
Ne avvertiva la presenza, la vedeva che si aggirava nelle stanze, con le tute attillate che indossava quando era a casa e la rendevano cos sensuale.
Ecco, bella, sensuale, ma non qualcosa di pi.
Apr qualche armadio, in cerca di ricordi che non c'erano pi.
E non c'era pi il sottofondo musicale che accompagnava le loro giornate.
Quando se ne era andata Sabrina si era portata via tutto quanto le apparteneva, inclusi i cd.
Le voci e le note degli U2, dei Cure, dei Pearl Jam e dei Blur adesso echeggiavano altrove.
Restavano gli oggetti di vita comune, mobili, elettrodomestici, qualche quadro: muti testimoni di un'esistenza ormai da coniugare con il trapassato remoto.
Spalanc le finestre, per far fuggire i ricordi insieme all'odore di chiuso.
...
.
...
Nemo profeta in patria.
Milano lo aveva accolto con una coda in tangenziale, una bara con il corpo di un vecchio amico, la prospettiva di un funerale dove c'era da scommettere che non ci sarebbero stati nemmeno quattro gatti, e ora, dulcis in fundo, con una casa vuota ma impregnata di ricordi dolorosi.
Perch la nostalgia fa male.
...
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...
3.
...
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...
Un paio di ore dopo il lavoro nel sito dell'esposizione universale era concluso.
Almeno per i giardinieri, che stavano finendo di ripulirsi e riporre gli attrezzi.
C'era ancora luce nel cielo di Milano, quella luce crepuscolare che rende tutto pi rilassante: la giornata lavorativa ai titoli di coda, la sera in arrivo.
Oksana lo vide allontanarsi.
Uno zaino da montanaro sulle spalle, una felpa con il cappuccio arrotolata alla vita.
Allung il passo, inseguendolo.
Erano quasi arrivati allo spiazzo delle navette.
"Ehi", lo chiam da dietro.
Paul Newman si gir. E le sorrise, come faceva sempre. Sorrideva sempre, chiss perch.
Forse semplicemente era grato alla vita e le sorrideva per questo.
Non  che assomigliasse poi cos tanto a Paul Newman, ma era il paragone che pi le pareva appropriato.
E poi anche le altre donne lo chiamavano cos.
"Da che parte vai?", chiese lui, passando inaspettatamente al tu.
In realt entrambi conoscevano bene la risposta.
Si erano incrociati qualche volta sui vagoni della metro.
La rossa prima, la verde dopo.
Soltanto qualche sguardo, perch nessuno dei due aveva mai rotto il ghiaccio con una vera presentazione.
"Prendo la metro, come te", lo approcci lei, con un'altra ovvia banalit frutto del ritrovato coraggio favorito dal suo sorriso.
Salirono sulla navetta e nei cinque minuti successivi si limitarono a osservare gli altri passeggeri e a sorridersi, un po' imbambolati.
Lui non diceva nulla, lei si stupiva.
In genere erano gli uomini a tampinarla, proponendole un passaggio in macchina, un caff, un aperitivo.
Questo niente, zitto, muto. Soltanto sorridente.
Troppo poco per lei.
...
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...
Milano, mercoled 15 aprile 2015.
...
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...
Per tutta la mattina Ardig, Santoni e De Piccoli avevano ricostruito gli spostamenti di Oksana Spirova.
La donna risultava residente in piazzale Morbegno, a due passi dai bastioni sopraelevati della Stazione Centrale.
Dalle prime testimonianze raccolte da Farris la Spirova si muoveva in metropolitana: dalla Centrale prendeva la verde fino a Cadorna, dove cambiava e con la rossa andava alla fermata della Fiera di Rho-Pero e da l a piedi all'interno del sito espositivo oppure con le navette.
La sua auto, una Citron C6, era regolarmente parcheggiata nei dintorni dell'abitazione nelle strisce gialle per i residenti della zona.
Evidentemente la Spirova era rincasata dopo la giornata lavorativa trascorsa presso il sito dell'Expo, poco prima delle 21, probabilmente solo il tempo di una doccia, quindi alle 21,30 era uscita dirigendosi nella zona Zara/Greco dove il segnale del suo cellulare si era zittito intorno alle 2,25.
Era stata a casa di qualcuno? O in un ristorante?
Sola o in compagnia?
Eppure dal suo cellulare non erano partite chiamate o sms dopo le ore 21,30 e quelle precedenti erano solo due e le avevano gi controllate: erano tutte riguardanti utenze di persone accreditate proprio dalla societ Expo.
Per la precisione alle 21,07 aveva chiamato il numero 347-522... intestato a Roberta Redaelli, che, avevano appurato, di fatto era la sua vice.
Conversazione di un minuto e 21 secondi.
Appena riattaccato, alle 21,09, aveva chiamato per un minuto e 13 secondi il numero 348-691... intestato a Samantha Spaggiari, una dipendente di un'azienda florovivaistica dell'Iseo che aveva vinto un appalto per la piantumazione del sito espositivo.
"Roba di lavoro", liquid la questione Santoni.
Gi, erano altri i contatti telefonici che avevano sperato di trovare. E invece niente...
Poteva aver fissato un appuntamento, con quello che si sarebbe rivelato l'assassino, nelle giornate precedenti, ma in quel caso avrebbero dovuto setacciare centinaia di contatti e senza avere testi o riscontri: perch dai tracciati puoi visionare solo i contatti tra i numeri e la durata dello scambio di dati vocali, ma non i contenuti delle loro conversazioni, non essendo state attivate le intercettazioni.
E non poteva visionare neppure i contenuti degli scambi dati avvenuti sotto forma di sms, a meno che non fossero conservati nella memoria dell'apparecchio o nella sim: ma l'assassino si era tenuto il telefono della Spirova e loro erano a un punto morto.
O quasi. Oksana non era trasparente, qualcuno poteva averla incontrata mentre si trovava a Zara o a Greco, magari per strada, o in un bar oppure nell'androne di un condominio.
Bisognava spedire gli uomini con le foto della russa e sperare in un colpo di fortuna.
Senza contare che la foto della donna da due giorni era su tutti i quotidiani milanesi.
Un lavoraccio che si annunciava inutile.
Altro rebus.
A Greco come ci era arrivata?
Non con la sua macchina, forse con un taxi, eppure con il cellulare non l'aveva chiamato e in piazza Morbegno non c'era un punto taxi.
Poteva essersi diretta a piedi in zona Centrale ma erano diverse centinaia di metri e passeggiare a quell'ora, da sola, con quel tacco vertiginoso...
No, probabilmente era stato il suo assassino ad andarla a prendere.
Ordin ai suoi uomini di procurarsi i filmati di tutte le telecamere posizionate in piazza Morbegno.
Intanto qualcuno bussava alla porta.
Il piantone con due uomini di mezza et in completi grigi e cravatte scure.
Due perfetti sconosciuti, con l'aria di impresari di pompe funebri.
"Chi siete?" esord Ardig, infastidito per quella intrusione.
Il primo, un volto non del tutto sconosciuto, si present come l'avvocato Marazzita, introducendo il suo assistito, Massimo Gottardo, l'ex marito di Oksana Spirova, venuto a rilasciare dichiarazioni spontanee.
Meglio cos, avrebbero risparmiato la seccatura di convocarlo.
Il commissario assunse un atteggiamento pi collaborativo e li fece accomodare, concedendo all'avvocato i soliti preamboli del caso.
Poi si rivolse al neo vedovo.
Un bell'uomo, capelli ondulati sale e pepe, fisico asciutto, mani curate e un viso piacevole, anche se un po' imbolsito.
"Cosa mi vuole dire?"
Il Gottardo raccolse il respiro e alz lo sguardo verso il soffitto.
"Voglio mettermi alla vostra pi totale disposizione. Fate tutto quello che volete, perquisizioni, intercettazioni, tutto... non ho nulla da nascondere e non ho nessun... cio vede ho una figlia piccola e non voglio finire su tutti i giornali come quelli l, come..."
Si blocc, imbarazzato.
Ardig intu dove voleva andare a parare.
Fino ad alcuni anni prima il colpevole pi classico era il maggiordomo, per dirla alla Hitchcock.
Adesso invece era il marito o il compagno o il fidanzato, attuale o ex che fosse.
Mesi di indagini, piste, supposizioni pi disparate dal complotto dei poteri forti al bandito balcanico, poi alla fine le manette scattavano puntualmente ai polsi del compagno della vittima, quello che era l a portata di mano, senza dover indagare dall'altro capo del mondo o scomodare chiss quali Ris.
Umanamente comprese la paura di quel maschio di mezza et.
E decise di approfittarne: "Se non ha nulla da nascondere allora mi fornisca tutto l'aiuto possibile nel suo interesse e in quello delle indagini".
L'avvocato annu soddisfatto, dando un puffetto sulla coscia dell'assistito.
Che part a raffica: "Vede io e Oksana avevamo mantenuto un rapporto tranquillo. Non avevamo problemi di alcun genere, neppure economici".
"Eravate separati legalmente?"
"Non ancora, ma c'era un accordo gi siglato da entrambi. Pensi che avevamo persino lo stesso avvocato. Lei si era tenuta l'appartamento di piazzale Morbegno e ci eravamo sistemati cos."
"E non era previsto alcun assegno di mantenimento?"
Gottardo scosse la testa.
"Oksana ha il 10% delle quote della mia impresa e suo fratello Hristof ha un altro 10% ed  il mio factotum in Russia."
"Di cosa si occupa?"
"Import/Export di prodotti in ceramica:  un business in costante crescita. Nel Baltico realizzano manufatti splendidi a costi irrisori. La manodopera non ha il costo che ha qui da noi... e la materia prima  eccellente... Abbiamo aperto la societ nel 2004, avevamo 10 dipendenti e ora siamo a 28. E ci stiamo espandendo ancora. Mi creda i soldi sono il nostro ultimo problema e inoltre Oksana con la sua professione guadagnava molto bene e non aveva bisogno di niente."
Credibile, dall'estratto conto della donna risultavano oltre 65mila euro tra liquidi e vincolati vari e l'indennit mensile che percepiva dall'Expo era superiore ai 3000 euro.
"E i vostri rapporti personali com'erano?"
Gottardo si prese un secondo.
"Normali, cio, freddi... come dire... imbarazzati."
"Mi spieghi meglio, per favore."
"Vede, dottore, io e Oksana stavamo insieme da molti anni, cos'era... s dal 2000, no anzi dal 1999... lei era venuta qui per delle promozioni commerciali, io allora lavoravo per un vettore di trasporti internazionali con la Russia. Vede, ho sempre avuto il pallino della Russia, un Paese cos grande, con tante opportunit da cogliere... E ho sempre avuto il pallino delle russe. E lei era davvero bella."
"E poi?"
"E poi niente,  la vita... ci siamo frequentati e abbiamo deciso di sposarci e lei  venuta a vivere qui a Milano e per alcuni anni  andato tutto bene."
"E poi?", si ripet Ardig.
"Le solite cose,  la vita, non sono arrivati i figli, sono passati gli anni ed  subentrata la noia, come in ogni matrimonio, no? Ha presente?"
No, lui non era mai stato sposato.
E la noia di un rapporto costante era una perfetta sconosciuta nella sua spigolosa galassia solitaria, costellata di morti da indagare e assassini da catturare.
"E poi?", domand, monotematico, per la terza volta consecutiva il commissario.
"E poi, pur vivendo insieme, abbiamo finito per allontanarci, ognuno per conto suo. E intanto io ho conosciuto Saruna."
"La sua nuova compagna?"
L'ex marito della Spirova estrasse l'i-Phone, illuminando il display.
Una bionda formosa e sorridente, con in braccio una bambina altrettanto bionda, ma imbronciata.
"Vede,  russa anche lei. Come le ho detto mi piacciono le russe. E... come dire... vede, somiglia anche a Oksana... cio, alla prima Oksana che ho conosciuto... solo che ha 14 anni in meno e..."
Blaterava di quelle donne come fossero automobili.
Come se fosse un alfista: io guido solo le Alfa, compro solo quelle, deve sentire che motore che hanno.
Parole diverse, ma stessa sinfonia.
A me piacciono solo le russe, prima avevo la Oksana, bella carrozzeria, begli interni, poi siccome invecchiava e perdeva colpi allora l'ho rottamata e ho preso una Saruna, meno chilometraggio e deve vedere che prestazioni.
Evit di far trapelare ad alta voce questi suoi ragionamenti interiori.
"Pertanto  stato lei a lasciarla... E Oksana come aveva reagito?"
"Mah... male all'inizio, comprensibile... anche se un po' forse se l'aspettava... poi per si era fatta una ragione. S, certo, ammetto che ha sofferto pi lei che io, per guardi i sensi di colpa li avevo anch'io, cosa crede? Per questa  la vita, no? D'altronde sar capitato anche a lei una roba del genere, no?"
"No, a me no. E quella appena uccisa non  la mia ex moglie, e non sono io a dover fornire spiegazioni, le  chiaro?", lo fredd Ardig, infastidito da quel tono troppo confidenziale che il tizio stava prendendo.
L'avvocato dardeggi uno sguardo cupo al suo assistito.
"Chiedo scusa, sono davvero choccato... volevo solo dire..."
"Lasci perdere, ho capito. Piuttosto: la sua ex moglie, che lei sappia, frequentava un uomo?"
Gottardo allarg le braccia.
"Sono via di casa da tre anni e mezzo. Non avevo pi la confidenza per parlarle di certi argomenti."
"Eravate soci. Suo cognato..."
"Mio cognato Hristof  in Russia, ci sentiamo ogni giorno per lavoro. E non ha mai interferito nella nostra vicenda matrimoniale. Tra l'altro anche lui si  separato e ha appena avuto un figlio, anche lui da una nuova compagna pi giovane, quindi mi capisce benissimo."
Un altro "rottamatore" di donne.
Si erano proprio trovati.
"Beh, avrete avuto amici comuni."
"Non cos tanti e non mi hanno mai riferito nulla. E poi Oksana era molto riservata e negli ultimi anni lavorando per l'Expo viaggiava molto. Davvero mi deve credere quando le dico che ci eravamo persi di vista."
Poteva anche crederci. Avrebbero verificato alibi e spostamenti del Gottardo, anche se l'istinto garantiva che non era lui l'assassino: di questo ne era sicuro.
"Certo - aggiunse - era ancora una bella donna. S, insomma, una come lei agli uomini piaceva ancora e immagino che... voglio dire... alla fine mica era diventata una suora di clausura. No?"
Avrebbe avuto voglia di affidarlo a Farris per uno di quei trattamenti a suon di sganassoni che riservava ai "latinos" che ultimamente sfilavano in commissariato: qualche sano sberlone educativo, una sorta di alternativa al metodo Montessori, per adulti maleducati e irrispettosi della memoria di una donna morta il cui corpo era ancora all'obitorio dell'Istituto di Medicina Legale.
"Fuori dai piedi prima che mi incazzo sul serio e si tenga a disposizione", sibil gelido, incocciando nello sguardo a dir poco costernato dell'avvocato, che invit il suo cliente ad alzare il culo e infilare rapidamente il corridoio.
Accese una sigaretta, senza fare in tempo neppure a farsi il primo tiro.
Ancora il telefono. Stavolta era il Questore.
A sua volta pressato dal Prefetto.
Ardig sbuff infastidito nella cornetta.
Gli chiedevano il miracolo di chiudere l'indagine prima dell'apertura dell'Expo, per evitare una macchia nel luminoso orizzonte che doveva splendere nei sei mesi dell'esposizione universale.
E gli anticipava l'arrivo di un criminologo forense con cui avrebbe dovuto collaborare.
S, figurarsi...
Erano passati pi di 15 anni, ma alla stazione di Affori Marco Fontana era ancora ricordato da tanti.
Tra cui il nuovo comandante, il maresciallo Augusto Terranova, un 55enne brizzolato, asciutto e dai tratti marcatamente mediterranei e dallo spiccato accento lucano, che lo aveva conosciuto durante il suo periodo in quella caserma periferica.
Terranova lo accolse con una pacca sulla spalla, gli offr
un caff, parlottarono qualche minuto delle solite vicende dell'Arma, sulle differenze tra Milano e Roma e del casino che stava generando l'attesa per l'Expo.
Poi venne al punto.
"Abbiamo chiesto a un'agenzia di pompe funebri di organizzare tutto, il funerale si svolger oggi alle 15."
"Lo so, ieri ci ho fatto un salto..."
"Ah, s, me lo ha detto il piantone che avevi chiamato per sapere dov'era... Comunque anche se abitava a Greco il funerale glielo facciamo fare qui ad Affori. Vedrai che verr un sacco di gente. Qui al maresciallo Bucchioni volevano tutti un gran bene."
Fontana annu soddisfatto.
E rinfrancato, ripensando alla solitudine di quella bara in quella saletta spoglia.
Il maresciallo non aveva pi nessuno al mondo.
Era un uomo solo, anzi era rimasto solo. La moglie, la povera signora Luciana, era deceduta sei anni prima dopo una lunga malattia all'et di 71 anni.
Non avevano avuto figli e il maresciallo risultava senza parenti prossimi dopo la scomparsa di una sorella maggiore avvenuta nel 2007.
C'era solo un nipote, ma quello era interessato solo ai documenti per avere l'eredit, mica a seppellire lo zio.
Per questo del funerale dovevano occuparsi loro, i Carabinieri, la sua vera famiglia.
"Bene - comment Fontana - e nell'attesa vorrei leggermi il referto di morte del maresciallo,  possibile?"
Terranova scosse la testa.
"Macch, il caso  della Polizia. Hanno loro tutti i documenti ufficiali."
"E non possiamo chiedergli se per favore..."
Il maresciallo scosse nuovamente la testa.
"No, quando mai... Alla Omicidi c' un commissario stronzo che di pi non si pu... figuriamoci."
Samantha Spaggiari era turbata.
Aveva saputo dai notiziari televisivi dell'uccisione di Oksana Spirova.
Non proprio una collega, nel senso letterale del termine, eppure avevano lavorato insieme, gomito a gomito, diversi pomeriggi.
Avevano scambiato qualche parola, insomma l'aveva conosciuta.
Per tutto il tragitto dall'uscita autostradale di Rovato fino al parcheggio di Cascina Gobba non aveva pensato che a lei.
Una donna come lei, stessa et, stesso tipo di corporatura.
Non molto simpatica, un po' fredda, d'altronde era una russa...
Cosa diavolo poteva esserle accaduto? Un maniaco? Uno di quegli stalker?
Ringrazi il cielo di non vivere a Milano, con tutte le sue brutture.
A Iseo, dove stava lei, si conoscevano tutti e certi rischi non si correvano.
L al massimo incontravi i cretini, i perditempo.
Sal sulla metropolitana per un viaggio che le sembrava interminabile.
Contava le fermate perch non si fidava mai.
Vero che, alla peggio, poteva scendere e tornare indietro se avesse sbagliato.
Ma voleva evitarlo.
Milano non le piaceva neppure per quello.
Troppo grande, troppo dispersiva.
Come si fa a stare mezz'ora sotto terra per andare da un capo all'altro della citt?
Alla fine spunt in Fiera e li trov la navetta ad attenderla.
Pochi minuti dopo era a destinazione.
Nel sito Expo i lavori procedevano a ritmo spedito.
Due settimane all'inaugurazione, ritardi evidenti e nervosismo alle stelle.
E quella parolina magica, "camouflage", che rimbalzava di bocca in bocca.
Samantha parlava un inglese scolastico e si era fatta spiegare il significato di quel termine.
Alla fine era un po' come per le belle donne avanti negli anni, piccoli ritocchi per mascherare le rughe e i cedimenti della pelle.
E di segni del tempo, e della vita, Samantha ormai sapeva di averne parecchi stampati in faccia e sparsi nel corpo.
Fuori, ma anche dentro.
Eppure non le interessava pi di tanto.
La bellezza non sempre  un vantaggio, come erroneamente si pensa.
E non  eterna. E ci mancherebbe che lo fosse.
Mancava dal sito espositivo da un paio di settimane e si sorprese di quanto i lavori fossero avanzati, soprattutto in senso verticale.
Le pareva un po' Gardaland.
O uno di quegli outlet, quei villaggi di soli negozi, dove ogni tanto andava a fare shopping con le amiche.
Pagode e padiglioni si innalzavano verso il cielo e sotto, dove avrebbero camminato i visitatori attesi, stavano posizionando l'arredo urbano.
E le piante. E lei era l per quello.
Per i loro ulivi, grazie ai quali l'azienda florovivaistica per cui lavorava aveva vinto la commessa con la societ Expo.
In quattro mesi avevano impiantato un centinaio di arbusti, ne mancavano ancora una ventina.
Due operai facevano avanti e indietro dall'Iseo, come lei, mentre Cristian era fisso l, ogni giorno.
Aveva voglia di vederlo, da quando si era trasferito a Milano il loro rapporto si era allentato.
Lui, dopo quello che era successo tra di loro, stava fuggendo, lei se ne accorgeva, e ci stava male.
Domandandosi ancora una volta cosa provava realmente per quell'uomo cos complicato, come una bestia del bosco, come un lupo che si cerca di addomesticare per farne un cane da compagnia.
Lupo o cane? Cos'era Cristian?
E cos'era per lei? E lei per lui?
Si era ripromessa di non soffrire mai pi per un uomo che non la meritava e invece ci era ricascata.
Ma perch?
Non fece in tempo a rispondersi, perch lo vide.
In tuta da lavoro, pantaloni con le tasche da cui spuntavano gli attrezzi, maglietta sporca di terra.
Spettinato come sempre, gli occhi pi belli di quelli di Alain Delon.
Lui le sorrise, sciogliendole il ghiaccio che aveva dentro.
"Ciao, come stai?"
"Bene, e tu?"
"Come procede il lavoro?"
"Bene, guarda come sono belle le nostre piante", rispose con orgoglio.
Era cos Cristian, gli si illuminavano gli occhi quando parlava di piante, delle sue piante.
Era ingenuo, spontaneo, selvaggio.
E a Samantha piaceva per quello. Anche per quello.
Perch era cos bello che non poteva non piacerle.
Intanto lui era tornato a concentrarsi sulle radici che stava sistemando dopo il travaso.
Lei cap che era meglio lasciarlo l, nel suo piccolo angolo quieto chiuso al resto del mondo.
Si spost verso gli uffici.
La scrivania della Spirova era ancora l, intonsa, ma nessuno poteva avvicinarsi per via dei sigilli messi dalla Polizia.
Ad accoglierla venne quell'antipatica della nuova responsabile, promossa direttamente sul campo, quello scheletro ambulante con quella parlata milanese cos irritante.
Ma a irritarla di pi era come la guardava.
La spogliava con gli occhi.
Samantha era abituata agli sguardi degli uomini, ai loro commenti sguaiati al bar: a volte li cercava, li provocava, con qualche scollatura eccessiva o qualche spacco nella gonna.
Si divertiva a farli sbavare. Era solo un gioco. Tutto l.
Per una donna proprio no, non lo sopportava.
Roberta Redaelli saltando ogni preambolo inizi ad aggiornarla sullo stato dei lavori, esibendo un innaturale sorriso.
"Sui vostri ulivi siamo a buon punto, almeno l."
Samantha annu, tutto sommato soddisfatta per quelle parole, e la segu all'esterno.
Un funzionario dell'Expo accorse trafelato verso di loro e prese in disparte la Redaelli.
Parlottarono a bassa voce eppure Samantha percep ugualmente che stava arrivando un commissario di Polizia per interrogare quella lesbica ossuta.
Meglio, se la sarebbe levata dalle scatole.
Un giro nel sito dell'Expo il commissario Ardig lo avrebbe evitato volentieri.
Per in ufficio non aveva nulla da fare se non pensare all'altro morto, quello virtuale, quello di una foto scattata da chiss chi, chiss quando e chiss dove.
Quel vecchio senza vita poteva essere a Milano, come a Napoli, Nuova Delhi o Sydney.
Dettagli minimi per provare a identificarlo o ubicarlo.
E quell'immagine, che sembrava pescata da un mazzo dei tarocchi, non lo portava da nessuna parte.
Per cui meglio attendere.
Se la sua fosca previsione si fosse rivelata esatta qualcuno avrebbe reclamato giustizia. Prima o poi.
Oppure il killer si sarebbe fatto vivo nuovamente, magari con una foto pi dettagliata del vecchio sgozzato.
Nel frattempo c'era Oksana Spirova a reclamare giustizia.
E l'intera organizzazione di Expo 2015 a premere per risolvere il caso.
L'ampia area del sito espositivo apparve improvvisamente a lato dell'autostrada, sulla destra del tratto iniziale della Milano-Torino, probabilmente il tratto autostradale pi trafficato al mondo stando ad alcune statistiche a riguardo.
Ma non potevano realizzarlo a sud di Milano?
Dove ci sono campi e rigagnoli e non capannoni e centri commerciali ad ogni rotonda? Bah...
Aveva scelto di andarci con l'auto di servizio, per avere un accesso facilitato.
Facilitato solo a dirsi. Dall'uscita del raccordo della grande Fiera di Rho-Pero si erano immessi nella deviazione che portava al perimetro del sito espositivo, un ex campo incolto diventato il perno intorno a cui sarebbe ruotato un piccolo universo per sei mesi.
E l si erano impantanati in un viavai di mezzi pesanti e furgoni.
Per cui il commissario opt per farsi l'ultimo tratto a piedi.
Uno sfondo panoramico di edifici metallici, ponti, tendaggi, pagode e alberi si apr alla sua vista.
In una parola una vera e propria citt, una cittadella, artificiale, iper moderna, colorata.
Poco cemento, rimpiazzato da metalli, legno e plastiche varie.
Da lontano spiccava il fungo avveniristico dell'Albero della Vita, il punto pi alto del sito espositivo che in generale suggeriva l'impressione di qualcosa di costruito eppure anche di aggregativo.
Un grande mercato, una grande fiera.
Anzi la pi grande fiera del mondo.
Del resto mica si chiamava per caso "esposizione universale"...
Dentro, il termitaio era in piena attivit.
Manovali, imbianchini e carpentieri stavano sistemando le ultime strutture, quasi tutti prefabbricati che dal successivo primo novembre sarebbero stati smontati e spediti altrove, magari a Dubai, dove si sarebbe svolto l'Expo successivo nel 2020.
Raggiunse la sbarra d'ingresso, dove lo attendeva uno dei tanti colleghi distaccati per la sicurezza nel sito espositivo.
Lo conosceva di vista.
Era l'ispettore Silvio Dalserri, che in genere si occupava della sicurezza della vicina Fiera di Rho-Pero.
Lo fece passare dai tornelli dove stazionavano corpulente guardie giurate, che grondavano sudore per via della pesante divisa blu notte, introducendolo in quell'angolo prefabbricato e sintetico che il mondo avrebbe scoperto soltanto due settimane pi tardi.
Un cardo e un decumano, esattamente come nella civis romana, su cui si affacciavano i padiglioni espositivi di 150 Paesi rappresentanti di quasi tutto il mondo.
E quella Babele era l, a grandezza naturale, riprodotta e interpretata dagli operai e dagli standisti, di ogni pelle o lingua o razza o religione, che versavano lo stesso sudore sotto quel sole caldo primaverile.
La successiva impressione fu di una realt virtuale, seguita da un'indefinibile sensazione, un mix tra agorafobia e claustrofobia, in teoria un contro senso, ma neppure troppo.
I viali erano ampi, molto ampi, e le coperture stile vele erano ad almeno una quindicina di metri di altezza, tipo quarto piano di un edificio.
In particolare lo stup il decumano: un viale pi lungo di corso Buenos Aires, protetto dal sole da un congegno composto da vele alternate.
Eppure si sentiva soffocare soltanto provando a immaginare la calca, in quei due viali, generata dalla presenza contestuale di 20mila persone.
E intorno non c'era alcun respiro: due lati chiusi dalle autostrade, il terzo dai padiglioni della Fiera e il quarto dalla sinistra sagoma del penitenziario di massima sicurezza di Bollate.
Erano dentro un recinto chiuso artificialmente: davvero l'ideale per tentare di stanare un assassino.
Si spostarono nella zona della palazzina climatizzata, a fianco all'imponente figura dell'edificio del Padiglione Italia: da l entrarono nel vero centro di comando dell'Expo, dove erano ospitati gli uffici che avrebbero fatto da regia all'intera manifestazione.
Non molti uffici per la verit, pi che altro diversi open space con giovani auricolarizzati che parlavano in idiomi diversi e trafficavano sui rispettivi pc a schermo ultrapiatto.
Si trovava a due passi da Milano eppure si sentiva catapultato dall'altra parte del mondo.
Comunque era l che Oksana Spirova aveva la sua scrivania, regolarmente circoscritta dai sigilli giudiziari, ed era l che i colleghi l'avevano vanamente attesa la mattina del luned, dopo averla salutata la sera precedente.
E l c'era la sua vice ad aspettarli.
Anzi, quella che fino al giorno prima era la sua vice e adesso si era improvvisamente ritrovata "capo".
La regola del "the show must go on" valeva anche l, tanto pi l, a due sole settimane dall'inaugurazione dell'Expo.
La lei in questione era una donna sulla quarantina, struccata, magra al limite dell'anoressico, occhi verdi che sembravano trapassarti, viso dai lineamenti duri, o induriti, e dagli zigomi marcati, in pantaloni e camicia chiara.
L'espressione di chi ha trattenuto le lacrime, pur avendo dentro un mostro che la devasta un morso dopo l'altro.
Si present come Roberta Redaelli, sciorinando una non ben precisa qualifica inglesizzata.
Accento milanese, modi di fare spicci.
Fredda e professionale, senza tradire emozioni esterne, riepilog l'attivit svolta dalla sua ex diretta superiore.
Sostanzialmente stavano coordinando il grande lavoro di addobbi floreali tra gli stand e nei vari percorsi espositivi.
Un lavoro di precisione, quasi da architetto di esterni.
Ad occuparsi materialmente degli innesti e della manutenzione delle piante alcune cooperative, tra cui una formata da detenuti in regime di semilibert inseriti in uno dei tanti progetti di recupero sociale.
Nessun segreto da custodire o esportare, se non appunto la piantina progettuale degli addobbi piantumali.
No, non era un movente cos importante da giustificare un omicidio cos complesso.
Ascolt la Redaelli, giusto per non essere scortese, pur senza alcun interesse investigativo.
Intanto si studiava quella donna strana.
Abbastanza alta, pochissima carne sopra le ossa, la pelle tirata, muscoli al limite della rottura, sotto la camicia si intravedevano dei capezzoli privi del seno sottostante: un linguaggio forbito, una voce cristallina e tutto sommato abbastanza gradevole.
Una donna strana eppure affascinante a suo modo.
Certo era agli antipodi dei canoni della bellezza mediterranea, eppure emanava un qualcosa di inafferrabile, come se il fascino fuoriuscisse tramite un'energia magnetica da quei movimenti legnosi e da quelle ossa sporgenti.
Una donna da interpretare. E da approfondire.
E che sicuramente conosceva Oksana.
Approfitt di una telefonata di Dalserri per liberarsene e proporle un caff.
"Meglio un succo di frutta", replic lei, educata e un po' altera.
Si spostarono verso un bar all'esterno di un padiglione, anche quello in via di allestimento.
Nessun caff, semplicemente perch non vedeva macchinette o miscelatori.
Le caraffe di succhi multicolori invece c'erano.
Insieme a bicchieri di plastica.
Buono, un mix di ananas e pompelmo.
Ripresero a trottare nel decumano, sotto vele che filtravano la luce del sole, con il sottofondo della voce stentorea della Redaelli.
Era un disco fisso, cianciava solo di lavoro, come se la anestetizzasse, come se questo potesse riportare in vita la sua collega.
Ardig la fece blaterare qualche minuto, poi si decise a stoppare quella cantilena.
"Lei era a strettissimo contatto con Oksana... eravate in confidenza?"
"Sono una persona riservata e rispettosa della privacy altrui. E lo era anche Oksana. Per..."
"Eravate amiche?", ripet deciso.
"Penso di s. Oksana era una bella persona. All'inizio era sulle sue, come lo sono io, poi conoscendola non potevi non volerle bene. S, per me era diventata un'amica."
Un'emozione fluttu nell'aria, come se ci fosse qualcosa di sottinteso da cogliere.
Un qualcosa che Ardig capt solo parzialmente.
"Oksana frequentava qualcuno ultimamente?"
"Che io sappia no, nessuno."
Lapidaria. Garbata, ma lapidaria.
Prov a insistere, mentre si accendeva una sigaretta.
"Mi ha appena detto che era una persona riservata, come fa ad esserne sicura?"
"Perch so cogliere i dettagli."
"Uhm... Da quanto lavoravate insieme?"
"Io sono qui dallo scorso autunno, pertanto circa sette mesi."
"Mi perdoni la domanda: lei di cosa si occupa precisamente? Voglio dire che lavoro farebbe nella vita normale, Expo a parte..."
Una risata argentina illumin il viso algido della Redaelli.
" una domanda difficile se vuole una risposta veloce. Ho una laurea in Filosofia ma ho trascorso molto della mia carriera tra il personale e il marketing. Poi da alcuni anni ho avviato delle collaborazioni con le pubbliche relazioni nel campo eno-gastronomico e non mi chieda per quale assurdo e tortuoso percorso sono arrivata fin qui a occuparmi di organizzazione della piantumazione."
"E quando questa giostra finir? Cosa far?"
La Redaelli si arrest guardandosi intorno, lasciando volteggiare lo sguardo su padiglioni e pagode.
"Commissario, l'Expo non  ancora iniziato e lei pensa a quando sar finito? Preferisco vivere alla giornata. E poi dopo quello che  successo..."
Vivere alla giornata. Magari lo preferiva anche Oksana. E magari lo avevano detto anche tre giorni prima, senza sapere che quella per lei sarebbe stata l'ultima giornata da vivere.
Salut la Redaelli e torn verso l'entrata.
Nella piazza davanti alla chiesa di Santa Giustina c'erano meno di venti persone.
Met erano carabinieri, gli altri vecchietti che bighellonavano nelle panchine dell'omonima piazza.
Pi curiosi che partecipi alle esequie.
Affori non si era certo scomodata per l'ultimo saluto al maresciallo Lorenzo Bucchioni.
Del resto era pensionato da tanti anni e non abitava neppure in quel quartiere dove nessuno, alla faccia delle ottimistiche previsioni di Terranova, lo ricordava pi.
Fontana accompagn il feretro vicino alla Mercedes nera adattata a carro funebre: attese che il portellone si fosse chiuso, poi si decise ad andarsene.
Detestava i cimiteri, come detestava i funerali.
Per Bucchioni aveva fatto un'eccezione, ma almeno l'inumazione nel campo santo se la sarebbe risparmiata.
Aveva bisogno di farsi una doccia e rifiatare.
Anche perch l'indomani lo attendeva una giornata che si preannunciava difficile, in uno studio di avvocati esperti in separazioni.
A fine pomeriggio Ardig aveva un bel niente in mano.
Nessun movente, nessuna pista, nessun elemento.
Soltanto la sensazione che l'Expo non c'entrasse nulla con l'omicidio della russa trapiantata in piazzale Morbegno.
Lo aveva spiegato al Questore, che poco convinto aveva ascoltato garantendo che avrebbe girato l'osservazione al Prefetto e all'assessore comunale che lo stavano pressando.
Nel tardo pomeriggio, rientrando in autostrada, Samantha stava pensando a Cristian.
Si erano incrociati pi volte, si erano sfiorati, ma senza mai trovare qualche minuto per parlare.
E lui sembrava sinceramente sollevato di questo.
Lei no, lei avrebbe voluto parlargli e stargli vicino.
Certo non in quel casino, ma fuori, magari in pausa pranzo e invece niente.
Adesso Samantha guidava piano, a 80 all'ora, lenta lenta, sulla corsia di destra, schiacciata tra i camion, e intanto riordinava il caos emozionale. E ripensava.
A quella domenica di tre settimane prima, quando era salita a trovarlo su, al monastero di Montisola e gli aveva portato un regalo.
Un telefono cellulare, di quelli semplici, essenziali, solo un telefono, mica uno smartphone: dentro c'era gi una sim con una ricarica di 50 euro e una tariffa agevolata per gli orari serali.
Almeno, finalmente, avrebbero potuto sentirsi nonostante fossero in due citt diverse che parevano universi differenti.
Quel giorno, quella domenica di fine marzo, avevano pranzato con i vecchi monaci che poi si erano appisolati, appesantiti dalla zuppa e dal pane.
Loro avevano fatto una passeggiata nei boschi intorno al convento, tenendosi per mano come capitava ormai sempre pi spesso tra di loro.
Anche se erano soltanto amici.
Poi lei, con la scusa di farsi mostrare qualcuno dei tomi che Cristian prelevava dalla biblioteca del convento e teneva nella sua stanza, era riuscita a farsi portare nella sua spartana celletta.
Sembrava tutto perfetto. Lui, lei e il silenzio.
Aveva atteso quel momento per mesi, rimuginando e tormentandosi, fino a quando era arrivato l'Expo, con quella commessa vinta dal loro vivaio, e Cristian se ne era andato a Milano. Via da lei.
Quella domenica per era tornato a casa e lei era l.
Con lui, da soli.
Un'occasione irripetibile. Per cui si decise.
Lo abbracci e, sorprendendolo, lo baci.
Un bacio pasticciato, lui impacciato, bloccato, lei costretta quasi ad assalirlo, a non farlo sgusciare via.
Aveva impiegato un po', poi lui aveva cominciato a ricambiarla, a cercare la sua lingua. E a scaldarsi.
La avvinghiava, la toccava, un po' maldestramente ma la toccava.
Lei aveva cominciato a sbottonare la camicia, poi a sfilarsi il reggiseno, indifferente al fatto che fossero in un monastero.
Lui l'aveva contemplata come fosse una Madonna e poi si era aggrappato con la bocca ai capezzoli, come un cucciolo in cerca di latte, inturgidendola.
Era saltata la gonna ed erano saltati pure gli slip.
Lei aveva cominciato a spogliarlo, aprendogli la lampo dei jeans: scoprendo che lui non si era ancora eccitato.
Eppure lei non si era persa d'animo e con la bocca, con la lingua, memore di quelle tante volte in cui aveva dovuto fare quel servizietto a suo marito, ci aveva provato, a rianimarlo, ma niente di niente.
Si era accontentata di farsi masturbare, con delicatezza, con un tocco morbido che l'aveva portata a un orgasmo pazzesco che l'aveva travolta.
Poi si erano rivestiti, imbarazzati, pi lei che lui.
Come se quella mancata erezione, che tanto crucciava i maschietti orgogliosi della loro virilit, non lo avesse minimamente turbato.
Non ne avevano pi parlato, quel pomeriggio.
E non avevano parlato mai pi, perch Cristian il cellulare che lei gli aveva donato lo teneva quasi sempre spento, non aveva neppure un indirizzo mail a cui scrivergli e a Milano stava chiss dove.
Samantha sent un'amarezza mischiata a delusione, e forse a dolore, risalirle lungo la bocca dell'esofago.
Maled il destino.
Dopo suo marito meritava di meglio, meritava un brav'uomo che la circondasse di premure e attenzioni e la risarcisse di quanto non aveva avuto finora.
E invece per colpa di chiss quale sortilegio nefando aveva finito per incaponirsi su Cristian, spinta dal magnetismo inspiegabile di una calamita che l'attraeva verso di lui, verso i suoi sorrisi a coprire i suoi silenzi, verso quegli occhi verdi che non lasciavano trasparire i tormenti della sua anima.
Lei sapeva della storia di Cristian, era una delle poche a saperlo, gliel'aveva raccontata un paio di anni prima il priore, quando lei e Cristian avevano cominciato a vedersi, da amici.
Quel caro vecchio monaco, intenerito, o forse preoccupato, si era sentito in dovere di raccontarle tutto, chiedendole la promessa della massima discrezione.
Promessa mantenuta, ma ora Samantha si chiedeva se Cristian si sarebbe mai liberato del suo passato.
E se quel lupo selvatico, anche se non feroce, sarebbe mai diventato un cane affettuoso e protettivo, un compagno di vita...
Della sua vita, perch almeno a se stessa doveva ammetterlo: lei Cristian lo amava, da tanto, e adesso che lui era lontano stava male come non avrebbe nemmeno immaginato.
...
.
...
4.
...
.
...
Oksana lo studiava attentamente: nessuna fede al dito, nessun anello e, stranamente, nessuno smartphone con cui smanettare come invece stavano facendo tutti gli altri passeggeri.
Qualche sobbalzo e il piccolo bus si ferm, scaricandoli a poche centinaia di metri dalla stazione della metropolitana esterna al perimetro recintato della Fiera di Rho-Pero.
Scesero nella sotterranea.
Sempre in un imbarazzato silenzio.
Si mischiarono alla folla variopinta in attesa del convoglio.
Il tabellone luminoso segnalava tre minuti all'arrivo del prossimo treno.
Senza accorgersene si decise.
"Comunque io sono Oksana", bisbigli, allungandogli la mano.
"Lo so", rispose lui, ricambiando la stretta.
Aveva dato fiato alla bocca con un'altra ovviet.
Gi, lei era il capo, quella che dirigeva i lavori.
Normale che gli operai sapessero il suo nome.
" un bel nome", aggiunse "viso d'angelo", prima di ricambiare: "Io sono Cristian."
"Un bel nome anche il tuo."
L'ennesima ovvia banalit.
Per un attimo Oksana vacill: due ragazzini di 12 anni sarebbero stati pi spigliati di loro.
Era come se Cristian si facesse inseguire, con le parole.
Figuriamoci se fossero passati ai fatti...
Tuttavia erano proprio quelli, i fatti, quelli di cui Oksana aveva pi bisogno.
Sentirsi nuovamente una donna. Una donna che desidera un uomo e viene desiderata da lui.
E Cristian non era solo bello da fare schifo.
Era molto di pi, era ingenuo, puro, educato, gentile.
Non ci provava, non sbavava.
E la guardava senza malizia, come se ammirasse una bellezza diversa da quella carnale e femminile che si illudeva ancora di incarnare. La osservava come se stesse ammirando un'opera d'arte, uno scorcio da una scogliera, un panorama collinare.
Si chiese se anche lui fosse...
"Sei russa, vero?", le domand, interrompendo il flusso dei suoi pensieri.
Sulla banchina soffi una corrente fresca che annunciava l'arrivo del treno.
Salirono. E lei rispose.
"Ero russa, ormai sono italiana da tanti anni. Lo sono diventata per matrimonio", gli comunic, mettendo le prime carte in tavola.
Anzi, meglio metterle tutte.
"Poi mi sono separata, ma ormai la mia cittadinanza  italiana."
"Ah...", fu l'unico commento di Cristian, che pareva poco interessato all'argomento.
E a lei in generale.
Anche se qualche occhiata alla scollatura la lanciava.
Per cui Oksana decise di incoraggiarlo, facendo saltare con disinvoltura un altro bottone, aprendo un belvedere sulla sua terza misura ben sorretta da un reggiseno rinforzato.
Lui apprezz, lanciandole altre occhiate.
Lei sorrise compiaciuta, lo aveva preso all'amo.
...
.
...
Milano, mercoled 15 aprile 2015.
...
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Milano si stava godendo una primavera eccessivamente calda. Un'altra anomalia atmosferica perch l'estate precedente si era scordata di presentarsi al canonico appuntamento di giugno.
Tra recriminazioni e rimpianti: niente afa, niente solleone, soltanto cielo plumbeo e acqua a catinelle. Con annessa incazzatura dei tanti milanesi rimasti in citt che, dopo un lungo inverno e una piovosa primavera, avevano sperato di godersi un'estate come le altre e non stile Londra o Dublino.
E invece Giove Pluvio, o qualcun altro nelle alte sfere, aveva deciso diversamente. Poi era arrivato un autunno che pareva quasi un'estate ritardata, quindi un inverno che non aveva mai costretto a utilizzare l'aggettivo "freddo" se non per una manciata di giornatacce a cavallo tra gennaio e febbraio.
E a seguire una primavera "tropicale" dove aprile sembrava gi giugno.
Per la serie non ci sono pi le stagioni di una volta...
Ad Ardig del meteo non fregava nulla. Per la verit il vicequestore aggiunto Bruno Ardig se ne fregava quasi di tutto ci che lo circondava, carriera inclusa. A quasi 42 anni era attore non protagonista della sua vita e della vita in generale. Non aveva una sua famiglia, non aveva una fede in cui credere, non aveva una vera ragione per alzarsi al mattino, non aveva neppure una casa nel senso reale del termine, perch un bilocale preso in affitto da quasi un decennio con qualche mobile di dubbio gusto gi presente e gli scatoloni a sostituire le cassettiere che mancavano non si poteva certo definire una casa, dove vivere, dove rintanarsi, dove stare bene.
Le poche cose che riempivano la sua esistenza erano il suo lavoro ossessionante di responsabile della sezione Omicidi della squadra Mobile di Milano, il suo cane, Frog, un bastardino semi cieco raccattato ai margini di un mercato rionale un paio di anni prima, il tifo sfegatato per l'Olimpia, la gloriosa squadra di pallacanestro di Milano, e l'attivit fisica, che si traduceva in corsette e flessioni al mattino e lunghe pedalate con la mountain bike nel fine settimana. Tutto l.
E a pensarci bene ad Ardig non fregava nulla neppure dell'Expo che invece aveva invaso la vita quotidiana dei milanesi, penetrando come un ospite che non ha neppure bussato.
Bastava guardare i tanti striscioni e manifesti appesi in ogni dove in citt.
"Nutrire il pianeta - Energia per la vita."
Ormai non ne poteva pi, era saturo.
Eppure il teatrino non era nemmeno cominciato.
Proprio cos. Lui stava gi facendo il conto alla rovescia e ancora l'evento non era partito.
Un po' come una volta, quando c'era il servizio militare obbligatorio, e si iniziavano a contare i giorni addirittura quando arrivava la temuta cartolina e ancora non avevi manco fatto la valigia.
In compenso aveva gi il primo morto "made in Expo" su cui indagare.
E ne aspettava un secondo, che con l'Expo non c'entrava nulla.
Pensava a tutto questo mentre correva, come faceva ogni mattina, andandosene su e gi in circonvallazione, la stessa lunga strada che cambiava nome ai semafori, da viale Romagna a viale Campania, da viale Mugello a viale Molise gi fino a viale Puglie.
Perch poi avevano infilato il Mugello in mezzo alle regioni?
A dire la verit ad Ardig non fregava nulla nemmeno di questo.
Come in genere non fregava nulla neppure dei morti su cui indagava.
Nomi, cognomi, et, professioni, storie: dati che incamerava senza mai abbinarli realmente a un essere umano che non c'era pi, scomparso dalla scena terrena insieme a tutto il suo corollario di sentimenti, affetti e ricordi.
Cinico, superficiale, distaccato. Era diventato cos. Ragionava cos. E ultimamente lavorava cos.
E il caso di Oksana Spirova non faceva eccezione.
Doveva indagare e catturare un omicida da consegnare a una giustizia, quella dei codici e dei tribunali, in cui credeva sempre di meno.
Per erano loro, gli assassini, i cattivi, a interessarlo, non i buoni, quelli che non c'erano pi.
Una perversa attrazione per Caino e non per Abele.
Una morbosa attenzione verso un folle che prima fa infilare una donna in una vasca da bagno e poi le infila un sacco di plastica in testa e la soffoca.
Eccola la verit, voleva lui, voleva guardarlo in faccia, leggergli il male negli occhi e fermarlo.
Ma questa forse non era giustizia. Era una caccia grossa, esclusivamente privata, non molto diversa da quella dei malati d'Africa che braccano bestie feroci, come leoni o rinoceronti, solo per gustare l'adrenalina dell'istante in cui si troveranno faccia a faccia con la loro ambita preda, con tutti gli annessi rischi, solo per sentirsi vivi, almeno per quell'attimo fuggente e pericoloso.
Una roulette russa dall'esito mai scontato.
Correva Ardig e nella testa rivedeva il corpo di Oksana coperto dal telo termico e poi l'espressione vuota del vecchio sgozzato.
E poi pensava a loro, agli assassini ancora senza volto.
Un'ora pi tardi, giunto in piazza San Sepolcro, il commissario Ardig si era concesso il solito espresso al solito baretto, con occhiata fugace alla "Gazzetta dello Sport" per leggere della sua amata Olimpia.
Perch Expo o meno c'erano le ultime giornate di campionato e poi i playoff per lo scudetto e la Milano del basket voleva riconfermarsi campione d'Italia.
Dieci minuti dopo saliva in ufficio.
Poche anime vive nei corridoi.
Tutti in giro a cercare elementi per ricostruire il romanzo della tormentata vita di Oksana Spirova, una pagina dopo l'altra, fino al tragico capitolo finale, quello in cui la sventurata venuta dal Baltico finiva uccisa con un sacchetto giallo, pigiato sulla faccia a toglierle il respiro.
Ne approfitt per scrutare i giornali.
Eccola qui la libera informazione milanese.
Libera solo sulla carta, non quella stampata ma quella teorica con cui pulirsi il fondo schiena, perch in realt i giornali sono al servizio di chi li paga, ovvero degli editori, che poi sono l'imprenditoria, la finanza e in parte la politica, di cui dovrebbero scrivere liberamente e non in maniera asservita.
L'imprenditoria, la finanza e la politica...
Ovvero tutto quello che stava dietro anche alla grande macchina organizzativa e propagandistica dell'Expo.
E infatti, miracolosamente, il ritrovamento del corpo senza vita di Oksana Spirova non veniva mai accostato all'esposizione universale.
Soltanto marginalmente qualche cronista, tra cui lo stesso Malerba, era stato costretto suo malgrado a citarne la professione ovvero collaboratrice con la struttura dell'evento.
Ma per l'appunto soltanto un marginale accenno, niente di pi, preferendo soffermarsi su particolari morbosi e pi allettanti per i lettori: tipo che era stata ritrovata senza mutandine...
Un particolare che non avrebbe dovuto trapelare, ma il porto di mare della Questura e dei suoi troppi corridoi era peggio di un colabrodo.
Le ricostruzioni sull'accaduto, come sempre, erano le pi fantasiose: vittima di un tentativo di stupro, morta nel corso di un gioco erotico estremo e via dicendo.
Di tutta l'erba un fascio. L'importante era che dell'Expo si parlasse il meno possibile in quelle pagine di cronaca nera.
Meglio cos. Meno pressione mediatica sul caso permetteva di lavorare meglio.
E volendo di pensare anche ad altro.
Gi, perch sulla sua scrivania, a reclamare la sua attenzione c'erano due fogli.
Il primo, con l'intestazione del ministero degli Interni, era una proposta di trasferimento con annessa promozione: un ruolo da responsabile della Squadra Mobile della Questura di Trento.
Il fondamentale step intermedio per l'avanzamento di carriera successivo: quello da vice a questore.
Chiunque al suo posto avrebbe gi firmato. Lui ancora no.
Un anno e mezzo prima aveva rifiutato una proposta ancora pi allettante: un incarico da responsabile di un gruppo investigativo sui delitti a matrice esoterica, a Roma, direttamente al Viminale.
Un no istintivo, senza una ragione vera.
Adesso era di nuovo a un bivio.
Trento, una citt dove c' una buona qualit della vita. Per chi ovviamente la vita riesce a viverla e non soltanto a consumarla come la sabbia che scende nella clessidra.
E quel primo foglio in qualche modo si legava al secondo.
Un banale ricettario del medico, vergato da un vecchio compagno di liceo, Gianfranco, uno con cui ogni tanto ancora si incontrava per una bistecca e due chiacchiere.
Lo aveva trovato male, Gianfranco, e glielo aveva sbattuto in faccia senza mezzi termini.
Non fisicamente, non esteriormente, perch nonostante le venti bionde che inalava ogni giorno, e una dieta dettata dal signor Mc Donald's o dai suoi concorrenti, si manteneva sempre in forma a suon di corsa nello smog amico della circonvallazione est e di flessioni pompate sul pavimento.
No, il problema era un altro e traspariva dalle sue parole, dai gesti, dai silenzi spaccati dai pochi pensieri che esternava, dallo sguardo cupo tendente al rabbioso: l'insoddisfazione esistenziale che da sempre lo rodeva, e quel mal di campare che fingeva di ignorare, stavano cominciando a presentargli il conto.
Sotto una forma subdola di depressione, che riusciva a contrastare soltanto con massicce iniezioni dell'adrenalina pompata dal suo lavoro di poliziotto.
Un'arma di contrasto sempre pi spuntata.
Per questo Gianfranco gli aveva consigliato due strade.
Una radicale: aprire la porta della sua testa e del suo cuore al mondo esterno e farlo entrare nella sua gelida esistenza.
In una parola vivere, anzi iniziare a vivere e a scegliersi la propria vita.
Magari cambiando aria e panorama e allora cosa meglio di Trento per resettare e ripartire?
L'altra opzione era quella pi pigra, pi praticabile: andare avanti cos, fingendo che fosse tutto a posto e prendersi qualche pasticca in farmacia.
Anti depressivi sostanzialmente.
Ed ecco il secondo foglio scritto con quella grafia indecifrabile tipica dei medici.
La farmacia: l'anticamera dello strizzacervelli, tappa successiva del suo decorso depressivo.
Erano l quei due fogli, a trenta centimetri dalla punta del suo naso, uno a fianco all'altro, quasi gareggiassero tra di loro, e lui li scrutava indeciso sul da farsi.
Trento forse poteva essere la soluzione al suo problema esistenziale.
Perch no? E poi, continuava a ripeterselo, cosa aveva da perdere?
Era nato in Valtellina e cresciuto a Milano.
Non si era mai sentito valtellinese ma forse neppure milanese, se non per l'accento e per tutte quelle skills che contraddistinguono chi vive sotto la Madonnina: l'etica del lavoro, il rispetto delle regole, dell'ordine e del prossimo.
Tutto l, per il resto non aveva un bar dove il barista lo salutasse chiamandolo per nome, un ristorante dove il cameriere lo avvicinasse proponendogli il suo piatto preferito, un negozio dove potesse pagare la spesa il giorno successivo per la serie "tanto ti conosco e di te mi fido".
In trent'anni da milanese continuava a sentirsi un estraneo in una citt di un milione e mezzo di estranei che per qualche oscura ragione si ostinavano a vivere insieme e a incazzarsi gli uni con gli altri per il traffico, i pochi parcheggi, la metro intasata, le code nei negozi e tutto il resto.
Resettare e ripartire in un'altra citt poteva essere l'occasione giusta, forse l'ultima.
A quasi 42 anni, meglio tardi che mai.
Troppi pensieri: decise di concedersi una passeggiata con Frog per cercare di fare ordine nel caos distruttivo della sua mente.
Sbuc dal portone di piazza San Sepolcro e si regal una sgambata in via Torino e una fetta di crostata, consumata su una panchina nel verde dei giardini pubblici di piazza Vetra.
Alz la testa per godersi il cielo.
Il solito striscione multicolore "Nutrire il pianeta - Energia per la vita" svolazzava tra le colonne di San Lorenzo.
Un'ossessione permanente.
Al rientro in ufficio Ardig trov sul tavolo, ad attenderlo, la relazione del medico legale, redatta e siglata dal dottor Ruggero Salerno.
Tecnicismi a go go, per comprendere bene il significato di quel referto occorreva un compendio di medicina e chirurgia.
Aria fritta, la polpa Ardig l'aveva gi ascoltata direttamente dalla voce dei due coroner, il resto erano dettagli di cui non gli fregava nulla.
La collocazione del decesso era stimabile tra la mezzanotte e le tre di notte, la causa ovviamente un'asfissia meccanica con conseguente frattura dell'osso ioide.
L'esame tossicologico, effettuato a tempo di record, aveva dato esito negativo: Oksana Spirova non faceva uso di sostanze stupefacenti.
Riguardo alle tracce di schiuma repertate nella trachea si trattava di un banale bagno schiuma al sandalo e vetiver.
Chiss magari l'assassino, o l'assassina, l'aveva acquistato all'Esselunga e portato a casa con quel sacchetto che avrebbe poi utilizzato per soffocare la Spirova.
Stava chiudendo il fascicolo quando sent bussare.
Al canonico "avanti" segu una ventata di profumo.
Poi una donna, sulla quarantina, slanciata da un tacco aggressivo, jeans e una specie di poncho nero, di lana, svolazzante a coprirle il busto.
Mora, capelli lunghi e lisci, gli occhi, neri, accesi da un fuoco interiore che traspariva fino alle pupille e cerchiati da un filo di trucco scuro.
Una moderna strega senza scopa.
Affascinante. Intrigante. Conturbante.
"Desidera?", domand, meno brusco del solito.
Lei si avvicin sicura, allungandogli la mano.
"Sono la dottoressa Barbara Lunardon, ma propongo di passare subito al tu, se sei d'accordo."
Lui sorrise.
"Nulla da obiettare, ma posso sapere chi sei?"
"Non ti hanno avvertito? - cinguett, mentre si accomodava sulla poltroncina di destra. - Sono il criminologo forense che ti affiancher nell'indagine."
Il sorriso si spense istantaneamente.
Donna interessante, ma non la voleva tra i piedi.
Non come criminologo quanto meno.
"Ah..."
"Complimenti, che entusiasmo", lo punzecchi, senza perdere un istante.
"Sono sommerso dal lavoro e..."
"... e io sono qui per darti una mano", tagli corto lei.
Sicura di s e con la risposta pronta.
Valut che almeno gli era capitata una sveglia.
Avrebbe preferito non avere l'apporto di alcun "strizzacervelli", ma se proprio doveva...
La invit a sedersi.
Lei si accomod, occhieggiando incuriosita, e stupita, il bastardino accampato sopra una pila di coperte sotto la finestra.
"Ok, allora benvenuta a bordo. Cosa ti serve?"
"Una scrivania per appoggiare il mio pc e naturalmente il fascicolo dell'omicidio", rispose secca.
"Naturalmente. Nient'altro?"
"No, finch non mi studio i verbali preferisco non farmi contaminare da idee o impressioni altrui."
"Come vuoi."
Convoc il piantone per far sistemare la nuova arrivata.
Quindi le fece portare gli incartamenti e torn in ufficio, dove il telefono stava nuovamente squillando.
"Che c'?"
Ancora il piantone dell'ingresso: "C' qui un ufficiale dei Carabinieri che chiede di lei".
"Di me?"
"Beh, s... ha chiesto del dirigente della sezione."
"Uhm, va beh... fallo salire."
Si aspettava di veder comparire una divisa sgargiante e il solito militare baffuto e dall'aria irreprensibile, invece dalle scale sbuc un tizio sulla quarantina, alto come lui, fisico robusto e faccia pulita.
"Sarebbe lei l'ufficiale dei Carabinieri?", domand, con una punta di scetticismo.
"Lo sono. Tenente Marco Fontana, piacere. E grazie per avermi ricevuto senza appuntamento."
"Per ho solo due minuti, si accomodi", gli indic la porta dell'ufficio e poi la poltroncina di destra.
Andando a sedersi lo osserv bene.
Non sembrava affatto un carabiniere.
Il tablet in mano, il Rolex al polso.
Sotto la giacca aveva spalle larghe a svelare un'evidente passione per il nuoto: non avesse fatto il carabiniere uno cos lo avrebbe visto in infradito e costume a bordo vasca, come istruttore, a respirare l'odore del cloro e sentire il rimbombo della sua voce echeggiare tra le corsie mentre urlava ai bambini come impostare le bracciate.
"A cosa debbo questa visita?"
Il volto di Fontana si apr in un sorriso, illuminato da una bella chiostra di denti bianchi.
"Vorrei chiederle un favore, un piccolo strappo alla regola."
"Sentiamo."
"Ero un amico del maresciallo Lorenzo Bucchioni, quell'anziano che..."
"Il maresciallo morto di infarto a Greco?", lo interruppe Ardig.
"Esattamente, proprio lui."
"E il favore che vorrebbe da me?", chiese, mentre si accendeva una sigaretta e ne porgeva una al carabiniere che rifiut.
"No, grazie, non fumo."
"Spero non la infastidisca."
"No, ci mancherebbe. E poi siamo nel suo ufficio."
"Allora, questo favore?"
"S... ecco, vede... come le ho anticipato al maresciallo Bucchioni ero particolarmente legato,  stato il mio primo comandante e..."
"E?", lo incalz Ardig, curioso di scoprire dove voleva andare a parare.
"E niente... soltanto volevo accertarmi di persona che sia stato davvero un infarto."
Ardig tir una boccata e lo squadr in tralice.
"Perch non dovrebbe essere stato un infarto?"
Fontana mise le mani avanti.
"No, per carit, non ho detto questo, soltanto c' qualcosa che non mi convince."
"Ovvero che un 80enne fosse in giro a passeggio alle tre di notte?", lo anticip Ardig.
Fontana sorrise, compiaciuto: "Mi avevano detto che lei  uno sveglio".
Bugia colossale.
Gli avevano detto che quel commissario era uno stronzo.
"I suoi interlocutori evidentemente sono generosi nell'elargire complimenti. Sarei sveglio solo perch sono in grado di leggere un referto medico?", replic Ardig, intento a perlustrare il caos routinario della sua scrivania in cerca del fascicolo giusto.
Lo intravide e lo allung al tenente.
" questo lo strappo alla regola che mi voleva chiedere?"
Fontana sorrise ancora di pi.
"La ringrazio davvero."
Apr lo scarno incartamento e individu immediatamente il verbale post mortem.
Arresto miocardico generato da sub occlusione di un'arteria.
Traduzione per chi non aveva studiato medicina legale: un infarto.
"Soddisfatto?", chiese Ardig.
"Mah... che devo dirle... sembra proprio un infarto."
"Cosa si aspettava?"
"Nulla..."
Pareva ben poco sincero.
"Mi vuole spiegare il perch del suo scetticismo?"
"Il perch, se devo essere sincero, non lo so neppure io... eppure, ha presente quando l'istinto ti suggerisce qualcosa di diverso?"
Certo, aveva presente. Gli era successo spesso nel corso della sua carriera investigativa e aveva imparato ad assecondare questo "sesto senso".
Che per andava anche accompagnato da qualche fatto concreto.
Altrimenti sfociava nella pura paranoia.
E i fatti erano stati messi nero su bianco dal medico dell'ambulanza intervenuta quella mattina per soccorrere l'anziano ormai trapassato a miglior vita.
Quindi cosa angustiava questo Fontana?
Il tenente riprese, con una premessa: "Dopo l'accademia ufficiali la mia prima destinazione era stata proprio la stazione di Affori, che allora era diretta dal maresciallo Lorenzo Bucchioni, ormai non lontano dal pensionamento. Un uomo attento, rigoroso, ma anche buono e paziente: mi ha insegnato tanto nei mesi in cui l'ho affiancato, ha coperto i miei piccoli errori, mi ha rimbrottato, mi ha fatto crescere. E io gli sono sempre stato affezionato in tutti questi anni, in cui ogni tanto ci vedevamo per un caff o ci sentivamo al telefono."
Ardig attese che arrivasse al punto.
"L'ultima volta che l'ho sentito mi era sembrato turbato da qualcosa, come se avesse un problema, ma non mi ha accennato nulla e poi al telefono..."
"Quando l'avevi sentito l'ultima volta?", gli chiese, passando dal lei al tu.
"Lo avevo chiamato alla vigilia di Pasqua per fargli gli auguri. E non so, mi era sembrato turbato, ma forse era stata solo un'impressione."
"Fammi capire, avete dei dubbi - lo ferm Ardig, accendendosi un'altra sigaretta e calcando su quella seconda persona plurale, avete, manifestando lo stupore per il fatto che i Carabinieri, cos gelosi delle loro prerogative, stessero lavando i loro panni sporchi a casa dei rivali della Polizia - sulla sua morte e volete aprire una vostra inchiesta interna? Per noi non c' nessun problema. Davvero, per noi il caso  chiuso."
Fontana scosse la testa.
"Non c' nessuna inchiesta. Io sono a Milano in licenza per ragioni personali e di questa chiacchierata vorrei non ne facessi una parola con nessuno."
Il capo della Omicidi sorrise a sua volta.
"Ci mancherebbe... un'indagine non autorizzata... a una prima occhiata non ti giudicherei il tipo."
"E invece eccomi qui. Magari sono soltanto paranoico eppure in questa storia devo vederci chiaro. Lo devo al maresciallo."
"Scusa se mi ripeto: mi spieghi cosa non ti convince?"
"Tutto. Ad iniziare dalla dinamica. Come hai detto tu poco fa, ma ti pare che uno va a passeggiare alle tre del mattino?"
No, a rigor di logica no. Per un anziano, pensionato e magari pure solo, ha ritmi diversi da chi lavora, da chi ha una moglie o dei figli sotto lo stesso tetto.
"Poi?"
"E poi non so... ti ho detto che l'ho sentito turbato e pochi giorni dopo muore improvvisamente. Tu alle coincidenze ci credi?"
Ardig fece una smorfia indecifrabile.
"Atteniamoci ai fatti. Questo tuo maresciallo godeva di buona salute?"
Il tenente lo guard negli occhi, quindi scosse la testa, quasi deluso.
"No, cio... insomma il maresciallo aveva avuto un infarto intorno ai 70 anni, quando era andato in pensione ed era rimasto vedovo..."
Ardig ricambi lo sguardo con un'insolita comprensione.
Un infartuato che muore di infarto... alla faccia del caso misterioso.
"Ma poi si era ripreso alla grande! Non fumava, non beveva, mangiava tutto senza condimenti, era seguito da un bravo cardiologo, si faceva misurare la pressione con precisione maniacale. Ed era uno che si faceva a piedi cinque o sei chilometri ogni santissimo giorno. Fidati, non era uno da infarto improvviso."
"E se ne andava a passeggiare alle tre del mattino?"
"Che ne so... credo di no."
Ardig allarg le braccia: "Senti, ho il maledetto Expo alle porte e un caso difficile tra le mani..."
"Quella funzionaria dell'Expo trovata morta proprio a Niguarda?"
"Esatto e ti lascio immaginare le implicazioni connesse a questo delitto. E poi abbiamo pure quelli di via Padova sul piede di guerra... per noi il caso  chiuso e il magistrato lo ha gi archiviato come malore. Non c' nessun fascicolo di indagine. Puoi tenerti questo incartamento, tanto sono fotocopie e gli originali sono gi in archivio giudiziario. Di pi non so come aiutarti, davvero. Per lasciami il tuo telefono."
Fontana prese una penna e gli rub un post it vergandogli il numero.
"Va bene, ti lascio al tuo lavoro. Sei stato molto gentile. E dire che mi avevano detto che eri uno stronzo..."
"Prima avevi detto sveglio, non stronzo..."
Fontana arross, colto in fallo.
"Stronzo e sveglio."
"Faccio finta di crederci. In bocca al lupo per la tua indagine ufficiosa."
"Anche a te e... se una di queste sere ti andasse una birra..."
Si alz in piedi, raccolse l'incartamento e gli allung la mano.
"Contaci."
Fontana usc e chiuse la porta dolcemente.
Ardig rimase solo, con il solito mare di pensieri in tempesta.
Barbara Lunardon buss delicatamente.
"Hai voglia di un caff alla macchinetta?"
"Per carit, non bevo pi quello della macchinetta", spieg Ardig, stiracchiandosi dietro la scrivania, subito imitato dallo scricchiolante Frog, per cui scattava l'ora della passeggiata.
"Andiamo qui sotto al bar cos portiamo la belva a espletare le sue necessit fisiologiche."
La criminologa osserv la strana coppia che si alzava dalle rispettive postazioni.
Un commissario ombroso e scontroso, che ronzava corrente elettrica da un metro di distanza, e un bastardino cos brutto che persino tra gli homeless della Stazione Centrale avrebbe fatto brutta figura.
"Come si chiama?"
"Frog?"
"Che razza ?"
"Diciamo europea."
"Non sapevo esistesse la razza europea", ridacchi lei.
"Allora diciamo ibrida, suona meglio?"
"Un po'."
Lei sorrise, divertita.
"L'ho trovato in un mercato che razzolava tra i rifiuti e non aveva il pedigree..."
"Mi avevano detto che eri uno strano..."
"Secondo me ti hanno detto che sono uno stronzo."
Lei annu, con sincerit.
"Beh, anche... stronzo e strano."
E due. Prima il carabiniere e ora lei.
In un'ora si era sentito dire che era sveglio, strano, ma soprattutto due volte che era stronzo.
Fecero il giro della piazzetta in attesa che Frog trovasse il cartello di "senso unico" giusto da innaffiare.
Poi deviarono verso il baretto di via Cardinal Federico.
"Ormai bevo soltanto il caff del bar, invecchiando sto accumulando brutte abitudini", borbott Ardig.
"Quanti anni hai?"
"Vado per i 42."
"E io per i 41", lo inform lei.
Ardig la scrut, cercando di studiarla.
Simpatica e spigliata, eppure sembrava mascherare una rigidit che poche donne possedevano.
Ordinarono due "marocchini" e si accomodarono nei tavolini all'aperto.
"E per lui il solito", aggiunse il commissario indicando il cane.
Il cameriere annu e port un pezzo di pane secco del giorno prima per Frog che inizi a rosicchiarselo, scodinzolando felice.
"Non c' molto sulla Spirova", comment Barbara mescolando lo zucchero.
"Non abbiamo sms, non abbiamo mail personali", prosegu, lasciando trasparire una certa delusione.
"E le mail della posta aziendale?"
"No, tutte mail di lavoro, da cui emerge il ritratto di una donna rigorosa, precisa, anche autoritaria", elenc la Lunardon.
Prima di guardarlo dritto: "Tu cosa ne pensi?".
Ardig ingoll il caff e si adagi sullo schienale.
"Un delitto passionale. Lo racconta la dinamica dei fatti:
il bagno caldo, la masturbazione, il fatto che non sia stata esercitata alcuna violenza fisica."
Lei non replic.
"Stiamo battendo ogni pista, stiamo sentendo vicini di casa, colleghi, ma per ora niente. E nemmeno dai tabulati telefonici sta venendo fuori nulla di utile."
"Cosa cerchi di preciso?"
"Un contatto, qualcosa. Se una tizia esce con un tizio prima si scambia delle telefonate, degli sms oppure delle mail. Qui invece non abbiamo nulla."
"Per la sua posta personale non l'avete ancora reperita, no?"
"Abbiamo un indirizzo su un server russo, ma non abbiamo ancora decifrato la password che potrebbe essere una qualunque parola russa magari abbinata a un codice numerico. Stiamo aspettando che la polizia Postale se la faccia aprire dal server, tramite una sorta di rogatoria internazionale. Ma quelli sono russi... chiss quanto ci vorr."
"Mi pare che tu sia dell'idea che la Spirova non avesse una relazione fissa?", lo incalz la dottoressa.
"La sua collega lo esclude e dai tabulati non risultano utenze chiamate con particolare frequenza. Per cui potrebbe essere una conoscenza occasionale. Attendiamo gli eventi. Vedremo, qualcosa salter fuori...", concluse serafico.
"Non mi sembri cos impaziente come..."
Ardig le tir un'occhiataccia.
Non poteva raccontarle di quella lettera anonima e del suo macabro contenuto.
"Ho altri casi da seguire, oltre a questo", tagli corto.
"Capisco", si limit a commentare la Lunardon.
Via Podgora. La parallela del Palazzo di Giustizia.
Edifici signorili, portieri discreti e una quantit industriale di uffici legali.
Il tenente Marco Fontana, in completo grigio scuro e camicia blu notte, varc il portone di legno con animo pesante e passo leggero.
Possibile che bastassero poche firme per cancellare un giuramento di amore eterno?
Un giuramento indissolubile. In teoria.
Sal i gradini e arriv davanti alla porta dello studio legale.
La porta socchiusa. Dentro delle voci.
Una la riconobbe subito. Sabrina.
Il suo tono argentino, che una volta lo metteva di buon'umore solo a sentirlo.
Sabrina, un medico internista, una donna che aveva tanto da dare, ma preferiva darlo solo alle altre migliaia di esseri umani che curava ogni giorno e non all'uomo che aveva scelto di avere al suo fianco.
Si erano allontanati per questo, fino a separarsi.
Lei in ospedale fino a tardi, incluso il sabato.
Lui in giro ogni giorno, a casa solo ogni tanto e comunque con la testa rapita dalle sue indagini.
Troppo presi da loro stessi per accorgersi l'uno dell'altra.
Occorreva un compromesso, trovarsi a met strada, ma nessuno dei due aveva fatto quel primo passo.
E cos ora erano l, in un'anticamera di un avvocato divorzista.
Mentre afferrava il pomello della maniglia Fontana vide proiettarsi nella sua mente il film di dieci anni di matrimonio.
Eppure non prov alcuna vera emozione, come se il film che stava scorrendo nella sua mente lo vedesse da semplice spettatore.
Nessuna emozione, nessun rimpianto. E nessun dolore.
Si decise a premere sul pomello che stava lucidando con il palmo della mano.
Il corridoio spalanc la vista su una donna ancora bella, eppure immusonita e algida: Sabrina lo fissava con distacco, quasi fastidio.
Come se fosse una rogna da sbrigare e da archiviare.
La salut freddamente e borbott all'avvocato che aveva poco tempo.
Quaranta minuti e una decina di firme dopo tutto si era compiuto: ognuno per la sua strada.
Liberarsi di sua moglie gli era costato un appartamento con vista panoramica a Camogli, che aveva acquistato alcuni anni prima per farci romantici week end al mare.
Week end che poi, tra l'altro, non avevano quasi mai fatto.
Perch il venerd sera andare in Liguria  un'impresa e il sabato mattina  troppo tardi perch poi la domenica pomeriggio devi gi rientrare se vuoi evitare il controesodo...
Una perdita poco dolorosa, tranne per i soldi.
Ma quelli per Fontana erano l'ultimo problema per davvero.
Riabbracci Milano e la sua umidit.
Solo. Senza il finalmente a precederlo.
Solo in una citt che una volta era la sua e adesso lo trattava da estraneo.
Solo, come non lo era mai stato da tanto.
Difficile ammettere se fosse sollevato o meno.
Si incammin verso piazza Cinque Giornate per rientrare verso piazza Grandi.
Non aveva fretta, eppure camminava veloce, troppo veloce, manco stesse partecipando a una marcia competitiva.
Le tossine negative se ne andavano passo dopo passo, o almeno cos credeva.
Era cos preso dalla camminata, e con lo sguardo rivolto alle tante vetrine e insegne cambiate negli ultimi anni, che non si accorse neppure della donna sbucata da un portone, anche lei distratta, ovviamente, dal display del suo telefonino.
La travolse come un rugbista farebbe con il suo avversario, solo che lui pesava 85 chili e lei trenta di meno e rotol maldestramente sul marciapiede mugolando per la caduta.
Choccata, quasi temendo un'aggressione, lo fiss dal basso in alto.
Il tenente, solitamente rapido di riflessi per ragioni professionali, rimase imbambolato un secondo di troppo.
Carina, decisamente carina, con capelli castani mossi e un fisico snello e muscoloso, valorizzato da un tubino scuro smanicato.
"Almeno mi aiuti, no?", protest, ancora in terra.
"Certo, mi scusi, avevo la testa altrove e non mi sono accorto..., non l'ho fatto apposta."
"E ci mancava pure che lo avesse fatto apposta."
Le prese la mano e con garbo la aiut a rialzarsi, poi si chin a raccoglierle la borsa, professionale, in cuoio scuro, e una cartelletta.
Il cellulare no, perch anche nella caduta lo aveva stretto forte, come se fosse un salva vita, evitandogli ammaccature.
Attese che la donna si fosse del tutto ripresa.
Il tubino non presentava danni, la borsa neppure.
" tutto a posto?"
"Stavo meglio un minuto fa", si lament lei, prima di valutare con pi attenzione la complessiva figura del suo "tamponatore".
Che intanto sorrideva, un po' da ebete.
Cos'aveva da sorridere dopo averla travolta e sbattuta sull'asfalto?
"Mi perdoni davvero, mi chiamo Marco. Posso almeno offrirle un caff per farmi perdonare?".
"Un caff a quest'ora? Temo non dormirei pi..."
Secca e diretta. Per la serie togliti dai piedi che di danni per oggi nei hai gi fatti abbastanza.
"...comunque io sono Sonia e se proprio vuol farsi perdonare allora potrebbe offrirmi un aperitivo, ma senza farmi camminare perch con questi tacchi proprio non me la sento."
Inevitabilmente le osserv i piedi.
I soliti sandali di ordinanza, griffati e aggressivi.
S un tacco decisamente alto, ma se era cos scomodo perch indossava quelle scarpe?
E poi non era mica piccola di statura, anzi...
Valle a capire le donne.
"D'accordo, ti andrebbe - era passato al tu - di scegliere tu un bar? Sono un po' fuori allenamento qui a Milano."
"Non sei milanese, deduco."
"Lo sono, per da alcuni anni vivo a Roma e sono qui solo di passaggio per qualche giorno."
"Ah... trasferta di lavoro?"
"Non proprio, sono appena stato in uno studio legale a firmare le carte per la separazione", le confess candidamente, realizzando che stava raccontando a una perfetta sconosciuta uno dei momenti pi intimi, e fallimentari, della sua vita.
Ma forse era proprio quello che voleva, parlare, liberarsi, per razionalizzare il peso di un passaggio cruciale della sua esistenza, un passaggio doloroso e traumatico, anche se in quell'istante gli sembrava solo una formalit burocratica espletata e da archiviare.
Intanto si erano spostati verso la Coin e, da l, erano entrati in un ingresso parallelo che conduceva a un ascensore: dieci piani dopo erano in un lounge bar con terrazza e vetrate panoramiche che regalavano un'ampia visione di Milano e delle tante guglie che si arrampicavano verso il cielo.
I grattacieli della zona Pirelli, i nuovi palazzi della Regione, la torre dell'Unicredit e altre vette architettoniche che parevano sfidare le leggi della gravit e dei limiti dell'uomo.
Milano era cambiata e continuava a cambiare, molto pi di quanto stesse avvenendo a Roma.
Forse per merito dell'Expo.
O forse perch Roma  la citt eterna, mentre Milano  mutevole e guarda sempre avanti, al futuro.
Improvvisamente sent una vera nostalgia per la sua citt.
Ardig stava per uscire quando not la figura della criminologa ancora al lavoro.
Era partita con il massimo impegno.
E chiss, magari avrebbe potuto davvero aiutarlo.
Non solo su Oksana.
Poco prima era stato brusco, come suo solito.
Decise di rimediare, chiarendole almeno il perch della sua distrazione.
Prese il materiale inviatogli dalla mano anonima e si avvicin alla postazione della Lunardon.
"Prima, giustamente, mi hai fatto notare che ti sembravo poco sul pezzo e hai ragione", esord.
"E questo  il perch. Inviato da un anonimo che si sta divertendo a mie spese..."
La dottoressa sbirci il contenuto della lettera e impallid.
"Hai gi fatto esaminare questo materiale?"
"No, perch potrebbe essere semplicemente opera di un mitomane. E poi non vorrei scatenare un'inutile fuga di notizie. Quando avremo il morto su cui indagare allora ci penser."
"Veramente mi pare che ci stai gi pensando."
"Certamente. E ho fatto controllare la faccia di questo signore, ma non risulta nei nostri archivi. Potrebbe essere chiunque e..."
"...potrebbe essere ovunque", osserv lei con pertinenza e acume.
"Esatto, pertanto non mi ci voglio spaccare la testa finch non vedo il cadavere. Sono un tipo alla San Tommaso e se non infilo il dito nel costato... Per se domani mi fai una ricerca su questa carta e mi spieghi cosa significa te ne sarei grato."
"D'accordo. Sar la prima cosa che faccio domani."
"E stasera?", chiese il commissario, quasi senza accorgersene.
"Passo in albergo a fare una doccia e poi devo vedermi a cena con delle persone", spieg Barbara, senza fare aggiunte di nessun genere.
Ecco servito il due di picche. Oppure no.
Perch non era stato un invito vero e proprio.
Si salutarono con un po' di imbarazzo e Ardig la osserv mentre si incamminava verso Cordusio.
Poi osserv Frog che con i suoi occhi spenti si guardava intorno alla ricerca di qualche cartello stradale da innaffiare.
Era stata una serata piacevole.
Avevano chiacchierato, bevuto, riso e si erano scambiati i numeri di telefono.
E ovviamente avevano parlato di loro, delle loro vite.
Sonia si occupava di "risorse umane" per una multinazionale del lavoro interinale, abitava in viale Caldara, era convintamente single, perch, testuali parole, "amava farsi i cazzi propri senza dover rendere conto a nessun uomo" e, ogni volta che poteva, riempiva il trolley e partiva per visitare un Paese dall'altra latitudine mondiale.
La sua prossima meta sarebbe stata l'Indonesia.
E ci sarebbe andata da sola.
Fontana, da buon maschietto, avrebbe voluto concludere la serata a casa, sua o di lei, possibilmente su un letto, possibilmente nudi.
Ma non aveva avuto il coraggio di osare, non subito, non alla prima uscita, e lei non aveva concesso il minimo spiraglio.
Si erano salutati con il canonico scambio di baci sulle guance e augurati una buona notte.
Ora Fontana sorseggiava un bicchiere di whisky da solo al bancone di un bar ancora aperto, nonostante fosse l'unico cliente rimasto.
E ripensava a una giornata lunga.
A Sabrina, a Sonia, alle parole del capo della Omicidi, quell'Ardig cos antipatico nei modi di fare ma che, eppure, gli era piaciuto.
Tanti pensieri che affog in un secondo bicchiere di whisky da scolare in un paio di sorsate.
...
.
...
5.
...
.
...
Un'altra fermata era passata. Ne restavano poche. Un'altra prolungata occhiata alla scollatura la incoraggi.
Doveva lanciarsi.
"Ti andrebbe un aperitivo oppure... una passeggiata in centro?"
Mentre le parole fuggivano libere e ribelli dalla sua bocca Oksana si sentiva sempre pi ridicola.
Non ne azzeccava una.
Cristian era tutto sporco, sudato, come poteva in quelle condizioni...
E infatti lui scosse la testa: "Ho bisogno di farmi una doccia, prima."
Quel "prima" era una ciambella di salvataggio cui doveva aggrapparsi.
La afferr saldamente.
"Allora, magari pi tardi."
Lui sorrise, come al solito.
"Volentieri. Per..."
"Per?", ribatt lei, timorosa di un rifiuto.
"Non ho la macchina, se ti va di venire tu dalle mie parti."
"Dove abiti?"
"A Greco."
"Perfetto, non  lontano da casa mia. C' qualche ristorantino carino nei dintorni?"
"Se ti va cucino io, sono bravo, sai?"
Alla faccia, la invitava nella sua tana.
Quel bottone saltato aveva fatto il suo bell'effetto.
O forse lo aveva completamente sottovalutato.
A Cadorna lasciarono la rossa e trasbordarono sulla verde.
"Dove scendi?"
"A Gioia, poi vado a piedi."
"Da Greco  lontano."
"Mi piace camminare, poi  bella Milano."
"A che ora ci vediamo? Ti va bene alle 21,30?", lo incalz, ansiosa, Oksana.
"Perfetto, a dopo allora".
"Lasciami il tuo cellulare, non si sa mai..."
"Lo uso poco, lo tengo sempre spento", si giustific lui, per la prima volta imbarazzato.
Poi dallo zaino tir fuori un pezzo da museo della telefonia mobile.
Lo accese osservandolo come se lo caricasse con lo sguardo. "Dammi il tuo numero", chiese a Oksana.
"Vai, 335-586..."
Trenta secondi dopo vibrava.
"Eccolo, 348-691..."
Erano arrivati a Gioia. Lui balz fuori dalla porta scorrevole e le sorrise, innocente.
"Ci vediamo dopo."
Oksana lo guard scendere e avviarsi verso le scale.
Lo zaino in spalle, il culo sodo e alto, le spalle larghe.
Percep l'eccitazione e il brivido per quello che la attendeva: un uomo bellissimo e sconosciuto, uno all'antica, di poche parole e modi gentili, con braccia forti per stringerla e farla sentire una donna vera.
Come era sempre stata.
...
.
...
Milano, gioved 16 settembre 2015.
...
.
...
In genere i giornalisti ronfano fino a tarda mattina. Semplicemente perch la sera chiudono tardi le pagine, cenano ancora pi tardi e vanno a dormire quando il tardi rischia di confondersi con il presto, ovvero nelle prime ore della mattina.
Medardo Sangalli era un'eccezione a una regola che peraltro era quasi in via di estinzione e si avviava a diventare una leggenda degli anni ruggenti del giornalismo di una volta.
Ormai i giornali, falcidiati e sfiancati nell'era dell'informazione online, non correvano pi dietro alla cronaca anticipata dalla rete, ma si limitavano a commentarla e ad approfondirla, pertanto chiudevano prima, tra le 22 e le 23, e cos quella del cronista non era pi una vita alla Dracula, vissuta nelle ore del buio e dormita quando fuori brilla il sole.
Per Sangalli non era mai stato cos e comunque non lo era da almeno una dozzina di anni, da quando aveva messo al mondo due bimbi che si avviavano a diventare grandicelli, ma che ancora andavano lavati, vestiti, preparati e accompagnati a scuola, perch una moglie analista all'Ospedale Galeazzi esce di casa ancora prima di un reporter e non pu badare ai figli nella prima parte della giornata.
E cos il povero Sangalli si alzava alle 6,30 e trottava ininterrottamente fino alle 8,30, quando i due piccoli demoni varcavano il cancello della scuola elementare di Bruzzano, lasciandolo finalmente tranquillo per qualche ora.
La mattina libera, per riordinare le idee e rifiatare, pranzo solitario e magari un'oretta di riposino.
Quindi il pomeriggio in redazione alla "Voce Lombarda", con un contratto sempre pi traballante, in un giornale sempre pi in crisi come tutti i quotidiani privi di un importante gruppo economico alle spalle.
La "Voce Lombarda" apparteneva ai suoi lettori.
E i suoi lettori, nella Lombardia della crisi dove le aziende chiudevano e i disoccupati aumentavano, erano sempre di meno.
Dai 150mila degli anni ruggenti post Tangentopoli ai 40mila dell'ultimo anno e il trend era in calo...
Brutti pensieri professionali offuscavano la testa di Sangalli, che per si riteneva un uomo fortunato e non solo per la bella famiglia che si era costruito: da quasi vent'anni scriveva di agricoltura e ambiente, di natura e di verde.
Cose belle e sane.
Perch la Lombardia delle fabbriche e degli uffici, della
moda e delle fiere, contrariamente a quanto si possa pensare,  la regione pi agricola d'Italia, quella con pi cascine, con pi campi coltivati, con la maggiore produzione agricola dello Stivale.
Ecco perch l'Expo sull'alimentazione si faceva in Lombardia e non altrove.
E cos, almeno il materiale su cui scrivere non mancava. Almeno quello.
E nemmeno le occasioni per nuovi spunti professionali.
Come i libri fotografici. La sua ultima idea.
Poco lavoro di stesura, qualche buona storia raccontata, qualche aneddoto e poi loro, le foto, a farla da padrona.
A patto che il fotografo costasse poco.
E lui per fortuna lo aveva.
Il vecchio Ballabio.
Ne avevano gi fatti tre di libri fotografici.
Erano persino riusciti a raccontare la storia di una piccola azienda bresciana che alleva storioni ed esporta dell'eccellente caviale in Russia!
E l'ultimo prodotto editoriale, La storia dei nostri polli, lo aveva presentato proprio tre giorni prima alla libreria Lirus: bella presentazione, una trentina di copie vendute, ma quel pirla del Ballabio, il vecchio fotografo che si accontentava delle briciole pur di restare impegnato e non ingrigirsi lontano dal mondo professionale, non si era fatto vedere.
E ovviamente non aveva risposto al cellulare.
A pensarci bene non lo sentiva da diversi giorni.
E dato che non aveva di meglio da fare decise di andare a fargli visita e scroccargli un buon caff alla napoletana.
A quell'ora, se ben lo conosceva, era ancora in casa.
E poi, gi che c'era, doveva consegnargli il pass per entrare nel sito Expo per il giorno della presentazione del libro.
I soliti marciapiedi della solita circonvallazione.
La solita testa addensata dei soliti pensieri.
Ardig correva come ogni mattina, consumando la suola delle Adidas da runner.
Sudava nella sua tenuta in goretex e sbuffava pi del solito, domandandosi ancora una volta dove fosse quel vecchio sgozzato.
A Milano, per forza, altrimenti perch l'assassino avrebbe mandato la lettera proprio a lui?
O meglio al capo della Omicidi della Questura di Milano.
Si ripeteva che forse aveva fatto bene a sottoporre il materiale alla Lunardon.
O forse no...
Era arrivato fino a piazzale Cuoco.
Le gambe dure, stranamente pesanti nel trasportare i suoi 84 chili.
Allung i piedi su una panchina per fare un po' di stretching e rifiatare.
Poi ripart, con pi slancio.
Correva Ardig, questa volta diretto a nord, verso piazzale Piola, e non sapeva che un altro morto stava gi reclamando la sua attenzione, non molto lontano da quei marciapiedi.
E stavolta era il morto giusto, quello che stava aspettando da giorni, quello che agitava i suoi pensieri diurni e infestava i suoi incubi notturni.
A informare la Questura che un morto ammazzato attendeva sepoltura, e giustizia, sarebbe bastato il tanfo inconfondibile della carne putrescente, quella che viene aggredita dai vermi.
S perch anche se l'estate, quella vera, sarebbe arrivata soltanto due mesi dopo, la temperatura era comunque alta, ventidue gradi come minimo.
Troppo per la carne morta, che per conservarsi deve stare in freezer, non sul pavimento di un soggiorno di un modesto edificio della Milano di una volta, in piazza Rimembranze di Lambrate, dove un cadavere in decomposizione avanzata era contornato da mosche.
E da un fetore pestilenziale che invadendo il pianerottolo avrebbe dovuto costringere i vicini ad avvertire i Vigili del Fuoco.
In quell'appartamento ci viveva un anziano, solo.
E da diversi giorni non lo vedeva pi nessuno.
E in questi casi uno pi uno fa due: un malore, il classico coccolone che quando arriva il primo caldo si porta via tanti vecchietti, e un corpo in putrescenza ad ammorbare l'aria di un condominio datato agli anni del miracolo economico, come testimoniava la facciata scrostata dai decenni e dallo smog.
Un copione gi scritto. E invece no.
Perch i vicini in questo caso erano tutti giovani studenti universitari fuori sede, che in quegli appartamenti stavano in affitto: ci dormivano ma non ci vivevano, trascorrendo le giornate in universit e le serate nei locali, e fottendosene di un vecchio vicino che da giorni non si vedeva in giro e dal cui appartamento usciva un tanfo che manco a Calcutta.
Cos era dovuto arrivare fino a quello zerbino il buon Medardo Sangalli, che invece aveva subito compreso tutto, allertando proprio i Vigili del Fuoco.
Eppure anche qui il copione era mutato.
Perch i pompieri penetrati dalla finestra avevano trovato il vecchietto passato a miglior vita, quello s, ma circondato da un lago di sangue ormai essiccato a raccontare che aveva salutato questo mondo nel peggiore possibile dei modi.
Sgozzato, sventrato, mutilato. E anche oltre.
Bastava l'odore per far vomitare la colazione, senza neppure la vista di quello scempio.
La chiamata della Questura raggiunse il commissario mentre stava nuovamente esaminando i tabulati telefonici della Spirova, senza ricavarne nulla.
Infil il corridoio e intravide la Lunardon intenta a piazzare dei post it sulla scrivania.
"Sei incasinata o hai mezz'ora?", le domand.
"Uell, un secondo invito dopo nemmeno un giorno che sono qui...", lo stuzzic lei maliziosamente.
Gi, un secondo invito. Quello della sera precedente lo aveva snobbato. E quello era un vero invito, mica questo.
"Hanno trovato il vecchio sgozzato.  un brutto spettacolo: te la senti di venire? Mi servirebbe un tuo parere."
Lei lo scrut, indecisa.
"D'accordo."
Appena giunto nell'appartamento il commissario Bruno Ardig si intrattenne davanti al padrone di casa con la solita indecifrabile indifferenza.
La colazione l'aveva gi digerita e di morti ammazzati in malo modo, in vita sua, ne aveva osservati abbastanza perch il suo stomaco non si ribaltasse.
E poi il ghiaccio lo avevano gi rotto da qualche giorno via foto. Dovevano solo incontrarsi e presentarsi.
Anche se la scena, dal vivo, suscitava maggiore ribrezzo che in quella foto plastificata.
Brutto spettacolo davvero.
La Lunardon osservava la scena disgustata. Pallida e lunare.
Gli agenti osservavano la Lunardon, nemmeno fosse la Madonna pellegrina.
Torn a concentrarsi sul vecchio.
Lo avevano ferito in diverse parti del corpo, lo avevano sgozzato e poi avevano infierito, sviscerandolo ed evirandolo.
Terribile. Orribile. Crudele.
Eppure il contesto di un'esecuzione cos feroce era totalmente fuori luogo.
A cominciare dall'et della vittima.
Stando ai documenti aveva valicato l'invidiabile soglia dei 77 anni.
Portati bene, un uomo alto, ancora robusto e vigoroso per quanto ovviamente possa esserlo un quasi ottantenne.
Lo colp la barba bianca, candida, ben curata, che lo rendeva somigliante al Babbo Natale che tutti noi immaginiamo.
E poi lo colp un dettaglio insolito per un anziano.
Un tatuaggio scolorito sull'interno dell'avambraccio destro.
Una scritta blu stampatello: PER ASPERA AD ASTRA.
L'incisione era logorata dal tempo, come quella pelle ruvida e secca consumata dai decenni.
Ecco decenni: quel marchio identificativo doveva avere almeno una quarantina di anni. Forse di pi.
Resuscit i ricordi liceali del latino.
Una roba del tipo "la via per arrivare alle stelle passa dalle difficolt", s una massima di questo genere.
Non che avesse molta importanza visto il contesto.
Inutile pensare a una maldestra rapina domestica finita male o altre inutili congetture.
Perch c'era quella foto ricevuta, con giorni di anticipo, che parlava chiaro e raccontava un'altra storia.
Nessun ladro o rapinatore spedisce alla sezione Omicidi la foto di uno che non voleva uccidere.
Questo, invece, voleva uccidere eccome.
Voleva far soffrire e voleva poi vantarsi della sua sanguinosa azione. Altro che furto.
E poi erano in una casa modesta, un'ottantina di metri quadri arredati con mobili dozzinali e vetusti.
Roba degli anni Ottanta.
Nell'arredamento un campionario di marche storiche ed estinte: il frigorifero Ignis, quando la Ignis ormai si chiamava Whirlpool da almeno vent'anni, il televisore della Sinudyne e altre perle che avrebbero regalato un sorriso a un rigattiere.
Tipico degli anziani che vivono soli: elettrodomestici e mobili invecchiano con loro, si guastano con loro e muoiono con loro, soltanto che al posto di finire sotto un paio di metri di terra vengono gettati in discarica.
C'era veramente poco o nulla da rubare.
Inoltre i pochi oggetti di presunto valore, a cominciare da una macchina fotografica Omega, pi o meno degli anni Settanta, erano in bella vista su un com insieme a una serie di foto ben incorniciate.
Alcune in bianco e nero, altre ingrigite.
Il commissario le ammir qualche secondo: su quel ripiano impolverato era raccontata una parte della storia di Milano dell'ultimo mezzo secolo.
Una Milano che non c'era pi. Da tanto.
Ed era raccontata la vita di quell'uomo che non c'era pi.
Belle foto davvero, magari vendute in qualche mercatino domenicale ci si poteva fare anche due o trecento euro.
Non di pi.
A lato una vetrinetta con macchine fotografiche a rullino e a pellicola, anch'esse degli anni Settanta e Ottanta.
Anche quelle potevano valere diverse centinaia di euro ciascuna.
Eppure il killer non le aveva sfiorate.
Ergo non era un predatore in cerca di bottino.
Ma di sangue. Era quello che voleva.
Del resto perch sventrare come un capretto sacrificale un quasi ottuagenario che, dai primi riscontri, risultava incensurato e intestatario di una pensione normalissima da novecento euro ogni 27 del mese?
Per cercare di schiarirsi le idee guadagn il balcone per inalare la sana aria inquinata di Milano e farsi una salutare sigaretta.
La Lunardon lo segu, pure lei in cerca di ossigeno per i polmoni.
Un conto era fare la criminologa e visionare foto di cadaveri, un altro vederli dal vivo, sentire l'odore della morte e di tutto quello che ne consegue.
Fuori l'aria era tiepida.
Secondo piano, la visuale limitata alla sottostante piazza circolare, anzi concentrica, dove ad ogni cerchio corrispondeva un diverso universo esistenziale.
Il primo cerchio erano gli edifici costruiti e innalzati con una rotondit geometrica degna del miglior Giotto.
Poi c'era il marciapiede, per i bipedi umani e i quadrupedi al guinzaglio, poi la strada per le quattro e le due ruote, anzi in questo caso la rotatoria, quindi il tracciato per i binari del tram e infine, in questa matrioska tutta rotonda, i giardinetti con gli alberi e le panchine a formare ulteriori cerchi interni, cos giusto per non sbagliare.
Manco fossero scesi gli alieni con i loro cerchi concentrici.
Alzando lo sguardo si intravedevano i tetti di una fetta di Milano diversa dalle altre.
Lambrate fino al ventennio fascista era un borgo, anzi un Comune autonomo con la sua bella C maiuscola: poi, come tanti altri paesi limitrofi, era stato inglobato da Milano, la citt che diventava metropoli, e ridotto a quartiere.
In questo caso periferico perch a separarlo dalla City c'era la ferrovia sopraelevata con i suoi muri in vecchi mattoni scrostati.
Altro che il muro di Berlino... Milano da una parte e Lambrate dall'altra.
Proprio per via dell'isolamento garantito dalla sopraelevata ferroviaria la parte storica di Lambrate manteneva intatto il suo fascino di vecchio borgo, diverso dal resto di Milano, con ancora i negozi di quartiere, i circolini, la chiesa, l'oratorio e tutto quanto connota una piccola comunit dove tutti si conoscono e remano nella stessa direzione.
Chiss, forse questo avrebbe facilitato l'indagine rispetto alle altre periferie, tipo Quarto Oggiaro, Bonola o la Barona, quartieri ad altissima densit di ex immigrati con la valigia di cartone.
Qui no, qui era tutto diverso e infatti quello morto nel soggiorno aveva stampato sulla targhetta dorata del campanello il suo bel nome e cognome lombardo, che pi lombardo non si pu: Adriano Ballabio.
Chiss se era proprio un lambratese doc.
Non fece in tempo a porsi altre domande.
Alle sue spalle qualcuno stava vomitando la colazione.
Non sul pavimento, evitando di contaminare la scena criminis, bens dentro un "Corriere della Sera" accartocciato a contenitore improvvisato.
Uno, due, tre conati.
Il pm Gustavo Todeschi non aveva pi nulla della "fighettaggine" che lo contraddistingueva, salvo l'abbronzatura da "moro", bottino di una rapida toccata e fuga consumata in qualche isoletta del Pacifico, a rendere ancora pi lucida la sua pelata.
Quelli della Scientifica gli porsero delle salviette di cotone e una bottiglietta d'acqua per ricomporsi, poi lo invitarono a spostarsi anche lui sul balcone.
L'aria salubre dello smog milanese lo aiut a riprendersi.
La visione della Lunardon lo rese immediatamente vispo. Anche troppo.
"Madonna, ha visto che roba... meno male che non  venuta la dottoressa Pollini qui, chiss cosa sarebbe successo se avesse visto lei quel poveraccio", borbott, con una battuta allusiva alla chiacchieratissima "liason" che sembrava legare il solitario commissario Ardig all'affascinante e inarrivabile magistrato Deborah Pollini.
In realt i due si erano fatti solo qualche scopata ricreativa, punto e basta. E da un po' non si vedevano.
Per Ardig rispose subito piccato: "Avrebbe vomitato la colazione esattamente come ha fatto lei".
Uno a uno e palla al centro.
Anzi no, perch al capo della Omicidi stavano gi frullando le palle.
Sia per la frecciatina sia perch il testa pelata, che si stava arrotolando le maniche alla Renzi, non lo sopportava proprio.
E tanto per non lasciare spazio ai dubbi lo ribad.
"Non cominci ad assillarmi con domande inutili, mi serve qualche ora, come sempre. Appena so qualcosa provvedo a informarla io."
La sigaretta era terminata, la pazienza anche.
E pure quel colloquio.
La Lunardon li osservava. Basita.
Todeschi ne prese atto: i rapporti tra i due erano logorati da tempo.
E poi s, ok, antipatico, maleducato, scontroso, per Ardig i casi li risolveva sempre, seppur con metodi non proprio ortodossi.
E alla fine i meriti se li cuccavano i magistrati che coordinavano il caso, mica l'investigatore che conduceva l'indagine sul campo con tutti i rischi annessi.
Erano quelle le regole del gioco e le conoscevano entrambi a memoria.
Per cui il magistrato decise di soprassedere, approfittandone per presentarsi alla Lunardon.
Il commissario a sua volta ne approfitt per sfilarsi senza neppure dargli la mano, gett un'ultima occhiata a quel corpo dilaniato e alle tute bianche chine su di esso.
Allung il passo verso la porta quando la Lunardon si materializz alle sue spalle: "Mica mi lasci qui, vero?".
Si era liberata di Todeschi a tempo di record.
Un altro punto a suo favore.
Scendendo incroci la volante che stazionava con il lampeggiante acceso, giusto per non attirare l'attenzione di curiosi e passanti.
Lo sportello posteriore aperto.
Dentro intravide il giornalista che aveva allertato i pompieri ed era entrato nell'appartamento subito dopo che un vigile del fuoco aveva aperto la porta dall'interno.
Negli occhi doveva ancora avere quell'orrore.
Spettrale, di un pallore vitreo, stava sorseggiando una bottiglietta di naturale.
Lo invit a seguirlo in commissariato salendo sull'auto degli agenti che lo avevano seguito.
Durante il tragitto la Lunardon fu di poche parole.
Lo scempio cui aveva assistito nuoceva alla sua favella.
Ardig un po' se la rideva sotto i baffi che non aveva.
Ma non era per quello che l'aveva trascinata l.
Non stava giocando con lei.
Mezz'ora pi tardi Ardig arriv in piazza San Sepolcro accaldato e incazzato: convoc la squadra al completo diramando i soliti ordini.
Per avere i primi riscontri sul vecchietto dilaniato occorrevano alcune ore.
Intanto c'era da sentire il giornalista che stava friggendo nel corridoio.
Teso come una corda di violino.
Normale per chi ha appena visto la morte nella faccia di un altro essere umano, per di pi un vecchio amico.
Lo fece accomodare e gli offrirono l'ennesimo bicchiere d'acqua, manco stesse curandosi con l'idroterapia.
Forse due dita di whisky sarebbero state pi indicate ma in commissariato di alcolici non ne giravano.
Tracann l'acqua e cominci a parlare, come un jukebox in cui era caduta la moneta attivandone l'accensione.
Sangalli, prima leggermente balbettante poi pi sciolto, riepilog i fatti dei giorni precedenti, l'inspiegabile assenza di Ballabio alla presentazione alla libreria Lirus, l'irreperibilit telefonica, e la logica decisione di fargli visita.
E quell'odore pestilenziale, appena salite le scale, che aveva aggredito le sue narici facendogli intuire il perch della "latitanza" del vecchio amico fotografo.
Il resto lo sapevano gi.
"Da quanti giorni non vi sentivate al telefono?", fu l'unica vera domanda posta dal capo della Omicidi, interessato soprattutto ad avere una prima risposta sulla possibile datazione del decesso.
"Un po', almeno una decina di giorni, forse qualcosa in pi. Ma la presentazione era fissata da pi di un mese e Ballabio, anche se continuava a ripetere che si stava rincoglionendo, aveva una memoria di ferro, per cui non ero stato l a ricordarglielo nei giorni scorsi", sintetizz il cronista, il cui aspetto, parola dopo parola, diventava un po' meno spettrale, come se raccontare, sfogarsi, lo aiutasse a realizzare meglio l'accaduto.
E parlando, dei loro libri legati al variegato mondo enogastronomico lombardo, era saltata fuori anche la parolina maledetta: l'Expo.
"Avremmo dovuto presentare il libro a giugno, la data era ancora da definire in base ai vari eventi calendarizzati dall'ufficio stampa. Sa quello delle uova nostrane  un tema seguitissimo nell'ambito dell'educazione alimentare a km zero, quella..."
Ardig alz una mano a stopparlo.
Da zero a mille delle uova nostrane gliene importava meno che zero.
E di "Nutrire il pianeta - Energia per la Vita" ne aveva le palle abbondantemente piene e non voleva sorbirsi l'ennesima tiritera sull'importanza del tema dell'alimentazione e della bont degli stili di vita per il nostro futuro.
Per lui il menu del listino di Mc Donald's e di Burger King era l'ideale per il suo stile di vita fatto di sigarette e incazzature.
E il suo di futuro era circoscritto a quella indagine e niente di pi.
Il problema era un altro: volente o nolente anche questo Ballabio era uno dei tanti micro frammenti che orbitavano nella multiforme galassia dell'Expo 2015.
Addirittura era gi in possesso di un pass per accedere al sito espositivo.
Peggio ancora, a sentire questo Sangalli il vecchio fotografo nelle settimane precedenti aveva gi realizzato una serie di scatti dei lavori nel sito espositivo, scatti che erano stati utilizzati da diverse testate online.
Il peggio del peggio.
Prima una dipendente dell'organizzazione, adesso un visitatore accreditato: a pochi giorni dall'inaugurazione l'esposizione universale aveva gi perso due dei suoi attori non protagonisti, quelli che stanno nel backstage e non hanno neppure il nome nei titoli di coda. E aveva gi due morti sul conto.
Abbastanza per informare il Questore e a seguire il Prefetto.
Per la serie "Houston abbiamo un problema".
E che problema.
Un assassino che spedisce la foto della propria vittima al capo della Omicidi. Roba da bollino rosso.
La "Voce Lombarda" aveva centrato un macabro strike lanciando per prima la notizia del ritrovamento del cadavere di Adriano Ballabio, brutalmente assassinato nel proprio appartamento a Lambrate.
Confuso e choccato ok, ma non cos tanto da non riuscire a fare neppure una telefonata, il buon Sangalli aveva piazzato lo scoop che mai avrebbe voluto centrare, soprattutto sulla pelle di un vecchio amico.
Ora toccava a Federico Malerba che si era messo in moto pi tardi, potendo contare sull'aiuto della dea bendata.
S, perch l'anziano squartato fino a una ventina d'anni prima era L'Adriano, con la L maiuscola, un ex fotografo di nera e di bianca.
Uno di quelli della vecchia scuola, di quelli temprati dal marciapiede, uno di quelli che le aveva viste tutte, ma proprio tutte.
Dal boom economico agli anni di Piombo, dalla socialista Milano da bere al crepuscolo di Tangentopoli.
Fino agli sgoccioli, quando l'orologio biologico e il progresso tecnologico avevano battuto il tempo di un vecchio fotografo rimasto ai rullini, alle pellicole, alle camere oscure.
L'Adriano se n'era andato in pensione esattamente un istante prima dell'irruzione sul palcoscenico di internet e del digitale. Giusto in tempo.
Era il 1997 o gi di l e veleggiava intorno alla sessantina.
Malerba lo aveva conosciuto e lo rammentava con simpatia. E con stima.
Era uno per cui Milano era "piscinina": due piazze, tre vie e quattro bar. Era uno che li ricordava tutti con i braghini: il Rivera e il Meazza, il Gaber e il Jannacci, il Craxi e il Berlusconi, il Turatello e il Vallanzasca.
Belli e brutti, buoni e cattivi, ricchi e poveri, puliti e sporchi: li aveva incontrati, conosciuti e fotografati tutti e di tutti conservava aneddoti e ricordi, a volte colorati da panzane colossali.
Era uno di quelli che la storia di Milano, per quasi mezzo secolo, l'aveva vissuta dalla prima fila, anzi dalla prima linea, e l'aveva cristallizzata con le sue foto.
E ora nella storia di Milano l'Adriano ci rientrava, ma dall'altra parte dell'obiettivo, quella meno ambita della cronaca nera, quella della vittima.
All'articolo di cronaca aveva affiancato un commuovente "coccodrillo" arricchito da frammenti forniti dal suo capo, il vicedirettore Beppe Brigante, che con il povero Ballabio aveva condiviso un paio di decenni felici e ruggenti a "La Notte", il quotidiano d'assalto che informava i milanesi dall'ora di pranzo a seguire, salvo poi approdare insieme alla neonata "Voce Lombarda" proprio con l'esplosione dell'inchiesta Mani Pulite.
Quel brutale omicidio si era portato via anche un pezzo di storia del loro giornale e della loro memoria.
Adesso, sistemati i due articoli online, il reporter guardava gi avanti, all'apertura di pagina sull'edizione cartacea dell'indomani.
Questa volta, per, niente telefono.
Come ricordava l'Adriano la cronaca la si segue sul marciapiede, mica scaldando il culo sulla sedia.
Per cui usc dal palazzo dell'Informazione diretto verso Lambrate, oltre la cinta muraria della sopraelevata ferroviaria.
Alla sezione Omicidi era in corso il briefing riepilogativo.
Gli agenti sguinzagliati nel quartiere dove era nata la Lambretta avevano raccolto un bottino di pettegolezzi pressoch unanime: il Ballabio, per tutti l'Adriano ma anche il "barba" - perch quella barba prima scura, poi grigia e infine candida, non l'aveva mai tagliata e nessuno lo ricordava con le guance glabre - era un brav'uomo, bonario, compagnone, sempre pronto a farsi in quattro per un amico.
Aveva avuto una vita difficile, in salita.
Dalle difficolt alle stelle, come recitava quel motto che portava come eterno monito inciso sulla pelle.
Non aveva un padre e per anni aveva tirato la carretta spaccandosi la schiena come operaio alla Breda, poi era riuscito a fare della passione della fotografia la sua vera professione, si era sfilato la tuta blu per infilarsi il gilet con le tasche per i rullini e gli obiettivi.
Economicamente non se la passava benissimo.
La fotografia rende ricchi soltanto se  indirizzata a pochi destinatari, soltanto se fotografi il lusso, la moda, l'estremo, piaceri riservati a una ristretta platea elitaria con il portafoglio capiente.
Ma se fai l'operaio del rullino, quello con l'obiettivo rivolto verso il mondo normale, quello che ogni giorno tira su la saracinesca e tira la carretta, con tutti gli accidenti del caso, alla fine sei soltanto uno dei tantissimi salariati che timbrano il cartellino, solo che in questo caso lo fai scattando foto a ripetizione a eventi, fatti e persone, a un presente che la cronaca si cannibalizza quotidianamente e l'indomani  gi diventato un passato che tutti hanno dimenticato.
E cos ricco e famoso non ci diventi, ma ti devi accontentare di arrabattarti e approdare a fine mese.
E da vecchio devi accontentarti di un migliaio di euro di pensione.
Al mondo non aveva pi nessuno a piangerne la scomparsa: era figlio unico di ragazza madre, deceduta nei primi anni Ottanta.
Da pensionato, quando non aveva qualche servizio fotografico commissionato da qualche vecchio amico degli anni ruggenti, trascorreva le giornate in un circolino dell'Arci, giocando a carte o a bocce e scolandosi qualche bicchierino di rosso, chiacchierando di pallone o di politica.
Lo descrivevano come un vecchio comunista di una volta, di quelli rimasti a Berlinguer e delusi dai D'Alema o dai Veltroni. Figuriamoci dai Renzi...
Era iscritto all'Anpi e in casa conservava ancora la vecchia bandiera rossa con "falce e martello".
Prima, quando era ancora in pista come fotografo, dicevano fosse uno scapolone sciupafemmine, anche se non si era mai voluto legare a nessuna di quelle femmine che sciupava, uno spendaccione e un tira tardi.
Insomma uno che la vita se l'era goduta, non avendo mai avuto sulle spalle il fardello di moglie e figli.
E pare che anche da anziano qualche puntatina dalle attempate signorine, che ricevono nei loro modesti appartamenti in viale Zara, se la regalasse ancora.
Poca roba: alcune di loro, anche loro pensionate ma di un mestiere che non prevedeva l'erogazione di nessuna pensione a fine carriera, si concedevano in cambio di qualche pacco di pasta o di una banconota azzurra da venti euro.
Economicamente, come tutti i pensionati, viveva tempi grami con meno di mille euro per arrivare a fine mese.
E per campare dignitosamente doveva fare miracoli quotidiani e piccole rinunce.
Nella dispensa e nel frigorifero non avevano trovato un prodotto di marca che fosse uno e nell'armadio tutte le giacche avevano toppe e rammendi.
Non aveva un conto corrente, bens un libretto postale con i risparmi di tutta una vita, ventimila euro, vincolati in buoni al portatore.
Poca roba anche in questo caso.
E in ogni caso nessuno poteva toccarli.
E allora perch infierire e accanirsi su un anziano solo, un ex fotografo al verde e ben voluto da tutti?
Ma soprattutto perch annunciare il delitto con quella foto spedita al capo della Omicidi e con quell'immagine a corredarla?
Un brutto presentimento lo aggred improvvisamente.
Da una parte la polveriera multietnica di via Padova pronta a infiammarsi da un istante all'altro, con quei due disgraziati ancora senza giustizia, dall'altra la priorit di risolvere il caso della Spirova per via delle sue implicazioni con l'imminente Expo.
E ora pure 'sta rogna, con un folle che, se tanto gli dava tanto, sarebbe tornato a colpire.
E in fretta.
Come ogni buon cronista all'antica Malerba aveva deciso di avviare la sua indagine giornalistica dal pi classico dei punti di partenza.
Il quartiere della vittima, dove tutti lo conoscevano.
Cominci il solito giro del primo bar che intravide in piazza Rimembranze di Lambrate.
Ovviamente l'argomento sulla bocca di tutti gli avventori era il brutale omicidio dell'Adriano.
Ognuno aveva la sua teoria inconfutabile: qualche tossico che voleva rapinarlo, s perch stavano tornando quelli delle siringhe che parevano spariti da anni e ora si trovavano nel parcheggio della stazione, oppure qualche topo d'appartamento balcanico o qualche zingaro del campo nomadi vicino alla Tangenziale o ancora un folle che magari avrebbe colpito ancora.
Si qualific, aggiungendo di essere stato un collega della vittima.
Tutti gentili e ciarlieri, peccato che in quella "vox populi" non c'era nulla di concreto per arricchire il suo articolo.
Decise di proseguire nel suo tour risalendo fino a via Rombon dove, in un'anonima traversa dedicata al solito perfetto sconosciuto, trov il circolo Arci, ricavato in un vecchio capannone che trasudava amianto: una bocciofila con quattro piste e un'area di circa un centinaio di metri quadrati punteggiati di vecchi tavolini di metallo. E vecchi erano anche i suoi avventori: pi 80enni che 70enni.
Capelli candidi, volti rugosi, movimenti lenti.
L'ultima fermata che attende ognuno di noi.
Dagli accenti il tasso di "milanesit" era altissimo.
Si avvicin al bancone, anch'esso metallico.
Dietro un ometto macilente, anche lui ben oltre la settantina.
Non gli avrebbe dato due lire, eppure quello lo aveva gi radiografato.
Le Hogan ai piedi, lo smartphone in mano, la scia di profumo ad aleggiare intorno a lui: un fighetto del centro, uno che dovrebbe ciondolare in Brera, non in un periferico circolo Arci.
E il block notes e la penna che spuntavano dai jeans neri griffati Trussardi non lasciavano dubbi: un pennivendolo, un avvoltoio che si getta sulla carcassa di un brav'uomo appena trovato morto.
"Giovane, sei qui per l'Adriano?"
Giovane... a 41 anni... insomma... tuttavia Malerba annu.
"Ti pareva. Bravi voi del Corriere. Non vi fate mai vedere qui nel quartiere, troppo lontano. Poi uccidono uno bravo come l'Adriano e allora tutti qui come i becchini."
"Veramente - obiett Malerba - non lavoro per il Corriere ma per la Voce Lombarda".
"Stessa roba", replic asciutto il vecchietto.
Eh, magari stessa roba il "Corriere" e la "Voce Lombarda" riflett il giornalista, da due anni in solidariet e con davanti lo spettro della cassa integrazione.
Ad ogni modo non si scoraggi: "Ballabio era un nostro fotografo, gli volevamo bene".
"Come no? Venivate sempre qui a trovarlo, tutti i giorni", ironizz l'attempato barista.
Niente, come sbattere e rimbalzare contro un muro.
Stava per mollare la presa quando un altro anziano si fece incontro.
L'andatura tremolante, la mano destra su un bastone, la sinistra a indicare una bacheca.
Dentro tre vecchie macchine fotografiche. Da museo.
"Le vede? Lo scriva, su lo scriva, che quelle le aveva rimesse a nuovo l'Adriano, che con quegli aggeggi l lui s che ci sapeva fare", borbott il pensionato, con un misto di rabbia e orgoglio.
Malerba fiss i tre apparecchi, quasi in cerca di ispirazione.
Che per una sorte di osmosi arriv.
"Sono delle belle macchine, devono valere parecchi soldi", constat.
"L'era un artista l'Adriano. Prendeva degli scassoni e li faceva diventare dei gioielli. E poi li rivendeva."
"E dove li vendeva?"
"Al negozio l dietro, in piazza Udine."
Una traccia debole. Valeva la pena seguirla.
La stampante in corridoio aveva sputato fuori quasi una risma di carta.
Alberi dell'Amazzonia sacrificati al progresso...
La Lunardon raccolse i fogli e li ordin prima di infilarli in un fascicolo.
Il commissario la fece accomodare e le offr una sigaretta che stava estraendo dal pacchetto.
"No grazie, anzi il fumo mi infastidisce."
Pessimo inizio. La invit a proseguire.
"Il nostro assassino  un uomo di cultura e con questa ha voluto farcelo sapere", sentenzi sventolando l'immagine dell'angelo alato sulla ruota e della donna incoronata.
...
.
...
"Hai capito di cosa si tratta?"
"Certamente.  l'immagine di un'incisione di Vincenzo Cartari tratta dalla sua opera pi famosa Le Imagini con la spositione de i dei de gli antichi. Un trattato pubblicato a Venezia nella seconda met del sedicesimo secolo."
Se avesse parlato in dialetto uzbeko sarebbe stata pi chiara.
"Perdonami, ma temo di non averlo letto...", la rintuzz, facendole capire che non aveva n tempo n voglia per sorbirsi l'ennesima lezione accademica della sua vita.
"Hai ragione, perdonami..."
Per... "Hai ragione" e "perdonami": la Lunardon stava guadagnando punti.
"...si tratta di un'opera poco nota al grande pubblico, eppure ha avuto una grande influenza sul lavoro degli artisti tardo rinascimentali. Si tratta di una sorta di manuale mitografico sulle divinit classiche della Grecia e dell'antica Roma."
"E sarebbe?"
"Per fartela breve una sorta di compendio sulle dee e le virt degli antichi, dei greci e dei romani, come recita il titolo, ovvero la virt, la giustizia, la fortuna, il fato e via dicendo. Questo Cartari le ha descritte ed elencate in un trattato commissionatogli dalla corte estense del duca di Ferrara e pubblicato poi a Venezia, corredato dalle incisioni realizzate da un'artista dell'epoca, Bolognino Zaltieri, che aveva illustrato graficamente le descrizioni elencate dal Cartari per renderle pi fruibili a un pubblico pi vasto di quello che si accontentava della letteratura. Molte di queste illustrazioni influenzarono poi gli artisti delle generazioni successive, che presero spunto da queste iconografie per..."
Ardig alz una mano per stopparla.
"Uhm... e questa carta cosa rappresenterebbe?"
"Non  una carta, questi non sono tarocchi. Queste sono incisioni - puntualizz la criminologa - e questa in particolare riguarda la Fortuna-Nemesi. Ma a mio avviso si tratta di un'illustrazione parziale, perch per essere completa, stando agli scritti del Cartari, va abbinata a un'altra immagine che..."
"...che mi verr inviata in un secondo tempo quando il nostro uomo torner a colpire?"
"Temo proprio di s."
"La fortuna e la nemesi, che significa?"
"Allora - spieg la Lunardon allungandogli dei fogli stampati - quella che hai ricevuto  l'incisione Fortuna-Nemesi. Quella che vedi in piedi sulla ruota e con un bastone in una mano e le briglie nell'altra  la Fortuna, figlia alata della Giustizia, l'altra  appunto la Nemesi che ristabilisce l'equilibrio, e a riguardo senti cosa scrive il Cartari: Dimostratrice delle buone opere, e severa punitrice de superbi e malvaggi. Pertanto la Nemesi va intesa come la dea distributrice della giustizia."
"Pensavo che la traduzione della Nemesi fosse la nostra vendetta", rilev il commissario.
"E invece sbagli. Per farti capire, guarda la definizione sulla divinit mitologica della Nemesi che trovi su Wikipedia: Nemesi provvedeva soprattutto a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti, distribuendo e irrorando gioia o dolore a seconda di quanto era giusto, perseguitando soprattutto i malvagi e gli ingrati alla sorte. Quindi la Nemesi si traduce nella distribuzione della giustizia, intesa in senso ampio, sostanzialmente divino, quella che premia i virtuosi e punisce i peccatori. Ma qui la Nemesi resta ferma, in attesa che ci sia il giudizio, che ovviamente non viene espresso dalla Fortuna."
"Senza punire i colpevoli? Che Nemesi ?"
"Qui non c', te l'ho detto. Ma nel manuale del Cartari  presente nell'incisione successiva, la vedi? Questa  l'incisione Giustizia-Nemesi."
Punt l'indice su un altro foglio che appai al primo (vedi pagina accanto).
Stavolta le figure erano tre.
Sulla sinistra di un paesaggio sempre collinare c'era una donna, con un neonato stretto al petto come fosse un canguro: nella mano destra impugnava la canonica bilancia della giustizia con i pesi, la classica immagine iconografica che corredava l'arredamento di ogni aula di tribunale.
Sulla destra due giovinette, la prima sovrastava e stava per colpire con un randello la seconda, inerme.
"Vedi? In questo caso c' la Giustizia, che assiste, e la Nemesi che, dopo che  stato espresso il giudizio, agisce come la descrive il Cartari castigante l'ingiuria, intesa come malvagit, falsit o peccato. Appunto la distributrice della giustizia, intesa come giustizia compensatrice o riparatrice dei torti, quindi colei che irroga le punizioni ai colpevoli."
...
.
...
"Questo significa che l'assassino  una sorta di vendicatore...", osserv il commissario, facendo vibrare una nota di tensione nelle corde vocali.
In passato aveva gi avuto a che fare con un vendicatore spietato, uno che conficcava proiettili nel cranio ai colpevoli mai condannati nelle aule dei tribunali, saldandogli il suo conto personale, applicando la legge pi antica dell'uomo, quella dell'occhio per occhio e dente per dente.
Scacci quel ricordo, che lo faceva ancora rabbrividire, per ascoltare la Lunardon.
"Di pi, un dispensatore di giustizia, e quindi di punizioni, per ristabilire l'equilibrio dopo un'offesa."
"Un giustiziere?"
Soltanto pronunciare quella parola gli procurava degli altri brividi.
Per un giustiziere, inteso nella versione cinematografica
alla Charles Bronson, punisce i malvagi, i cattivi quelli veri: tipo assassini o stupratori.
Al limite degli sfruttatori, degli usurai.
Il povero Ballabio era incensurato, tutti ne parlavano bene e non aveva certo accumulato denari che facessero pensare ad attivit illecite.
"No, non un giustiziere come pensi tu. Non un assassino che uccide criminali per ripulire la societ dalla sua parte peggiore. Con l'incisione del Cartari, anzi dello Zaltieri, ci sta dicendo, anzi lo sta dicendo a te commissario della Omicidi, che la vittima  stata comunque sottoposta a un giudizio e che solo dopo  stata espressa una condanna."
"E quale tribunale lo avrebbe condannato?"
"Quello personalissimo del killer che, per, cos ci comunica di saperne molto della vittima e delle sue colpe e anche in questo caso ti sta dicendo di indagare sul fotografo", sentenzi la Lunardon.
Se le cose stavano cos non c'era dubbio: aveva ricevuto soltanto la prima carta, anzi la prima illustrazione, e ne avrebbe ricevuta una seconda quando il killer avrebbe colpito di nuovo.
Ma chi sarebbe stata la prossima vittima?
Intanto la Lunardon era ripartita: "Il trattato del Cartari  poco noto al grande pubblico, non  materia che si studia a scuola e neppure nelle universit".
"Nemmeno ai corsi di belle arti o architettura?"
"Ne dubito, questo  un artista di secondo piano che non ha avuto un impatto popolare da quel che so... Non  uno che si studia alle medie o al liceo. Probabilmente il punto cruciale  proprio questo: il tuo assassino ti sta regalando un altro elemento a tuo favore, informandoti che pur essendo un sanguinario, un sadico,  anche un uomo colto, che frequenta biblioteche o segue mostre o conferenze, altrimenti ti avrebbe inviato l'immagine di opere ben pi conosciute di questa."
"Mi sta dando un altro elemento? Semplicemente mi sta sfidando", borbott, confuso, Ardig.
"No. Non  questo lo scopo della lettera che ti ha inviato. Indubbiamente ha voluto annunciarti che aveva ucciso, ha voluto anche vantarsene, mettiamola cos, ma al contempo ha anche voluto fornirti i primi spunti investigativi per risalire a lui. Se vuoi questa  la vera sfida che ti propone: devi partire da queste poche tracce per arrivare fino a lui e fermarlo,  questo che ti sta chiedendo."
Non era convinto della spiegazione.
Non aveva mai creduto, neppure da spettatore guardando film o telefilm, agli assassini che collaborano per farsi catturare e farsi spedire all'ergastolo.
Caso mai fingono di collaborare per depistarti.
Comunque evit di contraddirla.
"Anche se fosse... E la foto della cascina?"
"L'avrai gi fatta analizzare, cosa ti hanno detto?"
Ardig scosse la testa. Imbarazzato, come uno scolaro svogliato che non ha fatto i compiti e viene beccato in flagrante.
"Non ancora, con tutto quello che avevo da fare... e poi ti avevo gi detto che non potevo escludere che si trattasse dello scherzo di un mitomane, almeno fino a qualche ora fa..."
Non era vero. Non del tutto.
"Beh, allora falla analizzare subito. Quella foto  importante quanto l'incisione del trattato di Cartari. Te l'ha inviata per darti un altro elemento, per fornirti un altro vantaggio."
Capirai che vantaggio gli stava regalando, un'incisione di un semisconosciuto artista tardo rinascimentale e una cascina di chiss quanti anni prima in chiss quale landa sperduta della civilt.
"Va bene, la faccio inviare subito alla Scientifica", la assecond, palesando un crescente scetticismo.
"Perfetto, io nel frattempo torno a studiarmi gli incartamenti della Spirova."
"Aspetta. Prendi anche questi", le sugger il commissario allungandole un fascicolo.
"Cosa sono?"
"Testimonianze, pettegolezzi, impressioni, insomma il materiale raccolto dai miei uomini sentendo colleghi, vicini di casa e persone del quartiere. Magari possono esserti di aiuto."
"Lo saranno senz'altro", sibil Barbara, alzandosi e dirigendosi verso la propria postazione.
Il negozio in piazza Udine in realt era in una traversa sempre friulana: via Pordenone.
D'altronde, toponomasticamente parlando, quella era la zona friulana di Milano: via Tolmezzo, via Carnia, via Palmanova.
Chiss perch, per, via Gorizia era dall'altra parte della citt, incastrata tra la Darsena e Porta Genova. Boh...
In ogni caso il negozio di foto-ottica c'era ed era annunciato da un'insegna che non poteva che far sorridere: "Foto Ricchioni".
E facevano sorridere anche le scritte volgarissime vergate sul muro adiacente, ma sovrastate da un cubitale "CONTENTI VOI" che la chiudeva con ironia senza offendere.
Dietro al bancone un uomo sulla cinquantina, in polo a maniche lunghe, stava armeggiando con il filtro dell'obiettivo di una Canon.
Forse uno dei Ricchioni.
Anche in questo caso con la maiuscola.
"Buongiorno, come posso aiutarla?", domand con l'acquolina in bocca.
"Buongiorno a lei, sono un giornalista della Voce Lombarda."
Il negoziante incass la delusione del mancato cliente e sfoggi ugualmente un apprezzabile sorriso.
"Ah, gi... Il povero sciur Adriano... lo sa che ancora non ci credo? Ma perch fare una cosa simile a un uomo di quell'et?"
Malerba scosse la testa, come a dire che cos va questo brutto mondo. Poi titub, indeciso su come approcciare il commerciante.
Che invece fu lesto a precederlo.
"Se vuol sapere qualcosa dell'Adriano di l c' il mio pap che lo conosceva da una vita."
Lo invit a seguirlo nel retro, scost una tendina che apr la vista su un piccolo mondo antico.
Un angolo cottura con bombola a gas, un tavolo con una bottiglia di bianco senza etichetta, un armadio, un televisore a tubo catodico che aveva trasmesso i discorsi di Pertini e Reagan e di fronte un vecchio divano ricoperto da un telo di stoffa su cui era sprofondato un signore che a prima vista ricordava Enzo Biagi.
Aria da intellettuale, occhialini, capelli bianchissimi ma ben pettinati. A fianco un libro di Piero Chiara.
"Mio padre, Enrico Ricchioni. Passa qui quasi tutta la giornata. Ha una memoria di ferro, da lui sapr tutto quello che le pu interessare."
Il commerciante spar dietro la tendina.
Il signor Ricchioni sorrise: aveva proprio una gran voglia di parlare con qualcuno.
Con una buona dormita, una sana colazione e una quarantina di vasche in piscina Fontana si era lasciato alle spalle la giornata precedente, lo sguardo freddo e sprezzante di Sabrina, le chiacchiere allegre di Sonia.
E alle 12 era piombato alla caserma di Affori, per studiarsi il materiale fornitogli dal maresciallo Terranova che, pur non facendo i salti di gioia per averlo ospite fisso nella sua stazione, si stava tuttavia prodigando per aiutarlo.
La carriera del maresciallo Lorenzo Bucchioni adesso era l, davanti a lui, condensata in alcuni fascicoli sparsi sulla scrivania.
Ligure di nascita, classe 1935, in servizio nell'Arma dal 1956 fino al 1999, quando era stato costretto al congedo per superati limiti di et.
Aveva girato in lungo e in largo lo Stivale per un quindicennio ma dal 1970 si era stabilito a Milano, prima al comando regionale, poi dal 1971 alla stazione di Affori, dove poi aveva messo radici rimanendo per 28 anni e assumendone il comando dal 1986.
Fontana sbuff, deluso dalla montagna cartacea che doveva scalare: 43 anni di servizio, di cui 29 a Milano. Impossibile provare a censire tutti i fermati o gli arrestati che avevano punteggiato la sua lunga carriera.
Ovviamente c'erano stati alcuni casi eclatanti.
La banda di rapinatori bloccata nel 1977 con uno scontro a fuoco dopo un colpo all'ufficio postale di piazzale Maciacchini.
Un terrorista nero di Ordine Nuovo arrestato nel 1978.
Alcuni malavitosi che orbitavano intorno alle batterie di Turatello ed Epaminonda spediti a soggiornare nelle patrie galere, sempre in quegli anni roventi dove le pallottole fischiavano quotidianamente sui marciapiedi milanesi.
Una lista troppo lunga di possibili nemici.
Molti erano morti, alcuni troppo invecchiati per bramare una vendetta cos anomala e poco eclatante, altri ancora spariti chiss dove.
No, non era da l che doveva partire in questa indagine quasi archeologica.
Ma poi cos'era a non convincerlo?
Il fatto che era stato stroncato da un infarto? Uno come Bucchioni che aveva il cuore a pezzi da anni?
O il fatto che era in giro da solo alle due di notte?
Il sovrintendente Pasini era stato incaricato di passare al setaccio tutti i numeri telefonici contattati dal cellulare di Oksana Spirova nelle 72 ore precedenti alla sua morte.
Un lavoro lungo e noioso, che si stava rivelando assolutamente inutile.
Contattava a uno a uno le utenze, per farsi elencare generalit dell'intestatario e farsi spiegare brevemente in che rapporti era con la vittima e se si ricordava i contenuti della loro ultima telefonata.
Era partito dai numeri non evidenziati, ovvero quelli non riconducibili alla struttura organizzativa dell'Expo.
E non era saltato fuori nulla di interessante.
Poi era passato a quelli legati all'esposizione universale.
Stessa solfa, tutto di ordinaria amministrazione.
Dopo alcune chiamate a vuoto era arrivato a quel 348-691... che rappresentava l'ultima telefonata fatta da viva da Oksana Spirova. A una tale Samantha Spaggiari, dipendente di un'azienda florovivaistica sul lago di Iseo.
Il cellulare risultava spento.
Annot il numero, avrebbe riprovato pi tardi.
Al commissariato di piazza San Sepolcro, sede della sezione Omicidi, era stato appena tradotto un sospettato, fermato dalla Mobile in viale Monza.
Un salvadoregno dal coltello facile, con una fedina penale lunga come la lista della spesa di una casalinga con il frigo vuoto, e le braccia e il collo cos tatuati da sembrare un murales vivente.
Grosso, anzi tarchiato, gli occhi neri e i denti a intermittenza, uno s e uno no.
Gridava di non capire l'italiano e sputava "hijo de puta" a ripetizione.
L'ispettore capo Farris, dall'alto del suo metro e novanta per un quintale e rotti di peso, lo ammorbid con un paio di tonificanti sganassoni, Ardig lo torchi per una decina di minuti poi, stufo anche lui della cantilena di insulti spagnoleggianti che gli rivolgeva l'indio, gli assest a sua volta un bel pugno sul grugno ordinando a Farris di riconsegnarlo a quelli della Mobile, che poco prima glielo avevano recapitato con le manette ai polsi e la schiuma alla bocca.
Inutile, i latinos erano veri duri e non trasgredivano al loro antico codice dell'omert, che prevede la morte per chi tradisce il branco.
Avrebbe voluto tanto fottersene di quei morti di viale Monza e via Padova, ma per colpa di questa maledetta esposizione universale aveva il fiato sul collo del Questore, a sua volta pressato dall'assessore alla Sicurezza.
Peccato che poi nessun politico si facesse mai vedere in quelle polveriere razziali salvo la settimana prima delle elezioni.
Stava per trascinarsi fino al baretto di via Cardinal Federico, per l'ennesimo caff, quando nel corridoio vide spuntare un altro Federico, non il seicentesco Cardinale ovviamente, bens l'amico Malerba, accompagnato dal solerte piantone che lo scortava senza perderlo di vista.
"E quello chi ? L'accoltellatore del marocchino?", domand, curioso, vedendo transitare l'ammaccato e ringhioso salvadoregno.
"Bah... muto come un sasso... non so, lo hanno fermato quelli della Mobile con addosso una lama di dodici pollici... adesso va a San Vittore e facciamo analizzare il coltello... vediamo se  lui."
"Brutto ceffo", constat il cronista.
"Tu, come mai qui?"
"Ti va un bel caff freddo?"
"Stavo giusto andando al bar, aspetta che recupero anche Frog che deve fare pip."
Ardig rientr in ufficio e Malerba distrattamente pens a Frog, l'esatto opposto di quello che dovrebbe essere un cane poliziotto: magro, ossuto, sbilenco, con un pelo che sembrava riciclato dagli avanzi delle tosature dei cani di razza.
Certo Frog non era un cane poliziotto, ma soltanto il cane di un poliziotto, che lo aveva raccattato mentre stava crepando di fame vicino a un mercatino rionale.
Eppure a fianco al commissario stonava come un no global con le treccine alla prima della Scala.
Li vide comparire, il commissario e il quadrupede, quando in corridoio sbuc una mora in jeans e pullover scuro.
Un volto conosciuto.
Malerba impieg qualche secondo a realizzare.
Nel frattempo Ardig lo stava gi invitando a seguirlo.
Sbucarono in piazza e il bastardino si accontent di innaffiare il primo palo della luce all'angolo con via Cardinal Federico, poi scesero fino a piazza San Giorgio e si accomodarono sui tavolini all'aperto del caff storico che dominava la piccola piazza.
"Quella che ho appena intravisto non  la criminologa? Mi sfugge il nome...", esord Federico.
"Barbara Lunardon, ci sta affiancando nelle indagini... come mai la conosci?"
Il giornalista scosse la testa: "La conosco come la conoscono milioni di italiani. L'ho semplicemente vista in tv nei vari talk show serali."
Ardig replic sorpreso con un secco: "Ah!"
Regalando un sorriso all'amico reporter.
" spesso ospite a Porta a Porta, Matrix, Quarto Grado... non l'hai mai vista?"
"No, non guardo molto la tv la sera."
"Come se non ti conoscessi..."
"Senti cosa ti serve, non ho molto tempo", tranci brusco il commissario.
"Ho fatto un bel giro a Lambrate", cambi argomento Federico, capendo l'antifona.
"E che hai saputo?"
"Poco che possa esserti utile. Il povero Ballabio, comunista folgorato sulla via di Damasco, andava in chiesa ogni domenica, nel suo piccolo cercava di aiutare gli altri anziani in difficolt, magari portando le borse della spesa a chi non riusciva a muoversi oppure pagando di tasca propria per quelli pi indigenti."
"E i soldi dove li trovava se aveva una pensione da fame?"
"Arrotondava con lavoretti da fotografo. Come per esempio quel libro sui polli e le cascine scritto dal mio illustre collega Sangalli che ho saputo che oggi hai tartassato..."
"Figuriamoci! Era lui che aveva bisogno di sfogarsi."
Malerba scosse la testa come dire "scherzavo" e riprese sul Ballabio: "E poi ogni tanto faceva ancora qualche servizio fotografico per qualche agenzia".
"Lo so, infatti poche settimane fa aveva scattato delle foto nel sito dell'Expo."
"Pure lui coinvolto nell'Expo?"
"L'hai detto. Anche se per ora non c' nulla che ricolleghi il delitto all'esposizione, per cui almeno su questo fronte posso lavorare tranquillo."
"E su quello della russa?"
"L pressione alle stelle, per non ho uno straccio di elemento per portare avanti l'indagine. Comunque mi dicevi che Ballabio arrotondava con questi lavoretti..."
"S... oltre a qualche servizio fotografico riusciva a tirare su qualche "eurino" anche riparando vecchie macchine fotografiche per un negozietto del quartiere, che poi gli passava una percentuale sul venduto. Parliamo di poche centinaia di euro, ma ovviamente per un anziano in bolletta valevano come un tesoretto."
"Uhm... altro?"
"Secondo il proprietario di questo negozietto di foto-ottica, anche lui pensionato, il Ballabio viveva a Lambrate dal dopoguerra, prima in via Conte Rosso, in un buchetto con la madre anziana, fino a quando aveva cambiato casa intorno alla met degli anni Settanta, quando c'era stato il boom edilizio nell'area dietro la stazione. Era un... come si dice... un figlio naturale, pare che la madre fosse rimasta incinta di uno che di lei non voleva saperne, forse un uomo sposato. Cos ha preso il cognome della madre. Lei campava facendo la sarta in casa e lui ha iniziato a lavorare come operaio alla Breda, e arrotondava le entrate con le foto ai matrimoni o alle feste, poi a met degli anni Settanta  riuscito a fare il salto di qualit, a comprarsi la casetta dove abitava e a diventare fotografo di professione."
"S, pi o meno  quello che risulta anche a noi", concord il commissario.
"Non si  mai sposato - continu Malerba - e viveva da solo. Mai avuto problemi con la giustizia o con nessun altro. Ecco la storia di un brav'uomo come Adriano Ballabio."
"Un brav'uomo", concord nuovamente Ardig.
Un brav'uomo ucciso con crudelt e senza un perch da un assassino vendicatore, che si era divertito a farlo soffrire in vita e a giocare poi con la sua morte.
A meno che cos un brav'uomo il Ballabio non lo era. O non lo era stato in un passato remoto.
Del resto il rebus da risolvere restava sempre quello: perch gli aveva inviato quelle foto e quelle immagini del Cartari?
Per fargli capire che Ballabio era colpevole di qualcosa per cui era stato punito cos ferocemente?
Salut Federico e rientr verso l'ufficio e rabbrivid per una corrente d'aria fredda che attraversava la piazza.
Il tempo stava cambiando repentinamente e ora sopra la metropoli si estendeva un cielo fatto solo di nubi grasse, di un grigio cenere che induceva alla depressione.
Un cielo alla Ardig, visto il suo umore tetro.
Umore che peggiorava per la macabra incombenza che gli toccava: recarsi in pellegrinaggio dall'anatomopatologo.
In realt il supplizio si rivel pi breve del previsto.
All'Istituto di Medicina Legale non c'erano altri "clienti" cui fare il "tagliando" cos l'quipe del dottor Umberto Brasca aveva immediatamente proceduto all'esame settorio di Adriano Ballabio, appena ricevuta l'autorizzazione del pubblico ministero, l'esimio dottor Todeschi.
E appena terminato l'esame post mortem era scattato il consueto rito dell'aperitivo.
Funzionava sempre cos: tra un'oliva e un sottaceto il coroner svelava l'esito della necroscopia cui aveva sottoposto il malcapitato di turno.
Prima, per, il medico legale sfoggi un sospetto sorriso obliquo.
"E bravo il nostro commissario, con le sue frequentazioni da salotti televisivi..."
"A cosa si riferisce?"
"Le voci corrono. Pare che oggi sulla scena criminis si accompagnasse niente poco di meno che con la dottoressa Lunardon. Complimenti."
Vero, le voci giravano, anche troppo.
E anche le palle giravano. In tutti i sensi.
Ci mancava pure questa, una criminologa personaggio del piccolo schermo e ovviamente oggetto dei pettegolezzi dell'intera Questura.
"Non ho molto tempo, lo sa...", vir Ardig.
"Certamente... Partiamo dall'arma del delitto. Ovviamente l'ultima parola spetta a quei cervelloni della Scientifica, tuttavia non ho dubbi e le anticipo che si tratta di un vecchio rasoio a lama lunga e piatta, di quelli utilizzati nei saloni da barbiere, ma lei  troppo giovane per averli frequentati", sentenzi Brasca.
Ardig rabbrivid soltanto al pensiero.
"Lo ha ferito in pi parti del corpo, diciamo tagliuzzato, quindi lo ha aggredito alla giugulare recidendola. E solo in seguito lo ha sviscerato ed evirato", concluse secco.
Poi infiocin un'oliva e aggiunse: "Una mano ferma, tagli puliti, soprattutto quello inguinale. Uno del mestiere".
Non un barbiere evidentemente, forse un medico o un veterinario.
Comunque uno abituato a recidere, a tagliare.
"La collocazione oraria del decesso?"
"Mica facile risponderle... Azzarderei tra i dieci e i dodici giorni essendo gi in putrescenza avviata."
Ovvero intorno al 5 di aprile, il giorno di Pasqua.
"Nient'altro?"
"Non le pare abbastanza?"
"No, volevo dire..."
"Ho capito, commissario, non si scaldi. No, niente di anomalo. Un fisico in buono stato, nonostante l'et. Se non lo avessero tagliato a pezzi quello sarebbe arrivato a cent'anni."
"Dunque lo hanno torturato..."
"Direi proprio di s", conferm Brasca, prima di tornare all'assalto dei salatini.
Ardig osserv disgustato la scena, si alz e si allontan.
Seguito da una risatina di Brasca: "Mi saluti la Lunardon, commissario...".
Tappa successiva la Questura, nei sotterranei dove erano ubicati gli uffici della sezione Scientifica.
Il responsabile, Daniele De Piccoli, era un 55enne comasco dal volto eternamente liscio e paffuto come quello di un bambinone: girava per i laboratori avvolto in un camice bianco, sempre pi arrotondato da un giro vita che debordava, nonostante tentativi ripetuti di diete improbabili.
L'ultima consisteva nell'eliminare radicalmente tutti i carboidrati. Come se abbuffarsi di proteine e zuccheri fosse un'efficace cura dimagrante.
"Caro commissario beato te...", lo accolse sorridente.
In realt di beato aveva ben poco in quel periodo: un maghrebino con la pancia perforata da una lama, un latinos con la testa fracassata da una mazza, una russa soffocata da un sacchetto e sepolta dalla spazzatura e infine un anziano squartato con un rasoio che reclamavano giustizia, la depressione dietro l'angolo a sentire il parere onesto del suo amico medico Gianfranco, sulla scrivania una domanda di trasferimento a Trento che implorava di essere compilata o cestinata, intorno a lui il delirio collettivo di una citt che si era preparata per anni per ospitare l'Expo e adesso, quando tutto stava per iniziare, si sentiva impreparata e isterica e infine pure una divetta televisiva, sotto forma di criminologa, catapultata nella sua squadra investigativa.
"E perch sarei beato?"
"Perch puoi ingozzarti di tutto quel che ti pare. Altro che il digiuno forzato cui mi devo sottoporre. Una tortura quotidiana", si lament, serio, il responsabile della sezione Scientifica.
Per fortuna almeno lui non alludeva alla Lunardon.
"A furia di vedere cadaveri mi sta passando l'appetito, credimi", rispose sbuffando il capo della sezione Omicidi, come a invitare il collega a passare ad argomenti pi seri.
"Senti... di impronte digitali non ne abbiamo rinvenute. O l'assassino non lo ha minimamente sfiorato oppure aveva addosso dei guanti."
Stavolta nessuna sorpresa. Chiaro che con 20 gradi nessuno avrebbe infilato dei guanti in una tasca o in uno zaino cos per caso, tranne un killer che ha gi pianificato il delitto.
E che questo delitto fosse ampiamente pianificato era l'unica misera certezza investigativa che aveva al momento.
"E tracce ematiche o molecolari?"
"No, neppure quelle."
"E la busta che mi ha inviato? E le foto?"
De Piccoli scosse il testone: "Nessuna impronta sulle foto, che deve aver maneggiato con i guanti, sulla busta invece ci sono decine di impronte sovrapposte e pertanto inutilizzabili".
Ovvio, gli addetti al servizio postale e anche i colleghi della Questura che l'avevano maneggiata senza alcuna precauzione, ignorandone il macabro contenuto.
Infatti pi che sulla busta sperava nelle foto.
E invece no, perch anche in questo caso il killer si era preso le sue belle precauzioni.
Ergo, un professionista attento ai minimi dettagli.
Ma perch scomodare un professionista per scannare un 77enne senza un soldo e senza scheletri nell'armadio?
Oppure gli scheletri non erano negli armadi che avevano perquisito ma c'erano lo stesso, nonostante l'Adriano, il fotografo che aveva raccontato la Milano della strada con i suoi scatti, il vecchio comunista da ballo liscio alle feste dell'Unit, venisse dipinto da tutti come la cordialit e la generosit fatta persona.
Del resto un assassino che si scomoda a inviare una foto del cadavere che gronda sangue caldo al capo della Omicidi deve avere un valido motivo per mettere in piedi tutto 'sto ambaradan, no?
Riflettendo si era isolato dal contesto e De Piccoli, vedendolo cos assorto, si era zittito, limitandosi a scrutarlo con aria sorniona.
"Commissario Ardig, pianeta terra chiama il commissario Ardig", scherz il collega.
"Scusami, stavo riflettendo. Vai pure avanti..."
"I colleghi della Postale hanno controllato il timbro sul francobollo: la lettera  stata imbucata in una buca postale di piazzale Caserta..."
Poco lontano da viale Zara e poco lontano dall'ospedale Niguarda, la zona era sempre quella.
"...ed era stata inserita nella sezione riservata alle spedizioni urbane, quelle per la citt, che arrivano a destinazione in giornata."
Tutto calcolato alla perfezione, un vero professionista.
"E veniamo alle foto, quelle foto che ci hai inviato un paio di ore fa e che abbiamo dovuto analizzare in tutta fretta", sottoline con un tono di velato rimprovero.
Lamentandosi tacitamente, avendo letto la data impressa sul timbro postale, del fatto che avrebbe potuto fargliele avere molto prima.
"Siete riusciti a capirne di pi in cos poco tempo?"
"Yes, missione compiuta, siamo dei maghi, non lo sapevi?"
Ardig sorrise e tacque, diplomaticamente.
"Partiamo da quella con la cascina e i ragazzetti. Seguimi... te la faccio vedere sul terminale perch  ancora in corso la deframmentazione e la ricomposizione dei pixel..."
"No, per favore, lascia perdere queste diavolerie tecniche."
"Ok stavo solo spiegandoti che a video  ingrandita e pi nitida rispetto all'originale", rispose De Piccoli armeggiando con la tastiera e riempiendo il monitor con un'immagine in bianco e nero a contrasti sfocati, con il grigio a dominare.
Una smorfia di delusione si dipinse sul volto del commissario.
La foto era senza dubbio pi nitida, pi sgranata, meno ingiallita e ingrigita rispetto al naturale, e si vedevano chiaramente i volti dei tre ragazzini, ma nulla di pi riguardo allo sfondo.
Sempre quella cazzo di cascina e dietro qualche albero sfigato.
"Cosa puoi dirmi della foto?"
"Senza farti un trattato della storia della fotografia ti dico che la carta fotografica  degli anni Quaranta o primi anni Cinquanta, anno pi, anno meno. Diciamo immediato dopoguerra. Faremo ulteriori accertamenti per essere pi precisi."
Il capo della Omicidi fece due conti: Ballabio era del 1938, s uno dei bambini in foto, sugli 11-12 anni, poteva essere lui.
Per alla fine che importanza aveva?
Chi di noi in qualche cassetto o scatolone non conserva una foto della propria infanzia?
Eppure se l'assassino gliel'aveva inviata doveva esserci una ragione valida.
E soprattutto l'omicida dove se l'era procurata? Direttamente a casa di Ballabio? O ne era gi in possesso in altri modi?
In ogni caso quella cascina doveva significare qualcosa di importante.
Per cui telefon subito in commissariato all'agentehacker Scalise affidandogli il compito di provare a scoprire qualcosa in pi.
De Piccoli attese che terminasse la telefonata prima di ricominciare.
"Veniamo alla seconda foto, quella del morto. Qui la ricerca  stata piuttosto agevole in quanto la carta fotografica  quella di una Polaroid degli anni Novanta. E un nostro agente, hai presente Valentini quello alto e secco?"
Ardig annu, facendogli cenno di proseguire.
"Ecco lui  un appassionato di fotografia. E non ha dubbi:  una di quelle Polaroid Impulse con stampante a colori incorporata."
"Quelle che sputavano fuori le foto pochi secondi dopo lo scatto?"
"Proprio quelle. Un bel pezzo da collezione. Chiss dove l'ha recuperata il killer", bofonchi De Piccoli.
"Quello penso di potertelo dire io, l'avr recuperata a casa della vittima, il Ballabio, che oltre a fare il fotografo era anche un esperto come il tuo agente, per cui le riparava e le rivendeva."
"Ah, ecco... e anche l'ultima foto, quella della carta dei tarocchi..."
"Non  una carta dei tarocchi,  un'incisione stampata su un trattato sulle divinit classiche", lo corresse il commissario.
"Va beh, stessa roba. Comunque anche questa foto  stata fatta con la stessa Polaroid."
Dunque l'assassino poteva aver individuato la macchina fotografica a casa del Ballabio, subito dopo averlo accoppato e a quel punto aveva perfezionato il suo piano criminale.
Oppure si era procurato gi prima la Polaroid o magari la possedeva da tempo.
"Bene. C' altro?"
"No, ma tu che pensi di fare?"
"Non so,  un brutto caso e non ho uno straccio di elemento da cui partire. E poi c' il fatto che anche questo tizio era coinvolto nell'Expo, essendo il fotografo di un libretto del cazzo sulle galline. Pensa te..."
"Non penserai a un collegamento con l'omicidio della Spirova?"
"No, figurati, quello a mio avviso  un delitto dettato da una componente sessuale, per il punto  un altro... ovvero che questo Ballabio era accreditato per l'Expo e questo particolare  praticamente di dominio pubblico, voglio dire... questo lavorava gomito a gomito con i giornalisti, per cui..."
"S, ho capito, due omicidi nell'ambito dell'Expo. Ecco perch il Questore  cos elettrico..."
"Ecco, definiamolo elettrico che suona meglio del termine che avrei utilizzato io. Sei sempre un grande nel trovare le parole giuste."
De Piccoli scosse la testa: "Allora fila a risolvere questi casi, se no qui ci sbattono tutti a Lampedusa a raccattare i migranti dai barconi... Se ho altre novit sulla foto ti aggiorno".
Fuori dalla Questura Milano lo accolse con un cielo a tinte contrastanti: il chiaro era sempre pi braccato dallo scuro, esattamente come il suo umore.
Prov ad appellarsi al suo scarso ottimismo.
Chiss, magari sarebbe emersa qualche novit dai rilievi nell'appartamento di Lambrate...
Di novit per non ne arrivarono per tutta la giornata.
Nel condominio di piazza Rimembranze di Lambrate non c'erano telecamere e non c'era una portineria, perch non c'era niente da rubare se non una pianta di ficus all'ingresso e magari qualche copia dell'imperdibile libro sulla storia dei polli delle nostre cascine.
Un best seller da far impallidire Dan Brown o John Grisham...
Avevano controllato meticolosamente.
Non c'erano segni di effrazione nella porta e la serratura era aperta dall'interno, ergo il killer si era fatto aprire dal vecchio.
E qui i casi erano due: o si conoscevano oppure l'omicida aveva convinto il Ballabio a farlo entrare, magari con uno dei classici metodi di raggiro per gli anziani, spacciandosi per un inviato del Comune o della Asl.
Ogni ipotesi era buona. Tutto e niente.
E non avendo una precisa collocazione del giorno del delitto non potevano neppure confidare in qualche testimonianza affidabile.
Ardig sbuff chiudendo il faldone.
Di lavorare non ne aveva pi voglia.
Fuori lo scuro aveva prevalso sul chiaro, prendendosi la scena sotto forma di nuvolacce panciute e pronte a scaricare la loro cattiveria sul grigiore dei cielo milanese.
Rest incollato davanti alla finestra qualche minuto, giusto il tempo di veder ticchettare le prime gocce contro il vetro.
Controll l'orologio.
Quasi le 19.
Un'ora e mezzo dopo in tv c'era la partita di basket tra Cant e Milano.
Per cui si decise, imbrag Frog con il guinzaglio e fottendosene della pioggia che stava flagellando la City si avvi per una delle sue solite passeggiate.
Senza ombrello, solo il cappuccio di un giubbetto di tela a ripararlo.
E sotto il cappuccio una gabbia aperta ai pensieri che iniziarono subito a volteggiare pericolosamente, come api fuoriuscite da un alveare.
Stavolta pi che alle foto ricevute pensava al modus operandi del killer.
Un assassino che utilizza un rasoio.
Un'arma complicata. Che apriva un mondo di domande. Perch non un coltello?
Chiaramente doveva esserci un significato preciso dietro a questa scelta.
Non aveva voglia di sorbirsi la Lunardon per avere la solita lezione sul possibile perch.
Ricordava uno di quei thriller paranoici americani, con un giovane Michael Caine che interpretava uno psicopatico che si travestiva da donna, con la parrucca bionda e l'impermeabile scuro, e andava in giro a tagliare gole con un affilatissimo rasoio da barbiere.
Quello per uccideva belle donne nel massimo splendore, non vecchi uomini gi avviati verso la fossa.
E ricordava che lo scrittore Emilio Salgari aveva impugnato il rasoio per togliersi la vita.
Cavolate. Nel dubbio aveva comunque ordinato ai suoi di scartabellare nei casi di omicidio degli ultimi dieci anni per vedere se qualche omicida aveva optato per il rasoio come suo strumento di lavoro.
Ma la ricerca aveva prodotto uno zero assoluto.
In Lombardia, in questo terzo millennio, c'era stato solo un femminicidio avvenuto con un rasoio: un omicidio domestico e l'assassino, il marito, un pakistano che applicava la sharia islamica, dimorava in una solida cella di un penitenziario bresciano.
Un altro fallimento, l'ennesimo di un'altra giornata vuota su cui poteva calare la saracinesca.
Sbuff. Non per la fatica della camminata ma per il peso del suo silenzioso compagno di viaggio, la solitudine, che lo scortava da una vita e pure in quelle ultime ore della giornata, un'altra giornata inconcludente che scivolava nel personalissimo cestino dei suoi giorni persi.
Un cestino pieno, pienissimo, quasi sull'orlo di traboccare.
Intanto un passo dopo l'altro era arrivato in Porta Venezia. Luminosa anche nel grigio di un pomeriggio sotto il diluvio e caotica come sempre all'ora di punta dei pendolari.
Per lui quello era il vero ombelico della sua Milano.
E infatti i turisti, incappucciati nei k-way, immortalavano quei bastioni secolari con i loro smartphone.
Cazzo! Il telefono! Lo aveva scordato in ufficio.
Si rassegn a una doppia razione di passeggiata, con annessa lavata, e non per scelta.
Acceler mettendosi a camminare stile maratoneta: meno di un'ora alla partita e non voleva perdersela.
Venti minuti dopo era nuovamente in ufficio.
Sgocciolava come un reduce da un tuffo in una cascata.
Il tempo di entrare, recuperare l'Htc e fare dietro front e l'agente Giuseppe Scalise buss con il solito suo modo felpato.
Un uomo indecifrabile, trascurato fisicamente e nell'abbigliamento, poco loquace e mai sorridente, uno che avrebbe sfigurato persino allo sportello di un ufficio postale.
E invece era alla squadra Omicidi e nel fodero custodiva un cannoncino che al poligono utilizzava meglio di tutti.
Al poligono, perch in strada fortunatamente la pistola non l'aveva mai estratta.
E nell'unica volta in cui lo avevano catapultato in prima linea aveva rischiato lui di farsi sparare.
"Giuseppe, ancora qui?", lo accolse stupito.
"Ho terminato quella ricerca che mi avevi commissionato, su quella foto rinvenuta sotto il corpo di Ballabio."
"Ah gi... s. Novit?", lo ascolt scrutando l'orologio.
Meno di 40 minuti all'inizio di Cant-Milano...
"Ho provato a scansionarla e immetterla nel motore di ricerca fotografica di google earth..."
"Beppe per cortesia, gi  stata una giornata del cazzo...
evitami tutta la cronistoria e dimmi quel che devo sapere", lo invit a tagliare, calcolando il tragitto per tornare a casa e vedersi la partita.
"S, certo, ecco qui, guarda lo sfondo", rispose allungando due stampati al commissario.
Lo stesso soggetto ritratto, la stessa casupola rurale.
Solo che nella prima foto alle spalle c'erano campi e alberi, nella seconda c'erano palazzoni di cinque o sei piani a minacciarla, come dei giganti che la circondavano, pronti a spazzarla via.
Nella testa scatt la celebre milanesissima canzone di Celentano sulla via Gluck.
La dove c'era l'erba ora c' una citt.
In quel caso c'era, tempo imperfetto, perch anche quella foto comparativa era datata, tipo anni Sessanta.
"Vedi, nella prima foto con i ragazzi sembra un posto di campagna, nella seconda vediamo invece che siamo in un centro abitato", sottoline Scalise.
Nessun dubbio, era proprio cos.
"E dove si trova questo centro abitato?"
"Siamo a Milano,  il rione di Pratocentenario, una parte del quartiere di Niguarda e tecnicamente questa cascina si trovava in quella che oggi  via Koerner, la parallela di viale Suzzani."
Sentendo quei nomi, Niguarda e viale Suzzani, Ardig fu colto da un brivido.
La memoria corse a una mattina di un anno e mezzo prima, una telefonata alle 6,30 che lo avvertiva che un folle, un negro come disse l'agente della sala operativa, aveva ucciso a sprangate un uomo e ne aveva feriti gravemente molti altri.
Al suo arrivo a Niguarda, con l'assassino gi condotto via da quelli della Mobile, Ardig aveva trovato ad attenderlo le pozze di sangue nei punti dove il pazzo omicida aveva aggredito le sue vittime.
Nei giorni successivi il conto delle vite perdute era salito a tre.
Una strage terribile, una ferita che per Milano non si era ancora rimarginata.
Tra l'altro da poche settimane quell'uomo, il clandestino ghanese Adam Kabobo, graziato con le solite mille attenuanti che si devono ai pazzi senza considerare il dolore per le vittime, era stato condannato a soli 20 anni di reclusione.
Meno di sette anni per ogni vita che si era portato via.
Un'altra assurdit della giustizia italiana e del tribunale di Milano, considerando che il "paparazzo" Fabrizio Corona stava scontando una pena quasi del doppio degli anni, inflittagli dalle stesse toghe, solo per aver tentato un'estorsione ai danni di qualche vip.
Ma cos andavano le cose ed era proprio questo andazzo che stava facendo scendere la catena al commissario, sempre meno convinto che la legge, quella dei codici e dei tribunali, potesse davvero condurre a quella giustizia che doveva fare onore al suo significato, una giustizia dove la vita di un essere umano non poteva valere meno di sette anni e dove un assassino che aveva tolto la vita a tre persone, pazzo o non pazzo che fosse, non poteva essere condannato a soli 20 anni contro i 12 di un paparazzo-estorsore che invece, fino a prova contraria, non aveva mai torto un capello a nessuno.
Chiaro che poi crescevano piccoli giustizieri di quartiere pronti e determinati a punire loro chi era stato graziato dai tribunali.
E forse anche folli o fanatici che sgozzavano con i rasoi e poi inviavano foto di incisioni rinascimentali sulla Giustizia agli investigatori...
Scacci questi ragionamenti per tornare a osservare le due foto.
Nel frattempo era sopraggiunta anche la Lunardon cui Scalise mostr la comparazione delle due immagini.
Ardig mentalmente imprec vedendo la criminologa che subissava Scalise di domande, rassegnandosi a non vedere la partita.
" possibile che Ballabio fosse uno dei bambini immortalati davanti a quella cascina", convenne la criminologa. Prima di aggiungere: "Oppure quella cascina e quei tre ragazzi rappresentavano qualcosa di importante per il nostro omicida, forse erano i suoi nonni o i suoi genitori. Magari uno dei tre pu essere lui stesso".
"Figuriamoci, significherebbe che ha 80 anni anche lui", obiett Ardig.
"Questo non significa nulla, il nostro assassino potrebbe tranquillamente essere un nonnetto che uccide dei coetanei. E - aggiunse la criminologa - non ti dimenticare della Nemesi. L'omicida potrebbe aver covato la sua vendetta anche per 60 o 70 anni e soltanto adesso essersi deciso a metterla in pratica."
"Per cui uno dei tre ragazzini potrebbe essere l'assassino e un altro Ballabio? Non mi convince, comunque...", concesse Ardig per non contraddirla.
"E il terzo ragazzino magari la prossima vittima", prosegu la Lunardon.
Pazzesco. Tuttavia ogni minimo dettaglio rappresentava un appiglio cui aggrapparsi.
Soprattutto se quel dettaglio lo allontanava dal sito espositivo dell'Expo.
Ringrazi Scalise per l'ottimo lavoro svolto e lo conged pianificando il da farsi insieme alla criminologa.
L'indomani sarebbe andato a Niguarda per fare due passi. Ma non da solo.
Si sbarazz della Lunardon, che nel frattempo si era messa a smanettare con WhatsApp, evidentemente per organizzarsi la serata, si rassegn a vedersi la partita in ufficio e compose il numero dell'amico Malerba, mentre accendeva la tv e digitava il canale di Rai Sport.
Per una ricerca storica era meglio muoversi in incognito e senza tesserini da sbirro da sbattere in faccia alla gente.
L'amico rispose trafelato.
"Eccomi, ero in tipografia, che succede?", domand l'amico, valutando che erano stati insieme fino a tre ore prima.
In sottofondo la stessa voce del telecronista che echeggiava nell'ufficio del capo della sezione Omicidi.
"Volevo chiederti un favore."
"Dimmi."
Improvvisamente il commissario si ricord che, basket a parte, non aveva nulla da fare e nessuno con cui dividere il suo nulla.
Certo avrebbe potuto proporre un invito a cena alla criminologa, che stava ancora lavorando davanti al suo computer portatile, ma quella poteva essere sposata o impegnata.
Anzi sicuramente era una donna impegnata.
E poi lo aveva gi rimbalzato la sera precedente e poco prima non lo aveva certo favorito, magari con qualche sguardo ammiccante.
Che si fottesse... E poi c'era l'Olimpia.
"Magari te la chiedo a voce. Fino a che ora sgobbi?"
"Ho praticamente finito e mi sono barricato in ufficio per vedermi la partita in santa pace, sperando che non mi rompano le palle con qualche pagina da chiudere".
"Anch'io la guardo qui in ufficio."
"Con la Lunardon?", lo punzecchi Malerba.
"No con Frog... senti, ci facciamo un messicano dopo la partita? Quello in via Valtellina? Il Mexicali?"
"Andata, a dopo, facciamo alle 22,30."
Prima di parlare di lavoro Bruno e Federico parlavano sempre del pi e del meno.
Quasi sempre di basket e della loro amata Olimpia Milano, impegnata a difendere quello scudetto che un anno prima aveva vinto dopo 18 anni di digiuno, ma quella sera malamente sconfitta nel sentito derby lombardo con gli odiati rivali di Cant per 83-64.
Per una buona mezz'ora discettarono sull'efficacia in attacco della coppia formata da Ragland e Brooks, fino a quando il cronista si ricord della telefonata che li aveva portati a incontrarsi davanti a una vaschetta di nachos da intingere nel tabasco.
"Perch mi hai chiamato? Cosa volevi? Mi hai detto che ti serviva un favore."
"Ah... s. Domani mattina mi accompagni a fare un giretto a Niguarda?"
"Motivo?"
Estrasse l'Htc dalla tasca e lo posizion sulla galleria fotografica mostrando all'amico la riproduzione scannerizzata della foto.
"L'abbiamo trovata a casa di Ballabio", ment, per non spiegare come ne era venuto in possesso.
"Lui da giovane?", chiese il reporter.
"Probabile e la costruzione alle sue spalle  una cascina di Pratocentenario abbattuta negli anni Settanta, tra l'altro pare fosse l'ultima vera cascina che si trovava a Milano."
"Figuriamoci se era l'ultima cascina, basta andare verso Chiaravalle e di cascine ne trovi ancora oggi..."
"Volevo dire l'ultima cascina dentro la cerchia dei confini cittadini. Nel senso di cascina vera, con mucche e maiali. Poi  chiaro che fuori dalla cinta urbana ci saranno state altre migliaia di cascine e ce ne saranno ancora."
Resocont quanto scoperto dall'agente Scalise.
"Uhm... e speri che qualcuno riconosca i ragazzi nella foto?"
"Ammesso che serva a qualcosa... s."
Malerba ingurgit qualche nachos intingendolo nella salsa piccante, quindi si concesse una sorsata di birra.
"E credi che possa avere un'attinenza con l'omicidio?"
"Sinceramente no, tuttavia, per come sono messo, ogni piccola traccia va verificata."
L'amico cronista arraff un altro triangolino di mais da affondare nel tabasco.
"Qui serve una memoria storica, uno che abbia 80 anni e la testa che funziona ancora. Se vuoi... Uno dei colleghi della cronaca, Cisliani,  di Niguarda.  lui che ha seguito il caso Kabobo..."
" uno fidato? Guarda che questa  una prova ufficiale."
"Beh... mica devi svelargli il quarto segreto di Fatima,  solo una vecchia foto e anche se saltasse fuori che si tratta di Ballabio non lo scrive certo lui, sono io a seguire questa inchiesta."
"Va bene, chiamalo."
"A quest'ora?  quasi mezzanotte", obiett il cronista.
"Devo fare in fretta, ti ricordo che ho un cadavere sul tavolo dell'obitorio."
"Ok, esco che qui c' troppo caos."
Usc anche lui per fumarsi una sigaretta.
La telefonata di Malerba dur pochi minuti.
"Allora?"
"Dobbiamo rivolgerci al dottor Sandro Crocetti."
"E chi sarebbe?"
"Un farmacista, che veleggia verso l'ottantina. Secondo Cisliani  uno che sa tutto della zona.  nato e vissuto sempre a Niguarda, dice che ha curato quasi tutti quelli del quartiere. E c' ancora con la testa."
"Dove lo troviamo?"
"La mattina va sempre a farsi l'aperitivo nel bar di piazza Istria e pare sia uno disponibile e che si annoia parecchio. Domani mattina Cisliani lo avvisa che andremo a parlarci."
"Ottimo, bravo Federico."
Rientrarono per una seconda birra. E ricominciarono a parlare di basket.
E se capitan Gentile a fine stagione fosse davvero volato nella Nba agli Houston Rockets?
Come lo avrebbero rimpiazzato?
...
.
...
6.
...
.
...
Fuori c'era un bel tepore umido.
Faceva caldo, anche se all'orizzonte incombevano nubi grasse e nere, pronte a scaraventare acqua torrenziale per rinfrescare la metropoli sudata e stanca.
Valut la temperatura: almeno una quindicina di gradi.
Roba da serate estive, in Russia.
Anche se dopo tutti quegli anni un po' si era abituata al tepore del dolce clima italiano.
Scelse un vestito leggero, estivo, e delle scarpe con il tacco alto e l'alluce scoperto.
Niente calze. Non aveva autoreggenti e i collant non erano indicati per una serata da bollino rosso.
Si concesse un "pit stop" per laccare le unghie di un blu scuro che le rendevano i piedi molto sexy.
Mentre le faceva asciugare chiam al volo la sua vice, per ricordarle una cosa per l'indomani.
Telefonata rapida, meglio evitare spiragli per i dubbi dell'ultima ora.
Soprattutto con lei, soprattutto per lei. E per lui.
Visto che ormai aveva scelto.
Cos chiam anche Cristian, per dirgli per che era pronta e sarebbe arrivata da lui a breve.
Infil il cellulare in borsa, recuper una bottiglia di vodka, che non mancava mai nel suo armadietto bar, e scese in piazza cercando con lo sguardo la sua utilitaria.
Un Freemont bianco stava scaricando un giapponese che indugiava in attesa del resto, davanti al portellone spalancato.
Poi il cliente si allontan, lentamente, mentre il taxi restava fermo: il conducente stava smanettando con l'i-Phone.
Non le piaceva guidare la sera, soprattutto se poi fosse scoppiato un temporale, e poteva anche permettersi di spendere dieci euro per farsi scarrozzare dal suo bell'angelo caduto dal cielo.
Si avvicin e fece segno con il pollice.
Il taxista, un giovanotto tatuato con i capelli tagliati a spazzola, la invit a salire, si fece indicare la destinazione e part quasi sgommando.
Per tutto il tragitto la scrut dallo specchietto, mirando con lo sguardo alle sue gambe e alle sue tette.
Si infastid, non si era messa in tiro per quel tamarro.
Arriv, allung una banconota "rosata" e scese senza nemmeno ritirare i pochi centesimi di resto.
Il ragazzo fece inversione a U con molta calma, approfittandone per lanciarle un'ultima occhiata radiografica al sedere, tondo e ondeggiante.
Due "botte" a una milfona matura come quella le avrebbe date molto molto volentieri.
Si consol pensando che stava per staccare e che dieci ore dopo lo attendevano i suoi amici e un bel charter da Orio al Serio: destinazione Sharm el Sheik.
L di vogliose milfone nordiche ne avrebbe trovate parecchie da soddisfare.
...
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...
Milano, venerd 17 aprile 2015.
...
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...
Scarpe da tennis, tuta e polo dell'EA7 Emporio Armani.
Nonostante la pesante sconfitta della sera precedente nel derby con Cant.
Vestito cos informale, e con un bastardino con gli occhi velati al guinzaglio, nessuno lo avrebbe sgamato come poliziotto.
Avrebbe voluto farsela a piedi, ma per le fragili zampe di Frog la distanza era eccessiva.
Cos aveva camminato fino a Loreto, si era infilato nella verde ed era sceso a Gioia avviandosi verso lo storico quartiere dell'Isola, con le sue case del dopoguerra che sembravano piccine piccine sotto l'ombra dei nuovi grattacieli dell'area Garibaldi, e l aveva preso la nuova metro viola, la linea 5.
Peccato che in un banale ordine numerico il 5 dovrebbe seguire il 4 che, per, calato nella realt della metropolitana milanese mancava all'appello.
O meglio la linea 4 avrebbe dovuto essere pronta e completa gi per l'imminente Expo.
Avrebbe. Condizionale. In realt la linea 4 erano solo progetti cartacei, voragini in alcune aree della citt e tante polemiche tra maggioranza e opposizione.
E allora perch non degradare la linea 5 a linea 4, cos giusto per rispettare la logica numerica?
Un'altra assurdit di una Milano che faceva sempre pi fatica a comprendere.
Scese alla nuova fermata di Istria, pochi passi e raggiunse lo slargo circolare tagliato in due dalle quattro corsie ad altissimo traffico di viale Zara: piazza Istria, che tutti i milanesi per chiamano piazzale Istria.
Un'altra peculiarit di Milano dove la met delle piazze sono in realt dei piazzali.
Piazzale Lagosta, piazzale Maciachini, piazzale Corvetto, piazzale Lotto...
Perch la piazza ha un significato pi nobile ed elevato, quasi di salotto, di cuore pulsante di una comunit, quanto meno di un quartiere, e presuppone qualcosa di identificativo, di aggregante, una chiesa, un monumento, un giardino, non soltanto una forma circolare.
Individu il bar e anche Malerba.
Pure lui in tuta e scarpe da tennis, manco dovessero andare in palestra.
"Come lo riconosciamo?", domand Federico.
"Non so, chiediamo al barista."
Non ne ebbero bisogno.
Un uomo pi sulla settantina che sull'ottantina stava conversando con una signora coetanea con in braccio un barboncino bianco con collarino rosa.
Stava disquisendo di colesterolo e di analisi da eseguire.
Occhiali tondi tenuti in mano, baffetti grigi, capelli folti e mossi, una vaga somiglianza con l'attore Giancarlo Giannini.
"Dottor Crocetti?", domand Ardig, con tono cortese.
"A vostra disposizione, con chi parlo?", domand a sua volta, osservando quei due uomini dall'aspetto giovanile e quell'orribile cane, che anche nel pi degradato dei canili di periferia avrebbe fatto una pessima figura.
"Siamo i due giornalisti della Voce Lombarda, avrebbe dieci minuti da dedicarci?"
Il pensionato li squadr in obliquo, riflettendo sull'inesattezza della massima popolare per cui l'abito fa il monaco.
"Siete voi i colleghi del Cisliani?"
"Proprio noi, non faccia caso all'abbigliamento sportivo. Siamo di riposo..."
"Figurarsi, sono anch'io un tifoso dell'Olimpia - lo interruppe il vecchio medico indicando la polo scudettata del commissario - da giovane andavo al palazzone a vedere il Simmenthal, che partite quelle", ricord Crocetti, richiamando dal database della sua memoria dei file degli anni Sessanta, quando per l'appunto l'Olimpia Milano era sponsorizzata Simmenthal e il mitico Palazzo dello Sport di San Siro campava felicemente, ignaro che l'incredibile nevicata del 1985 ne avrebbe fatto crollare il tetto condannandolo alla demolizione.
Vecchi ricordi, del resto erano proprio quelli che cercavano.
Lo lasciarono dilungare sulla Coppa dei Campioni vinta nel 1966 con in campo il mitico Bill Bradley, poi, una volta creato un clima di fiducia, deviarono sul terreno professionale.
"Dottore, cortesemente osservi questa foto, vediamo se pu aiutarci."
Crocetti inforc gli occhiali ed esamin la foto.
"La vecchia cascina con le mucche..."
"La ricorda?"
"Come no. Dicono fosse l'ultima presente in citt."
Ardig strizz l'occhio a uno scettico Malerba: te l'avevo detto che era l'ultima...
"E questi ragazzi?"
Si prese almeno un minuto per osservare bene i ragazzi immortalati in quel giorno lontanissimo.
"Mah, non saprei. Questo qui - indic uno dei tre adolescenti - forse me lo ricordo.... Aspetti... come si chiamava... no... mi scappa il nome."
Decisero di non pressarlo.
Il farmacista si girava la foto in alto e in basso, come se magicamente potesse aumentarne la definizione.
Poi scosse la testa, arrendendosi.
"No, non me lo ricordo. Poi chiss che fine avr fatto, oggi sar un vecchio arteriosclerotico come me..."
Continu a fissare quell'istantanea, ingiallita dal troppo tempo trascorso.
Di acqua sotto i ponti ne era passata cos tanta da svuotare gli oceani.
"Di quando sarebbe questa foto?"
"Stimiamo fine anni Quaranta."
Il farmacista sorrise.
"Sono del '39. No, davvero non me li posso ricordare. Anche se, questo qui... no niente."
Ardig annu. Ma non moll.
"Ricorda qualcosa di questa cascina?"
Crocetti sorrise nuovamente.
"Beh... abitavo poco lontano. Nel dopoguerra c'erano altre cascine nei dintorni, ovviamente, poi sempre di meno... capirete con tutte le fabbriche che aprivano chi stava pi dietro alle vacche? Tutti a fare gli operai, paga sicura a fine mese, l'assistenza sanitaria garantita dalla ditta e alla fine si sgobbava anche di meno che stare dietro al puzzo degli animali... Piano piano le cascine venivano tutte abbandonate e quando hanno iniziato a girare i soldini nelle tasche di tutti, sapete con gli anni Sessanta, con il boom economico  arrivato anche il boom edilizio e allora hanno cominciato a demolirle le cascine, tanto ormai ci vivevano solo i vecchi."
"Magari ha conosciuto le famiglie che ci abitavano", prov a insistere Malerba.
"Ne ho conosciute s di famiglie. Dentro c'erano le classiche corti a ringhiera e di gente l ne  passata eccome, soprattutto dopo la guerra. Tutta brava gente che voleva ricominciare a vivere... ma posso sapere cosa state cercando di preciso?"
Ardig e Malerba tacquero.
Poi fu il commissario a decidersi.
"Ha letto sui giornali di quel brutto omicidio avvenuto ieri a Lambrate?"
"Quel poveretto ucciso con il rasoio? Come no... ci mancava pure quello. Pensi che l'altro giorno hanno trovato una poveretta proprio qui a Niguarda. Dicono che sia stata uccisa da un maniaco che l'ha violentata. All'inizio pensavano fosse una prostituta e invece era..."
"S, sappiamo di quell'omicidio e la donna non  stata violentata - lo interruppe bruscamente Ardig, riportandolo all'argomento della conversazione - ma tornando alla foto pensiamo che questa cascina o i tre ragazzini abbiano un'attinenza con il delitto e vorremmo ulteriori elementi per i nostri articoli."
"Come  che si chiamava il signore ucciso?"
"Ballabio. Si chiamava Adriano Ballabio."
Riflett un istante, corrugato.
"No, non lo ricordo. E pensate che questo Ballabio abitasse nella cascina?"
Ardig annu, incoraggiandolo.
Questa volta a tacere fu il farmacista.
"Chi lo sa, pu darsi... Non saprei davvero come aiutarvi, mi spiace. Cio... sulla cascina ce ne sono di storie da raccontare..."
"Quali storie?"
"Beh, come le dicevo la cascina con il boom economico  stata progressivamente abbandonata. Gi dagli anni Sessanta era quasi deserta. E cos  diventata un rifugio di poveri disgraziati, come quelli che stanno in Stazione Centrale. Solo che oggi arrivano dal Marocco, dal Congo, da quei Paesi l, mentre allora erano di qui, poveracci senza casa, senza famiglia..."
"Vuol dire dei barboni?"
"Anziani pi che altro. O invalidi della guerra.
Gente che non aveva pi un lavoro, una famiglia, un posto dove andare e si accontentava di avere un tetto sulla testa. Poi li hanno cacciati quando l'hanno abbattuta a met anni Settanta. Ormai era pericolante."
"E le storie a cui accennava?"
"Mah, robe strane... che si vedevano luci nel buio, che si sentivano rumori strani."
Ardig scosse la testa perplesso: "Tipo fantasmi?".
"Pi o meno. C'era un vecchio strambo che diceva di aver visto un bambino incatenato, sotto in una cantina, che urlava e piangeva. E poi uomini incappucciati che giravano di notte..."
Il commissario stavolta lo ferm: "Va bene, di baggianate di questo tipo se ne raccontano di ogni edificio abbandonato. Vorrei capire se ricorda qualcosa di vero, non queste storie di spettri".
"No, mi spiace, niente che possa esservi utile", rispose risentito il dottor Crocetti.
Un buco nell'acqua. Lo ringraziarono e si congedarono dopo avergli lasciato il numero di telefono di Malerba.
Ardig decise di tornare a casa a cambiarsi.
Il tempo di arrivare al portone di casa in via Gran Sasso e un'idea gli cominci a ronzare in testa: aveva un paio di ore tranquille e le avrebbe utilizzate per un altro giro.
Per cui ripart a piedi, con Frog al guinzaglio, avviandosi verso Lambrate tagliando da piazza Piola e da l verso la stazione.
Adriano Ballabio era stato ucciso nel salotto del suo appartamento, da qualcuno che doveva conoscere e che sicuramente conosceva bene lui, la sua casa, i suoi orari.
L'Expo non c'entrava nulla con questo delitto e con un killer che si diverte a stuzzicare il capo della Omicidi mandandogli la foto del morto prima ancora che lo trovino.
E se l'assassino conosceva Ballabio allora il quartiere era il primo posto da cui far partire un'indagine vecchia maniera, tastando il polso della gente.
Il sovrintendente Pasini si era stufato di sentirsi rispondere dalla solita voce meccanizzata che l'utente poteva avere il terminale spento.
Samantha Spaggiari continuava a non rispondere da 24 ore al 348-691... di cui risultava intestataria.
Si innervos e opt per una scorciatoia: cerc su google l'indirizzo dell'azienda florovivaistica del lago di Iseo e rintracci il numero di telefono.
Meno di cinque minuti dopo una segretaria dall'accento marcatamente valligiano gli passava la Samantha, la quale rispose con una voce nervosa che grondava apprensione: "Il commissariato di Polizia? Ma  successo qualcosa?".
Per un istante si era dimenticata che quattro giorni prima una sua collega era stata trovata morta sotto un cumulo di rifiuti.
Pasini si fece intenerire dall'accento e la rassicur: "No signora,  per il delitto di Oksana Spirova".
"Ah, meno male", comment con poco tatto la Spaggiari dall'altra parte della linea telefonica.
"Abbia pazienza signora - riprese Pasini - ma la sto cercando da ieri ma il suo cellulare risulta sempre irraggiungibile..."
"Impossibile,  sempre stato acceso", ribatt sicura la donna.
"Le dico di no, a meno che lei non si riferisca a un altro numero oltre al 348-691... di cui ci risulta essere intestataria,  cos? Me lo conferma?"
La Spaggiari si sent gelare, come se le avessero versato un secchio d'acqua fredda addosso.
La Polizia cercava notizie di quella sim, di quel numero che lei conosceva a memoria.
Si prese un secondo per riordinare le idee.
"Boh, non mi ricordo il numero a memoria... aspetti che guardo. Ah s...  la mia seconda scheda, ma la uso solo la sera perch ho la tariffa che costa di meno."
Pasini sorrise, tipico di tante persone utilizzare sim diverse in base alle fasce orarie delle tariffe.
"E infatti la chiamo per una telefonata ricevuta proprio di sera, per la precisione la sera di domenica 12 aprile, e penso ricorder anche chi era la persona dall'altra parte della cornetta."
"No che non me lo ricordo", rispose di getto la Spaggiari.
Sincera, genuina, ruspante.
Una cos a Pasini faceva simpatia e tenerezza.
Avrebbe voluto conoscerla di persona.
"Signora, parlo di Oksana Spirova, se la ricorder la telefonata, no? L'hanno trovata morta l'indomani mattina..."
"Poveretta, non mi ci faccia pensare..."
"E invece s, a noi risulta che avete parlato solo un minuto, desideravo sapere se ricordava i contenuti della telefonata."
La Spaggiari dal gelo pass al bollente, ritrovandosi sudata in un istante.
Se avevano le intercettazioni della telefonata bluffare non aveva senso.
"Signora stia tranquilla, immagino che non  facile ricordarsi una cosa a comando, provi solo a ricordare."
"Ma scusi, non avete le intercettazioni?"
"Quelle si fanno quando la persona da intercettare  ancora viva, non quando  gi stata uccisa. Non le pare?"
Si sent rinascere. E rinvigorire.
"Mi ha chiesto una cosa sugli ulivi che stiamo impiantando nel sito, una roba di lavoro."
"Lo immaginavo, mi scusi per il disturbo e buona giornata."
La donna riattacc la cornetta.
Madida di sudore e pallida.
La collega dall'altra scrivania la osservava curiosa.
"Tutto bene?"
"S, s... mi vado a prendere un caff al bar."
Seduto su una panca scomoda nella saletta dei colloqui della stazione di Affori il tenente Fontana stava esaminando il fascicolo avuto dalla sezione Omicidi della Polizia.
Il verbale post mortem di Lorenzo Bucchioni redatto e siglato dal medico dell'equipaggio del 118 intervenuto in viale delle Rimembranze di Greco alle 6,55 della mattina di marted 13 aprile 2015, su chiamata di un passante che stava facendo una corsetta sulla pista ciclabile del Naviglio Martesana.
Un arresto cardio-circolatorio.
Questa la diagnosi del dottor Mattia Grimaldi.
Il corpo era gi in avvio di rigor mortis. Tutto qui.
Come aveva spiegato il commissario Ardig, nel corso del loro colloquio il pomeriggio precedente, non era stato aperto alcun fascicolo dalla Procura e il caso era stato archiviato senza che la Mobile, e di conseguenza la sezione Omicidi, fossero coinvolti.
Del resto non si trattava di un omicidio ma di un malore occorso a un anziano alla soglia delle 80 primavere.
Continu a scorrere lo scarno fascicolo.
Lo avevano rinvenuto bardato di tutto punto: cappotto, pullover e via dicendo.
A conferma dell'idea che fosse uscito per una passeggiata notturna, quando la temperatura  bassa e c' molta umidit, e per questo si fosse coperto bene, e strada facendo fosse stato colto da un malore praticamente fulminante.
Il medico collocava il decesso come avvenuto nelle ore notturne, in una fascia oraria collocabile tra le due e le tre, stando al rigor mortis.
Possibile che un 79enne, con un cuore che faceva cric croc, se ne fosse andato in giro in piena notte?
Prov a intrufolarsi nella testa del maresciallo Bucchioni.
Un uomo solo, forse insonne come molti anziani.
Peccato non poterne ricostruire le abitudini.
Magari quella della passeggiata notturna era una consuetudine oppure ad attirarlo fuori di casa era stato qualcosa di specifico, forse una telefonata.
Improvvisamente gli venne in mente che, stando al verbale posto di Polizia del Niguarda fornitogli dalla sezione Omicidi, Bucchioni non aveva addosso il telefonino quando era stato colto dall'infarto.
Aveva provato a contattarlo ma risultava irraggiungibile, del resto la batteria si doveva essere ormai scaricata.
Forse lo aveva lasciato a casa, in qualche cassetto, oppure lo aveva perso nel tragitto verso il Naviglio.
Eppure non aveva percorso un grande tragitto, poche centinaia di metri dalla sua abitazione in piazzale Greco.
Ragion su come potevano essere andate le cose.
Probabilmente aveva camminato pochi minuti, magari la stanchezza, alleata alla pioggia di quella notte, doveva averlo aggredito e il suo cuore malandato lo aveva tradito mentre scendeva dal ponte, facendolo inciampare e ruzzolare sotto, sulle aiuole che costeggiano la pista ciclabile del Naviglio, dove nessuno aveva potuto vederlo fino al mattino.
D'altronde a quell'ora inurbana chi poteva esserci in giro sulla ciclabile?
Combaciava tutto, anche troppo.
Una morte davvero perfetta.
Chiss cosa avrebbe potuto raccontare un'autopsia sul corpo di Bucchioni, se l'avessero fatta...
Purtroppo ormai era tardi e con i "se" e "ma" non poteva condurre un'indagine cos complicata e non ufficiale.
Il commissario Ardig non aveva un piano, ma una saracinesca sollevata in via "Conte rosso" gli fece scegliere la prima tappa.
Il quartiere "rosso" aveva conservato scrupolosamente i ricordi del suo passato antifascista nel locale circolo Anpi e il vecchio Ballabio, se ben ricordava, era un loro iscritto.
Ricordava bene e i due anziani che lo accolsero ricordavano altrettanto bene il loro amico Adriano.
Lo introdussero nel loro mondo, quello della memoria e della storia. E dell'orgoglio.
Foto, documenti, verbali che ricostruivano quegli anni difficili e dolorosi.
Intorno il disordine tipico dei preparativi di una grande manifestazione: bandiere e stendardi sarebbero stati utilizzati la settimana successiva, nel corteo tradizionale del 25 aprile, per poi essere ripiegati e risistemati fino alla prossima uscita pubblica.
Il povero Ballabio l lo conoscevano tutti, l era di casa, l era uno di loro.
E se non avesse incontrato il rasoio di un assassino sadico sarebbe stato l con loro ad aiutarli nei preparativi per la grande adunata per la festa della Liberazione.
Per cui tutti volevano dare supporto alle indagini.
Fornirono tutta la documentazione conservata che Ardig esamin con attenzione.
Il problema  che non sapeva neppure lui cosa cercare.
E quando non sai cosa cercare non trovi nulla.
Se non la sensazione di girare intorno a qualcosa senza riuscire a metterla a fuoco.
Chiacchier una mezz'oretta poi tolse le tende.
Usc, attraverso la strada e intravide un bar, anzi un pub stile britannico/irlandese.
Il posto perfetto dove farsi una pinta di scura.
Lui, per, voleva un espresso e per fortuna il barista se ne stava facendo uno proprio in quel momento.
Nessun altro avventore.
Prov a tastare il polso all'uomo, mentre ruotava la tazzina.
S quel povero cristo del Ballabio lo ricordava, ci aveva parlato qualche volta, le solite cose di questo genere. Aveva visto le sue foto. Lo stimava per quel poco che poteva stimare un quasi sconosciuto che ogni tanto passava a bere un caff.
Ma chi si poteva aspettare che facesse una cos brutta fine?
Nient'altro.
Decise di farsi altri due passi, come se non avesse gi camminato abbastanza.
Ricordava che Malerba gli aveva parlato di una bocciofila dove si riunivano gli anziani del quartiere.
Non fece fatica a trovarla.
Un circolo Arci in una sperduta traversa di via Rombon.
Un vecchio capannone con all'interno una manciata di piste da bocce e un manipolo di tavolini metallici con una quindicina di vecchietti intenti a giocare a carte e a chiacchierare di politica.
Con tatto prov ad avvicinarne alcuni seduti al tavolo pi vicino al bancone.
Giocavano a scopa.
Attese che finissero la partita prima di disturbarli, qualificandosi come vicequestore.
L non c'era omert o antipatia per la Polizia. Anzi.
Tutti loquaci e con la voglia di chiacchierare.
Anche con dei poliziotti.
Qualcuno accarezz Frog e il gestore port una ciotola d'acqua per dissetarlo.
Anche l il Ballabio lo conoscevano tutti.
E tutti gli volevano bene.
Un amico, uno vero, una brava persona.
Uno che aveva tirato la lima, prima da operaio e poi da fotografo, sempre in giro, dal mattino alla sera, con la pioggia o il sole cocente a picchiarti sulla zucca.
Un campionario di belle parole e buoni sentimenti che gli rimbalzavano addosso.
Chiss se il suo epitaffio sarebbe stato altrettanto generoso, probabilmente no considerando la sua scarsa inclinazione a tessere rapporti decenti con gli altri esseri umani.
Ogni anziano aveva la sua tesi sul delitto: si passava dai vecchi fascisti che avevano coltivato rancore per decenni nei confronti di Ballabio all'evergreen del maniaco che aveva scelto a caso la sua vittima.
Qualcuno azzardava uno scambio di persona, magari lo avevano confuso per qualcuno che aveva commesso uno sgarro o aveva visto o sentito qualcosa che non avrebbe dovuto vedere o sentire.
Tutte ricostruzioni buone per farci la sceneggiatura di un episodio di una fiction televisiva.
Per fortuna almeno l nessuno parlava dell'Expo.
Ringrazi i nonnini e salut avviandosi verso la stazione per raggiungere la metropolitana e rincasare evitando a Frog un'altra faticaccia.
La vecchia cittadella dell'ospedale di Niguarda era grande quasi quanto un quartiere, con un reticolo di viuzze interne a contornare i tanti edifici e depositi disseminati in quell'area che dava un po' un senso opprimente, come tutti gli ospedali d'altronde. Un indecifrabile mix di vecchio e nuovo.
Il padiglione del pronto soccorso che accoglieva gli utenti dall'ingrasso nord regalava l'impressione di un nosocomio moderno e all'avanguardia, con i numeri dei degenti in attesa esposti su un tabellone elettronico su cui lampeggiavano anche i teorici tempi di attesa.
Avanzando all'interno della cittadella, per, emergevano le vecchie costruzioni intonacate di un bianco sporcato dallo smog cittadino soffiato dal vento.
Palazzine degli anni Sessanta, che dimostravano senza trucco il fardello dei decenni che si portavano dietro.
Il dottor Grimaldi avrebbe preso servizio un'ora pi tardi, eppure si era presentato l in anticipo, soltanto per accontentare l'informale richiesta ricevuta dalla stazione dei Carabinieri di Affori.
Giovane, massimo 35 anni, magro, occhialini rotondi e strato di cenere sulla pelata non rasata.
Pareva pi un musicista che un medico.
Andarono a prendersi un caff al bar interno.
Un altro residuato bellico, con un arredamento che sarebbe stato perfetto per l'ambientazione di un film sui movimentati anni Settanta.
Gli anni del cambiamento.
Li invece tutto sembrava rimasto fermo.
Il dottor Grimaldi fin dalle prime battute si dimostr ben disposto verso l'ufficiale dell'Arma.
Anche se non aveva molto da aggiungere a quanto messo nero su bianco nel suo referto clinico.
"All'inizio aveva pensato a un senza tetto stroncato dall'umidit notturna, anche se non faceva freddo, ormai non siamo pi in inverno, finch ho notato le scarpe, il cappotto: erano vestiti normali, puliti, intonsi. E poi aveva le guance ben rasate... si vedeva che non era un homeless."
Fontana sorseggi il caff e annu.
"Nel suo referto ha diagnosticato un infarto miocardiaco..."
"S, un'occlusione distale coronarica che ha generato un arresto totale del flusso sanguigno. Una causa di decesso molto comune, come lei sapr, e come abbiamo poi verificato il signor Bucchioni aveva gi patito di una precedente miocardia parziale. Era un soggetto in cura e dalle analisi condotte  risultato che era sottoposto a una costante terapia farmacologica."
Fontana appoggi la tazzina sul bancone e prese un respiro.
"Dottore, non mi fraintenda... sto svolgendo un'indagine complessa e... come dire... senza mettere minimamente in dubbio la sua diagnosi... ma un infarto, lei mi insegna che pu anche essere indotto tramite un'assunzione eccessiva di farmaci e il corpo del povero Bucchioni non  stato sottoposto ad alcun esame autoptico..."
Il medico sorrise.
"Ho capito benissimo cosa mi sta dicendo. E purtroppo non posso darle una risposta precisa. Dalla coronografia effettuata non  emerso alcun elemento che potesse indurci a ritenere che l'occlusione distale non fosse avvenuta per cause naturali. Uno sforzo fisico eccessivo, uno sbalzo della pressione distolica..."
"Mi ripeto: un abuso di farmaci?"
"Riscontrarlo  molto pi complicato di quanto possa credere. No, guardi... quel signore  stato semplicemente tradito da un cuore debole e usurato. Tutto qui, mi creda."
Gli credeva, non poteva fare altro.
Eppure non riusciva a credere che un 79enne si fosse avventurato in giro in piena notte, in una notte di pioggia, tuoni e fulmini, pur avendo un cuore che poteva mollarlo da un minuto all'altro.
Tornato in ufficio Ardig continu a esaminare referti, verbali e ogni possibile incartamento sul caso Ballabio.
Zero assoluto.
Non c'era una ragione che fosse una per uccidere l'ex fotografo e non c'era nulla per risalire a un possibile sospettato o sospettabile.
Inutile accanirsi se ti sei perso nel deserto e non hai una bussola con cui orientarti.
Chiuse gli incartamenti e li radun in un unico faldone che inser nell'archivio in fondo al corridoio, una sorta di dimenticatoio del commissariato.
Anche se quel caso non sarebbe finito nella polvere dell'archivio e non per merito della sezione Omicidi.
Ci avrebbe pensato l'assassino a fornire nuovi elementi, nel momento in cui avrebbe inviato la seconda immagine tratta dal volume del Cartari.
Era solo una questione di tempo, non aveva dubbi.
Il telefono squill in quell'istante.
Quelli della Mobile avevano appena infilato le manette ai polsi a un sudamericano in via Padova: probabilmente il complice dell'assassino del pusher magrebino.
La guerra tribale forse non sarebbe pi scoppiata.
L'sms di Sonia non lo aveva sorpreso.
Marco Fontana sapeva di piacere alle donne: il fisico allenato, il volto dai tratti delicati, l'abbigliamento curato e, non ultimo, un panciuto conto in banca che trapelava da piccoli lussi sfoggiati con discrezione, dal rolex argentato alla Bmw posteggiata sotto casa.
Gli piaceva piacere. E piacersi.
Pur non ritenendosi un vanitoso.
Semplicemente era fatto cos.
Fuori dal lavoro. Nei Ros era tutto diverso.
"Stasera  bello. Ti andrebbe un aperitivo al solito posto? Ho voglia di vedere Milano dall'alto..."
Fontana sorrise. Il "solito posto".
Erano usciti una volta sola e avevano gi un "solito posto".
Comunque anche a lui andava di vedere Milano dall'alto e di vedere Sonia.
Pur senza particolari aspettative sulla serata.
A Roma l'aperitivo  aperitivo, inteso come patatine, olive, salatini e niente di pi.
Qualcosa con cui stuzzicare e bersi un bicchiere prima di infilare le zampe sotto il tavolo e mangiare sul serio, con un primo degno di tal nome, con il pane da intingere nel sugo e a seguire un secondo con contorno.
A Milano l'aperitivo  un rito, che sfocia nella cena, tanto da essere diventato l'apericena: piatti di pasta fredda, cous cous, tartine, affettati, salumi, verdure.
Un maldestro mescolare, calorico e spesso indigesto.
Da consumare spesso in piedi, sgomitando al bancone, facendo code per raggiungere il vassoio e caricare il piatto di nefandezze che farebbero inorridire qualunque dietologo.
Altro che i sani stili di vita alimentare che avrebbero predicato cani e porci nei sei mesi dell'incombente Expo.
Fontana si sottopose al rito iniziatico cui lo obbligava la sua citt, la sua vecchia citt, che ancora non lo aveva veramente riaccolto a braccia aperte, e zavorr il piatto di pasta fredda ai funghi, di bresaola e speck e di pomodorini e cetrioli.
Spilucc qualcosa con malcelato disgusto e per il resto si
accontent di tre bicchieri di Traminer, intanto ascoltava le mirabolanti storie di viaggio di Sonia e occhieggiava lo spacco della sua gonna nera.
Belle gambe, perfettamente depilate, tornite, valorizzate dal solito tacco stile torre di Pisa.
In versione serale era ancora pi intrigante, con il trucco a valorizzarle il taglio degli occhi e il rossetto a rendere pi appetitose le sue labbra.
Ascoltava e interloquiva, raccontando poco di lui.
Del resto non che a lei interessasse molto sapere di lui.
Preferiva essere lei la protagonista, raccontare di lei, farsi ascoltare.
Dai mari dell'oceano indiano, meta preferita della donna, passarono allo sport, allo spinning che lei praticava con voracit, e all'idrobike che stava scoprendo ultimamente.
Scoprirono cos di avere qualcosa in comune, ovvero la frequentazione della piscina.
Per il resto nulla.
Fontana amava il mare ma non impazziva per i viaggi esotici, amava la bici ma reputava lo spinning una roba da forsennati, amava la piscina ma non comprendeva per quale assurda ragione la gente si cimentasse a pedalare sott'acqua con l'idrobike, e soprattutto amava mangiare decentemente e non gonfiarsi lo stomaco di tartine al salmone e pollo al curry, come aveva tentato maldestramente di fare dopo aver abbandonato la pasta fredda al suo malinconico destino di rifiuto alimentare.
Intu di volere solo una cosa da Sonia, quella che tutti gli uomini soli vogliono da una donna attraente, ma di non voler ulteriori complicazioni.
E di essersi anche stufato di sentirla blaterare di cose che riguardavano solo lei.
Per cui decise di lasciar fare a lei, senza impegnarsi pi di tanto, soltanto assecondandola.
Samantha aveva tempestato di telefonate e sms Cristian per tutto il giorno.
Ma solo intorno alle 21,30 il suo amico si era deciso a riaccendere i contatti con il mondo e a richiamarla.
La solita voce monocorde, piatta, senza sussulti.
"Cristian mi ha cercato la Polizia, vogliono sapere di una telefonata che ti ha fatto quella donna uccisa, quella tizia russa, la sera prima di morire o forse la sera stessa, non ho capito bene."
"A me?", chiese lui impassibile, nonostante la sorpresa che non riusc del tutto a mascherare.
Non ricordava quella telefonata. L'aveva rimossa.
"Ha chiamato al numero che ti ho dato io, che per risulta intestato a me, per quello sono risaliti a me. Ma io non ho detto niente, ho detto che  stata una telefonata di lavoro, per tu mi devi dire la verit."
Cristian non si scompose: "S, ora che ci penso,  vero... mi ha chiamato per una roba di lavoro, per gli ulivi da impiantare..."
Esattamente le stesse parole che una decina di ore prima la Spaggiari aveva spiattellato al sovrintendente Pasini.
Una bugia ben congeniata che per un'assurda propriet transitiva lei aveva rifilato al poliziotto e ora Cristian rifilava a lei.
La donna si agit, rabbrividendo.
"Ma perch aveva il tuo numero?", lo incalz.
"Cos, perch  la mia capa..."
Non complet la frase.
Come se non dovesse aggiungere altro.
"Cristian io e te dobbiamo parlare, vieni qui al lago per favore appena riesci."
"Non posso, lavoro sia sabato che domenica... vieni tu se vuoi", replic lui, sereno.
Prima di aggiungere, stavolta con tono risentito: "Ma che cosa pensi? Mica penserai qualcosa...".
"No, no... scusami", si giustific Samantha.
Restarono in silenzio alcuni istanti.
Poi lei si decise.
"Facciamo cos vengo io a trovarti domenica, a che ora finisci?"
"Per le 18 sono libero."
"Ho voglia di vederti", aggiunse Samantha.
"Anch'io, anch'io", conferm Cristian.
Poco convinto e poco convincente.
Ma Samantha si illuse che lo fosse.
E rilanci al massimo.
"Perch non ceniamo insieme? Magari mi fai anche vedere dove abiti, che dici?"
"D'accordo, volentieri. E se ti va puoi anche restare a dormire da me, tanto di spazio ne ho cos tanto."
Si salutarono.
E Samantha improvvisamente si scopr felice.
I brutti pensieri che l'avevano angosciata per tutta la giornata erano stati spazzati via dalla voce calma e rilassante di Cristian.
E la prospettiva di una serata insieme, anzi di una notte insieme, la cominci a cullare dolcemente, come un sogno finalmente a portata di mano.
L'indomani era sabato, era libera e si sarebbe dedicata a farsi bella come non mai.
Tre ore pi tardi Milano dormiva.
Alle due in giro non c'era nessuno e i semafori lampeggiavano con il giallo.
Fontana sgattaiol dal portone di un elegante edificio di via Caldara, aggiustandosi il colletto della camicia.
Soddisfatto per l'esito della serata.
Erano andati da lei, si erano scolati un paio di bicchierini di irish whisky, erano scivolati a letto, si erano presi e ripresi, poi lui con la scusa di un impegno al mattino presto aveva chiarito che sarebbe tornato a dormire a casa sua e negli occhi di Sonia aveva letto il sollievo di non dover dividere la seconda piazza del suo matrimoniale con un quasi perfetto sconosciuto.
E l'imbarazzo del risveglio successivo.
Si sarebbero rivisti, o almeno cos si erano lasciati.
Eppure Fontana non ne era tanto convinto.
Si sentiva fuori posto e fuori luogo.
L'aria fresca della notte milanese gli ricord che la sua vita e il suo lavoro erano a Roma e l doveva tornare al pi presto.
Giusto il tempo di essersi scrollato ogni residuo dubbio sulla fine del povero maresciallo Bucchioni.
...
.
...
7.
...
.
...
Cristian la accolse con un sorriso, spuntando da un vecchio cancello cigolante.
Lei tent un bacio sulla guancia e lui abbozz, imbarazzato, invitandola a entrare.
Pochi passi in un giardino degradato, trascurato, anzi proprio abbandonato, con le erbacce incolte, i sette nani sporchi e scrostati, le altalene arrugginite che ciondolavano malinconiche.
Il colmo per un giardiniere bravo come lui.
Poi entrarono.
La casa era brutta, soffocante, quasi tetra.
Mobili massicci, tendaggio pesante, sulle pareti un'orribile tappezzeria verde pistacchio, oggetti di antiquariato sparsi ovunque, persino una vecchia pendola, divani di velluto scuro, un tavolo rotondo come quello di Re Art.
Qualcosa non le quadrava.
Pareva tutto fuori contesto, a cominciare da Cristian, che sembrava pi ospite di lei in quelle quattro opprimenti mura, mentre armeggiava sul piano cottura invaso di verdure.
Il profumo che saliva dalla pentolona in cui l'acqua gorgogliava per era invitante.
Per qualche minuto titub indecisa sul da farsi, poi si mise a osservarlo in ogni suo gesto, misurato, metodico. Cristian si stava rivelando un uomo dalle mille risorse.
Premuroso, attento, ordinato.
Trasport le portate in tavola.
Aveva cucinato un semplice minestrone di legumi e una normalissima insalata con lattuga, fagiolini e pomodoro, il tutto accompagnato da pane a fette e da una bottiglia di vino rosso della Franciacorta.
Oksana, atea, come ogni bambina cresciuta nell'Unione Sovietica dove non c'era un Dio da pregare, si stup vedendo il suo commensale farsi il segno della croce, e mormorare una rapida preghiera, prima di affondare il cucchiaio nel piatto.
Mangiarono in silenzio.
Tra una cucchiaiata e l'altra Oksana si continu a guardare intorno, sempre pi incredula e a disagio per quella casa cos austera, fredda, spenta, dove tutto sembrava passato e inanimato.
Parlarono di piante e di ulivi.
Intu che Cristian li conosceva meglio degli esseri umani.
E forse li amava pi degli esseri umani.
Avrebbe voluto fargli tante domande, sapere della sua vita, di cosa aveva fatto, anche di quella casa che odorava di chiuso e di vecchio.
Tuttavia il tempo correva veloce e la notte non sarebbe stata giovane per sempre.
Per cui si decise a passare all'azione.
Perch in fin dei conti era l solo per quello.
Lo aiut a sparecchiare e a sciacquare i piatti nel lavello, non essendoci nessuna lavastoviglie, poi lo accarezz da dietro, sulle spalle, lo costrinse a girarsi, lo cinse in un abbraccio e lo baci.
Cogliendolo di sorpresa. Era rigido, impacciato.
Pens che l'avrebbe respinta, ma lei non moll.
Qualche istante e anche la lingua di Cristian cominci a guizzare.
Una vampata di calore la avvolse.
Stacc la bocca, lo prese per mano e si avvi verso il divano.
Sfil le scarpe e cal le spalline del vestito, offrendo i seni ai baci di Cristian.
Abbass il reggiseno, facendosi avidamente succhiare i capezzoli, come se fosse un cucciolo in cerca del latte.
A quel punto, eccitata e calda, lasci scivolare il vestito e cal anche gli slip, mostrando i peli pubici biondi.
Lui la accarezz e inizi a toccarla, cercando un po' goffamente di infilarle le dita: lei gli guid dentro il medio, lungo, rigido, quasi come fosse un pene.
Lo sent girare con un movimento rotatorio, prima di iniziare a mulinare ritmicamente sfiorandole il clitoride.
Un'improvvisa ondata di piacere la travolse, lui acceler il movimento, spinse per un paio di minuti e lei, senza accorgersene, venne gemendo per quel godimento quasi inatteso.
...
.
...
Milano, domenica 19 aprile 2015.
...
.
...
Pioveva a dirotto su una Milano ancora sotto le coperte. Una Milano bagnata come non mai.
Aveva piovuto tutta la notte. Anzi, in una notte era venuta gi tutta l'acqua che Milano in genere si beccava in un mese o due.
Fino all'anno prima. Ma nell'ultimo anno di clima impazzito erano saltate regole e abitudini.
E pure i tombini.
Cos la zona nord-est di Milano, quella domenica mattina, si era risvegliata in un incubo in stile veneziano.
L'acqua alta aveva invaso Niguarda, Zara, Bicocca, Isola e in parte anche Lambrate.
Non per caso: sotto quelle zone scorrevano i fiumi che l'idiozia umana aveva deciso, alcuni decenni prima, di seppellire sotto strati di cemento, interrandoli in tunnel che correvano da un capo all'altro della citt.
L'ennesimo scempio dell'uomo alla natura e al territorio, che ogni tanto si ribellano, come in quel caso: la pioggia aveva ingolfato il Seveso e il Lambro che si erano rivoltati, evadendo dalle viscere delle metropoli attraverso i tombini, che avevano sputato tanta acqua da inghiottirsi i marciapiedi.
Era gi successo diverse volte nell'ultimo anno.
E sarebbe capitato di nuovo.
La "stagione delle piogge", manco fossero all'Equatore.
E cos, quella mattina, Milano regalava nuovamente una scena incredibile e drammatica ma ormai abbastanza comune: gente in giro con gli stivaloni da pescatore, con l'acqua fino alle ginocchia, macchine bloccate nei rivoli d'acqua, automobilisti incastrati nei veicoli, cassonetti che navigavano nella corrente e negozi e bar invasi dall'acqua fangosa.
Una piccola catastrofe urbana che paralizzava 100mila milanesi.
Ardig, pur abitando non lontano da quei quartieri, stava in una zona non colpita dall'esondazione.
Tuttavia fuori diluviava, il traffico era in tilt e di uscire non ne aveva voglia.
E in fin dei conti era domenica anche per lui.
Per una volta tanto aveva voglia di dormire e starsene al caldo, saltando anche la corsa e le flessioni.
Un'oretta in casa poteva anche permettersela.
Tanto pi che il peruviano fermato dalla Mobile aveva confessato di essere l'accoltellatore del pusher marocchino di via Padova e la notizia aveva avuto un immediato effetto docciarinfrescante sulle tante teste calde della ribollente zona multietnica, dove ora tutto taceva e i machete e le spranghe restavano negli armadi.
E anche se la tensione rimaneva ad altissimo voltaggio, con le varie gang a guardarsi in cagnesco da una parte all'altra dei rispettivi marciapiedi, per il momento nessuno affettava nessuno.
Si riaddorment per una mezz'oretta poi fu svegliato da Frog che scalpitava per fare la pip.
Sollev la tapparella: aveva smesso di piovere e il sole stava facendo a gomitate con le nuvole in allontanamento.
Infil tuta e scarpe da tennis e accompagn l'amico a quattro zampe fino alla prima aiuola disponibile poi rientr: una doccia, una banana e qualche biscotto.
Mentre lavava le stoviglie elabor un programma domenicale: un paio d'ore in bici sul percorso del Naviglio Martesana, un piatto di pasta, un breve riposino e poi un salto in ufficio a fare il punto della situazione sui vari casi aperti.
Il telefono squill mentre asciugava i piatti.
Scalise che annunciava novit partorite dal pc portatile della Spirova. I responsabili del server russo, la sera precedente, avevano fornito la password per accedere alla posta elettronica di Oksana.
Mentalmente salut la pista ciclabile del Martesana e si rassegn all'idea di cambiarsi e andare in ufficio.
Del resto per il capo della sezione Omicidi la domenica era un giorno come un altro.
Una semplice chiavetta usb nera infilata in un portatile.
Un paio di clic al cursore e penetrarono nella posta elettronica di Oksana Spirova.
Non la posta aziendale della societ Expo, ma quella personale.
Diverse mail scritte in caratteri cirillici che ancora andavano tradotte.
Altre mail vergate in inglese ad amici lontani, sparsi in altri continenti, eppure ormai interconnessi grazie alla rete.
Infine alcune mail in italiano, scambiate nei giorni precedenti al delitto con virginiawoolf75@libero.it.
Ardig scosse la testa: "Dobbiamo allertare i colleghi della Postale per risalire al titolare di questo indirizzo mail".
Scalise sorrise: "Dubito sia necessario".
Gli allung un paio di fogli dove erano state copiate le mail scambiate tra la Spirova e virginiawoolf.
Pi che mail parevano uno scambio di chat con il canonico stile "botta e risposta".
Osserv le date e l'orario.
Erano state tutte scambiate nella serata del venerd precedente, il 10 aprile, tra le 22 e l'una di notte.
Evidentemente non utilizzavano whatsapp o messanger.
Era stata Oksana ad aprire le danze.
"Non pensavo mi sarebbe mai successo. Non so cosa provo esattamente.  come se non fossi stata io, come se fosse successo a un'altra. Per  stato bello come non avrei mai creduto."
Quello della Spirova era un italiano perfetto, con verbi e tempi coniugati meglio di come avrebbero fatto molti italiani.
Virginiawoolf75 la assecondava: "Abbiamo volato insieme, due corpi e un'anima, siamo salite fino in cielo e siamo tornate sulla terra. Adesso non pensare, prenditi il tuo tempo e ascolta solo il tuo corpo, lui non ti mentir".
Allusivo, molto allusivo.
Soprattutto, pensando alla brutta fine di Oksana.
" quello che ho fatto, mi sono lasciata andare senza rete, superando ogni mio limite. Ho provato qualcosa che non credevo possibile. Non mi sembra vero, adesso devo capire."
Il commissario si accese una sigaretta, provando suo malgrado a immedesimarsi in Oksana e nel turbinio emotivo che evidentemente la stava sconvolgendo mentre vergava quelle mail.
"Invece  successo tutto.  tutto vero. Ci siamo volute e ci siamo trovate. Ora stai tranquilla e vedrai che nei prossimi giorni tutto diventer pi chiaro", sentenziava Virginiawoolf75.
"Fino a ieri non pensavo che mi potesse attrarre una donna."
"Fino a ieri...", alluse Virginiawoolf75.
"Davvero, forse  stato solo un momento cos, di debolezza", si giustificava Oksana.
Ma si giustificava con chi? Con se stessa?
"Non hai commesso nessuno sbaglio, hai seguito il tuo istinto, hai fatto quello che chiedeva il tuo corpo. Non sentirti in colpa."
Ardig soffi una boccata pi lunga, riflettendo su quelle considerazioni.
Poi ripart con la lettura.
"Per me non  cos facile. Ho bisogno di riflettere."
Virginiawoolf75 pareva comprensiva e complice: "Non c' nessuna fretta, io sono qui e non ti chiedo nulla, lo sai. Qualunque cosa vorrai fare io lo capir."
Oksana pareva confortata.
"Ti ringrazio, era quello che speravo. Sono confusa. Ti penso, ripenso alla tua pelle, al tuo corpo... eri cos bella... ti ho sempre nei mie occhi, ti penso, ti sogno, ti vedo."
La risposta si era fatta attendere un paio di minuti.
"Se vuoi vedermi ancora... scarica l'allegato..."
Ecco perch virginiawoolf75 aveva impiegato un paio di minuti a rispondere: per farsi un selfie.
Un nudo quasi integrale, un corpo efebico, magrissimo, un pube depilato, una vestaglia semitrasparente aperta e slacciata sul seno, ridotto sostanzialmente a un capezzolo, e sull'intimo.
Oksana aveva gradito il pensiero.
"Sei ancora pi bella. Stanotte ti penser."
"E io ti sogner. E non solo..."
Che significava? Che si sarebbe masturbata?
"A domani, ma ti prego comportiamoci come se non fosse successo niente."
"Tranquilla, il lavoro  lavoro."
Fine delle trasmissioni. Probabilmente il resto se lo erano dette a voce, direttamente sul sito dell'Expo, in quel sabato che per Oksana sarebbe stata la penultima giornata di vita.
Ardig gett un'ultima occhiata a Roberta Redaelli nella sua nudit plastificata in un autoscatto.
Non era proprio il suo tipo. Anzi...
Troppo osso e lui preferiva la polpa.
Poi scatt come una molla.
Oksana Spirova si era masturbata, o era stata masturbata, poi era stata stordita mentre faceva un bagno caldo e soffocata con un sacchetto di plastica: una dinamica che si addiceva perfettamente a una donna che non pu utilizzare la violenza muscolare ma deve scegliere un altro modus operandi.
Come soffocare cingendoti da tergo, a tradimento.
Leggendo quelle mail pareva aver gi trovato l'assassino...
Anche se...
A quell'indirizzo mail erano arrivati scannerizzando la cronologia della navigazione del portatile che la Spirova teneva in casa.
Eccolo il suo "anche se"...
L'assassino si era preso il telefonino della russa per non regalare nulla agli investigatori.
Se davvero fosse stata la Redaelli prima di andarsene avrebbe preso anche il portatile, no?
Invece aveva lasciato le chiavi di casa nella borsetta della russa.
A meno che... colta dal panico non ci avesse pensato.
Fece per alzarsi e andare al sito dell'esposizione mentre un altro "anche se" gli rimbalzava improvviso in mente.
Corse a spulciare il dossier sulla Spirova e in particolare il referto dell'esame necroscopico.
Trov le misure del cadavere.
Pesava 59 chili. Tanti anche per un uomo. Figuriamoci per la Redaelli che, s e no, di chili ne pesava 45, forse meno.
Quello scheletro in gonnella come avrebbe potuto trascinare il cadavere fino al sottopasso vicino a Niguarda?
Certo poteva aver avuto un complice maschile ad aiutarla.
Anche se... Un altro "anche se".
Richiam Scalise.
"Trovami il numero di cellulare di Roberta Redaelli e tracciami gli spostamenti nella serata dell'omicidio."
"Senza autorizzazione del magistrato?", obiett l'agente.
"Quella te la faccio avere io, adesso muoviti,  importante."
"Ci vorr qualche ora."
"D'accordo, per fai in fretta. E gi che ci sei contatta la Lunardon e spediscile tutte queste mail cos le esamina. Dille che poi la chiamo io."
Nel sito dell'esposizione universale non era domenica.
Il formicaio era in piena attivit, con centinaia di persone che sgobbavano perch tutto fosse perfetto in vista dell'inaugurazione.
Il conto alla rovescia procedeva spietato: meno dodici al grande giorno.
Il nervosismo ronzava nell'aria come fosse corrente elettrica.
Impieg diversi minuti a districarsi nei viali e a individuare la sua preda.
Scarpe basse, pantaloni aderenti, camicia di una taglia pi larga a galleggiare sul fisico scheletrico.
La Redaelli stava controllando una fila di piccole palme impiantate in vasi rotondi davanti al padiglione di un Paese arabo.
Quando lo not gli rivolse una piccola smorfia infastidita.
"Commissario, buongiorno."
"Buongiorno a lei, dobbiamo parlare."
Tono duro. Intimidatorio. Vestiva i panni del poliziotto cattivo, come sempre. Lui non era mai quello buono.
"Nessun problema."
"C' un posto tranquillo, dove possiamo parlare senza rotture intorno?"
"Qui? Mica tanto..."
"E allora mi segua in commissariato, l staremo tranquilli."
La donna si irrigid, ammesso che quel fascio di ossa e nervi potesse irrigidirsi ulteriormente.
"Ha il tono di una convocazione ufficiale."
"Lo ."
"Ho molto lavoro da fare come pu vedere, si accontenta di un'ora?"
"Forse non mi ha capito, lei mi segue per tutto il tempo che occorrer. Sono stato chiaro?"
La donna annu con un'espressione indecifrabile.
Stupore. Tensione, sicuramente. Forse paura.
O forse era quello che voleva leggerle sul volto.
Camminarono a ritroso lungo il viale tra operai e facchini indaffarati e riguadagnarono il parcheggio esterno sotto gli occhi vigili del personale addetto alla sicurezza.
La Redaelli lo seguiva docile e silenziosa.
E in apparenza tranquilla.
Come se non avesse scheletri nell'armadio.
Come se quelle mail non esistessero.
Salirono sull'Alfa 156 immettendosi verso lo svincolo della Milano-Torino in direzione del centro.
"Mi porta in commissariato?", domand lei, pi curiosa che apprensiva.
"Dipende, se ha qualcosa da dirmi la ascolto."
La donna volt la faccia verso il finestrino, come se cercasse ispirazione nel panorama circostante.
Non un granch come visione panoramica, con lo snodo ferroviario di Milano-Fiorenza e la zona industriale di via Stephenson.
Imboccarono la sopraelevata del ponte della Ghisolfa in religioso silenzio.
Poi lei improvvisamente si decise a parlare.
"Certo avrei dovuto dirglielo io... sarebbe stato pi opportuno immagino."
"Cosa avrebbe dovuto dirmi?", replic infastidito Ardig.
"Che io e Oksana eravamo state a letto insieme.  per questo che mi vuole torchiare, no? Ha letto le nostre mail, ha visto la mia foto...  cos no?"
"Lei cosa penserebbe al mio posto?"
"Non lo so, suppongo che il suo non sia un mestiere semplice", sbuff lei, con una voce che ora tradiva stanchezza.
E inquietudine.
"No, non lo , soprattutto per via della reticenza delle persone che incontro. Se avessi maggiore collaborazione da chi trovo sulla mia strada sarebbe tutto pi facile. Non pensa?", la attacc Ardig.
"Commissario si metta nei miei panni. Lei piomba sul sito, dove sto lavorando, dove ci sono i miei colleghi... ha ragione, avrei dovuto raccontarle tutto, ma in quel momento, ero scossa, spaventata..."
"Era soltanto una questione di tempo o si illudeva che a quelle mail non ci saremmo arrivati?"
"No, anzi, ero sicura che le avreste lette e a quel punto sarei stata subito, come dire... sono la sospettata principale, no?"
Avevano imboccato corso Sempione e sullo sfondo intravedevano la sagoma ancora un po' confusa dell'Arco della Pace.
Quei pochi minuti trascorsi in macchina erano serviti al cervello del commissario per mettere insieme un po' di tasselli, provando a collocarli nella maionese impazzita di indizi che stavano emergendo dal magma cerebrale.
La Redaelli pareva sincera e disposta finalmente ad aprire lo scrigno dei suoi segreti pi inconfessabili e torbidi.
Decise di assecondarla.
"Dove abita?"
"All'inizio di corso Lodi, quasi in Porta Romana."
"La accompagno."
"Niente commissariato?"
"Un'altra parola e ci ripenso. Piuttosto riordini bene le idee e si prepari a rispondere a tutte le mie domande senza omettere nulla, stavolta."
"D'accordo."
Impiegarono una ventina di minuti a raggiungere Porta Romana.
Parcheggiarono con la paletta del ministero degli Interni appoggiata bene in vista sul cruscotto in un posto riservato al carico e scarico.
Era domenica e i negozi erano chiusi, nessuno avrebbe protestato.
Proseguirono a piedi per un paio di minuti, poi la donna indic un elegante portone.
Un edificio signorile, un atrio abbellito con piante.
Salirono su un vecchio ascensore cigolante che, con rumori poco incoraggianti, si arrampic lentamente fino al quinto piano.
Un trilocale luminoso li accolse insieme a un buon profumo di fiori e a tante piante disseminate in ogni angolo del salotto.
Una casa arredata con gusto e sobriet, con quadri a sfondo paesaggistico, mensole colme di libri e un divano bianco che rifletteva la luce che entrava dall'ampia vetrata.
La padrona di casa lo invit ad accomodarsi, sfil le scarpe e rimase a piedi scalzi.
"Sono a sua disposizione", bisbigli, mentre si accomodava su una sedia.
"Intanto mi dica, cosa c'era tra lei e Oksana?"
"Lei fuma commissario, se non ricordo male."
"Esatto e se me lo consente ne approfitterei subito."
La Redaelli si alz, porgendogli un posacenere, e senza chiedere il permesso gli sfil una bionda dal pacchetto.
Lui accese la sua e le pass l'accendino.
"Sto aspettando una risposta."
"Certo, certo... non so se sono in grado di darle una risposta corretta. Io e Oksana abbiamo fatto l'amore due domeniche fa proprio su questo divano su cui ora  seduto lei.  stata la nostra prima volta... e purtroppo anche la nostra ultima. E per Oksana  stata la prima volta in assoluto con una donna."
"Per lei invece no."
"No, da anni preferisco le donne agli uomini."
Risposta ambigua: era omosessuale o bisessuale?
Pi tardi glielo avrebbe domandato.
O forse no.
"Riformulo la domanda: tra voi cosa c'era?"
La Redaelli aspir la nicotina con una boccata avida.
"Esattamente quello che c' tra due persone che dopo aver lavorato gomito a gomito per qualche mese una sera finiscono per uscire insieme, si bevono un paio di bicchieri di troppo e vanno a letto insieme e l'indomani non sanno bene cosa pensare.  stato solo sesso? C' stato qualcosa in pi? Pu nascere qualcosa?"
Ardig la fiss senza commentare.
"Commissario vedo che non porta alcuna fede al dito.  uomo attraente, ha il fascino del bel tenebroso, bello e dannato vedendola cos, per cui posso immaginare che anche a lei sia capitata un'avventura di una notte."
"Era questo che c'era tra di voi? Solo una botta e via?", obiett scettico.
"No, non le ho detto questo. Ho detto che era stata la prima volta e c'era quella confusione difficile da interpretare. Forse era stata una storia di una notte o forse qualcosa di diverso... E in pi per Oksana era stata la prima volta con una donna, quindi una confusione ancora maggiore. Sicuramente c'era un'attrazione reciproca, io la provavo da tempo e avevo la sensazione che anche Oksana mi volesse senza averlo del tutto compreso..."
"Risponda alla mia domanda, cortesemente."
"Lo sto facendo. Posso soltanto ribadirle che a me piaceva e che ero stata bene quella sera. S speravo che ci potesse essere qualcosa... che potesse nascere qualcosa, ma al tempo stesso avevo paura..."
"Di cosa?"
"Che Oksana non fosse... come dire... non era mai stata prima con una donna e magari non era quella la sua attitudine."
"Insomma aveva paura che Oksana tornasse a preferire i maschi."
"Mettiamola cos. E non volevo illudermi. Le serviva del tempo per fare chiarezza nella sua testa. Mi creda commissario, questi passaggi sono molto delicati. E davvero non mi andava di illudermi per niente. Non ho pi l'et di correre dietro alle illusioni."
"Per Oksana le piaceva."
"S, questo s. Ma non al punto di buttarmi a capofitto rischiando di farmi male ancora una volta... ci sono gi passata in queste situazioni."
"E Oksana? Voglio dire dopo quelle mail?"
"Al lavoro abbiamo fatto finta di niente. Dovevamo vederci ieri sera, ma questo lei lo sapr gi, avr letto gli sms che ci siamo scambiate..."
No, al massimo li aveva letti l'assassino. Lui no.
E dunque non sapeva nulla del loro incontro mai avvenuto.
"Li ha conservati?"
"Come no... eccoli."
Smanett sul telefonino e glielo allung.
Oksana le aveva scritto sabato 11 aprile alle ore 21,46 e nell'arco di una decina di minuti si erano scambiate una raffica di sms.
"Continuo a pensarti. Ho voglia di te", scriveva Oksana.
"Anch'io", rispondeva la Redaelli.
"Per ho paura che non sia la cosa giusta per me", proseguiva Oksana in quel ping pong via sms.
"Lo devi decidere tu. Per me lo sarebbe. Ma non voglio forzarti."
"Vediamoci una sera, ma facciamo la settimana prossima, cos ho il tempo per riflettere e capire meglio", la invitava Oksana.
"Va bene, facciamo una sera in settimana?", proponeva la Redaelli.
"Meglio sabato prossimo cos siamo pi tranquille", decideva Oksana, ignara che non ci sarebbe stata pi da sei giorni.
Che per lei quel sabato non sarebbe mai arrivato e che quello che stava vivendo, e consumando smanettando sms, era l'ultimo a sua disposizione.
"D'accordo, notte, a domani."
"A domani, un bacio."
Oksana era stata uccisa la notte tra domenica 12 e luned 13 aprile.
Quel sms in qualche modo alleggeriva la posizione della Redaelli.
Decise di andare fino in fondo.
"Lei cosa ha fatto domenica sera?"
La donna sorrise di colpo.
"Lo sapevo che prima o poi me lo avrebbe domandato."
"Allora, cosa ha fatto?"
"Fino alle 19 sono stata alla presentazione di un libro alla Libreria del Corso in san Gottardo, poi ho passeggiato e dalle 21 alle 23,30 sono andata al locale indiano in Porta Romana con tre amiche. Potr verificare tutto facilmente. Ho anche pagato con il bancomat e ho gi verificato, erano le 23,35."
Precisa, molto precisa.
Del resto aveva avuto tutta una settimana per perfezionare il suo alibi e documentarlo.
"E dopo  tornata a casa?"
"Abbiamo chiacchierato per un po' sul marciapiede, poi rientrando ho fatto un prelievo allo sportello bancomat."
Riprese il telefonino e smanett sempre sui messaggi.
Tutto vero: un sms informava che era stato eseguito un pagamento con il Pos alle ore 23,35 di euro 22 presso lo Shymbalaya RistoPub srl e un altro sms informava che era stato effettuato un prelievo di 150,00 euro presso lo sportello n. 236 alle ore 00,26.
Ovviamente avrebbero effettuato i riscontri tramite il bancomat, tuttavia non aveva dubbi sull'autenticit di quegli sms.
Un alibi quasi pieno. Quasi perfetto.
La collocazione approssimativa dell'uccisione della Spirova era tra l'una e le tre della notte.
E da corso Lodi alla zona Zara/Greco, dove era stato agganciato per l'ultima volta il segnale del cellulare della russa, c'erano almeno venti minuti di macchina.
Gi, la macchina. L, sui sedili o nel bagagliaio, qualche traccia ematica o molecolare l'avrebbero rinvenuta di sicuro.
"Lei ha un'auto?"
"No, non ho neppure la patente. Il vantaggio di abitare a Milano  che l'auto non ti serve, ti bastano i mezzi pubblici."
Che per da mezzanotte non sono pi in funzione.
Certo ci sono i taxi, anche se con quelli non trasporti i cadaveri...
Restava l'ipotesi di un complice munito di macchina, tuttavia non ci credeva neppure lui.
E sicuramente nel giro di qualche ora Scalise avrebbe confermato che il telefono della Redaelli era stato agganciato alla cella di Porta Romana dopo l'una.
No, non era lei l'assassina. E del resto questo manico di scopa come avrebbe fatto a spostare e trascinare una donna di 60 chili?
Doveva cambiare metodo. E atteggiamento.
Da possibile sospettata la Redaelli passava a persona informata dei fatti. Anzi, persona informata di un'altra persona, la vittima, Oksana, che sicuramente aveva imparato a conoscere in ogni sua pi nascosta sfaccettatura, in ogni piega della sua complessa personalit tutta da decifrare.
Decise di prendersi un rischio, violando il segreto istruttorio.
"Prima di morire Oksana aveva avuto un orgasmo."
Bum, il sasso gettato nello stagno.
I lineamenti della Redaelli si irrigidirono nuovamente, come in quell'istante troppo rapido quando aveva temuto di essere in stato di fermo.
Eppure dalla bocca si limit soltanto a sibilare un monosillabico: "Ah!".
" stupita?"
"No, peraltro... non sarebbero stati affari miei... Oksana era una donna libera da vincoli e..."
In realt aveva accusato il colpo.
Eccome se lo aveva accusato.
"Lei non  brava a nascondere i propri tormenti interiori", la stuzzic il capo della Omicidi.
"S, non sono brava a mentire."
Non era la stessa cosa, ad ogni modo la punzecchiatura era chiara.
Era a met del guado, a quel punto decise di andare avanti.
"Le ho parlato di un orgasmo, non di un rapporto sessuale completo."
La donna si stup, fissandolo negli occhi.
"Mi sta dicendo che..."
"Che Oksana non  andata a letto con un uomo. Quanto
meno non ha avuto un rapporto completo. Soltanto autoerotismo."
"Non  detto che sia stata una donna, non per forza", obiett la Redaelli.
"Via, siamo seri... un uomo che si limita a masturbare la donna senza, mi passi il termine, scoparla? Non mi convince. No... non se ragioniamo su un incontro fugace, di una sera..."
E poi anche il bagno con la schiuma... no troppo romantico, ma questo non poteva aggiungerlo.
"Pensi quel che vuole commissario, ma per me Oksana non  stata con un'altra donna."
Parole dettate solo dalla gelosia femminile?
"Come fa a esserne sicura?"
"Perch lo so, perch ho visto come stava Oksana, era dilaniata... l'omosessualit  sempre una scoperta traumatica, cosa crede? Tanto pi in et matura quando si dovrebbero avere equilibri consolidati e invece scopri qualcosa di te che non conoscevi e che ti sconvolge."
"Oksana era pi brava di lei a nascondere i suoi tormenti interiori?"
"Quello sicuramente. Aveva il temperamento tipico del suo popolo. Era una baltica con un'impostazione da russa, perch alla fine era cresciuta nella vecchia Unione Sovietica di una volta. E aveva mantenuto quell'atteggiamento di freddezza, di rigore, insomma anche se era italiana da 15 anni in queste cose..."
Era giunto il momento di un'altra sigaretta.
Anche per alleggerire la tensione e favorire il flusso di emozioni che la Redaelli stava snocciolando senza remore.
Accese la sua bionda e pass accendino e sigaretta all'interlocutrice che accett ringraziando.
Qualche boccata e ripartirono.
"Mi dica cosa pensa, mi aiuti a capire."
Dalla bocca della Redaelli venne fuori una nuvoletta di fumo non aspirato.
Poi, a seguire, le parole, che sgorgavano dal profondo, come se uscissero da una caverna di intimit e riflessioni inaccessibili.
"Oksana era confusa, era come se avesse perso le certezze sessuali e sentimentali. Come se dovesse capire in quale direzione andare. Non so,  una reazione normale quando superi quel limite tra un sesso e l'altro e ti viene... come dire..."
Ardig per una volta tanto sorrise, per sdrammatizzare, anche se non era da lui.
"Non so aiutarla a trovare le parole opportune, non mi  successo, non ancora per lo meno..."
Lei apprezz la battuta.
"Non mi pare proprio il tipo... comunque quello che volevo spiegarle  che all'inizio si cerca di infilarsi addosso una divisa, per forza, o sei etero o sei omosessuale, o  bianco o  nero, poi con il tempo, quando le emozioni sedimentano, comprendi che semplicemente in mezzo al bianco e al nero ci sono tante altre sfumature che bisogna saper afferrare..."
Gi le 50 sfumature di grigio tanto celebrate prima in libreria e da qualche mese anche al cinema.
Ma questa era una storia molto diversa.
E decisamente pi drammatica. "... semplicemente cominci ad ascoltare il tuo corpo e inizi a comprendere di desiderare le persone, indipendentemente dal loro sesso", concluse la Redaelli, dando anche l'ultima boccata alla sigaretta.
"Faccio fatica a seguirla. Oksana era all'inizio di questo percorso intimo, nella fase confusionale, per cui secondo lei non avrebbe voluto provare ad andare con un'altra donna, per verificare se la sua nuova inclinazione era, come dire... passeggera o permanente?"
Una terminologia grezza e inappropriata, tuttavia quello che passava il convento del suo dizionario mentale.
"No, commissario, non mi ha compreso. Se Oksana cercava risposte dal sesso non le cercava da un'altra donna, ma da un uomo. Per cui sta cercando nella met campo sbagliata, secondo me."
Cazzate, nessun uomo arrapato si sarebbe accontentato di masturbare una partner occasionale, nuda, attraente e immersa in una vasca da bagno con la schiuma.
In ogni caso non poteva cavare di pi dalla Redaelli, per cui si accontent di assecondarla.
"Ammesso che sia cos, non ha idea se Oksana avesse qualcuno..."
"No, no. Davvero non lo so."
Sincera. E rassegnata. Le aveva spremuto ogni informazione possibile.
Per aveva una curiosit.
"Perch ha scelto come nickname Virginia Woolf?"
"L'ha mai letta?", ribatt la donna.
"No, mai."
"La legga e avr una risposta alla sua domanda."
Figuriamoci, con tutto quello che aveva da fare...
Comunque ora poteva veramente lasciarla in pace.
Non aveva nulla da fare se non tornare in commissariato a recuperare Frog.
Decise di regalarsi una lunga passeggiata da corso Lodi tagliando da corso di Porta Romana.
Domenica, l'ora di pranzo, saracinesche abbassate e poca gente in giro su quei marciapiedi dove invece il sabato c' la calca per le canoniche vasche.
Cammin con il solito passo veloce e deciso, bruciandosi la distanza che lo separava dal centro pi centro che ci sia.
Tempo venti minuti e vide piazza Missori.
Alzando lo sguardo incocci in una palazzina di uno stinto giallognolo che sei anni prima aveva ben imparato a conoscere durante una sua vecchia indagine su una setta satanica: l'ex dimora del marchese Ludovico Acerbi, la casa del "Diavolo di Porta Romana".
Inquietante anche alla luce del sole con quei capitelli ferinoformi a scrutare minacciosi gli ignari passanti.
Prosegu infilandosi nei vicoletti verso piazza Sant'Alessandro e da l devi verso una focacceria aperta anche la domenica. In via Torino lo accolsero gli striscioni multicolori dell'Expo con la solita scritta "Nutrire il pianeta - Energia per la vita".
A lui di nutrire il pianeta da uno a mille fregava zero, gli bastava nutrire se stesso con una bella focaccia unta e oleosa.
La consum nella breve distanza che lo separava da piazza San Sepolcro.
E in ufficio c'erano i croccantini per nutrire Frog che lo attendeva sonnecchiando sulle sue coperte: gliene vers una bella razione nella ciotola metallica.
L'ossuto bastardino inizi a trangugiarli con la solita masticazione lenta e rumorosa.
Chiss perch vederlo mangiare lo metteva sempre di buon umore.
Cinque minuti di lento lavorio mascellare e la ciotola era pulita.
Nutrito il commissario, nutrito il cane del commissario.
A nutrire il resto del mondo poteva pensarci qualcun altro. Anche se poi non ci avrebbe pensato nessuno.
Tanti proclami e tanti buoni propositi, ma una volta spenta la giostra dell'Expo non sarebbe cambiato nulla sul tema della fame del mondo.
Troppi gli interessi planetari in ballo perch qualcosa potesse cambiare veramente.
Del resto se i main sponsor dell'evento erano Mc Donald's e Coca Cola qualcosa voleva pur dire...
La vibrazione dell'Htc lo distolse da quelle elucubrazioni planetarie.
L'amico Malerba.
"Qual buon vento?"
"Vento di Niguarda, non so se sia Levante o Ponente. Comunque... ti ricordi quel farmacista arzillo di piazza Istria?"
"Certo che me lo ricordo, quel Crocetti, lo abbiamo incontrato due giorni fa, mica sono passati secoli", ringhi, seccato, il commissario.
"Ecco, proprio lui, chiede se possiamo andare a trovarlo perch sostiene di essersi ricordato una cosa che potrebbe essere interessante per il nostro articolo."
"Vorrai dire per la mia indagine."
"Ti ricordo che per il farmacista sei un giornalista anche tu."
"Va bene, va bene. Quando e dove?"
"Dove allo stesso bar di piazza Istria, sul quando tra un tre ore, mi ha detto che ci va sempre nel pomeriggio per l'aperitivo."
"Ok, troviamoci l verso le 17."
Nelle due ore successive, trascorse in ufficio, tra un caff e uno tsunami di sigarette, si mise a riordinare le idee, su Oksana e sul travaglio interiore che la stava dilaniando.
Poi, a un certo punto, dall'altra parte della scrivania, a met pomeriggio, era comparsa la Lunardon.
Sempre in jeans e maglione.
Si confrontarono dopo averla aggiornata sul colloquio avuto con la Redaelli.
Ardig con il passare delle ore si era fatto persuadere dai ragionamenti della Redaelli diventando un fautore della teoria delle "sliding doors" e applicandola al suo caso significava che Oksana era finita tra le braccia del suo carnefice perch emotivamente instabile e confusa, dopo aver assaporato con la Redaelli il primo piacere omosessuale della sua quarantennale vita.
Letteralmente si era buttata su un uomo, forse davvero il primo che passava per strada, per comprendere cosa provava ancora dal contatto con il sesso maschile.
La criminologa scosse la testa.
"No, non funziona cos. Intanto ti ricordo che Oksana non ha consumato alcun rapporto con penetrazione, pertanto se avesse voluto misurare il suo feeling e il suo piacere con l'organo sessuale maschile si sarebbe fatta penetrare, non credi?"
Obiezione pertinente.
"E nell'autoerotismo una femmina  sicuramente pi attenta, pi delicata, pi sensibile di un maschio nel far godere un'altra donna. Per cui secondo me questa Redaelli sbaglia, per gelosia, e Oksana  stata con un'altra donna."
Effettivamente la dinamica dell'omicidio induceva a puntare sul sesso debole: la vasca con la schiuma, il sacchetto dell'Esselunga.
Solo che poi come aveva fatto a trascinare Oksana fino a quel sottopassaggio?
Il corpo presentava qualche ecchimosi, ma non escoriazioni da trascinamento.
E anche i vestiti erano integri.
Sapevano che Oksana era morta in una vasca da bagno dunque in una casa, non in una cantina o in un garage.
Ergo dalla vasca da bagno era stata asciugata, rivestita,
sollevata e portata nell'auto che l'aveva condotta fino a quel sottopassaggio.
Una donna non avrebbe mai potuto sollevare un corpo di 59 chili.
Per cui doveva avere un complice maschile.
"Perch no?", concesse la Lunardon.
"Magari un balordo pagato allo scopo. Oppure un parente."
In quell'istante bipp l'sms di Malerba diretto al bar di piazzale Istria.
Gli ricordava che l'appuntamento era mezz'ora dopo, alle 17.
Il commissario salut la criminologa e usc, incamminandosi verso la metropolitana per incontrare Malerba una mezz'oretta dopo in piazzale Istria.
In realt i due amici si incontrarono casualmente poco dopo, alla fermata di Gioia uscendo da due vagoni diversi ma dallo stesso convoglio della verde, che Malerba aveva preso a Cadorna e Ardig a Moscova, dopo l'ennesima passeggiata di quella domenica che procedeva lenta come una tartaruga.
Poche centinaia di metri e in via Volturno scesero nella viola.
Dieci minuti dopo erano davanti al bar di piazza Istria: il dottor Crocetti era gi al suo posto di combattimento, un tavolino affacciato sulla vetrina, con un calice di bianco e una ciotola di arachidi a fargli compagnia.
Per essere un ex farmacista seguiva una dieta tutt'altro che consigliabile.
Un altro che se ne infischiava degli stili di vita salutari che mirava a diffondere ai quattro angoli del globo l'incalzante Expo.
Saluti di prammatica, ordinazioni di altri due calici di bianco, quindi parola al farmacista in pensione.
"Mi sono ricordato una cosa che potrebbe interessarvi. O anche no... Non so se vi interessa..."
"Ci interessa, vada avanti..."
"Riguarda proprio uno dei ragazzi della foto che mi avete mostrato, quello di cui non ricordavo il nome." Ricordavo, tempo imperfetto. Incoraggiante, molto incoraggiante e infatti Ardig e Malerba si scambiarono un'occhiata eloquente.
"Si  ricordato come si chiamava?"
"Pi o meno. Cio no..."
L'occhiata stavolta fu meno incoraggiante, ma altrettanto eloquente.
Intanto il dottor Crocetti proseguiva: "Era uno che veniva dal Veneto, cio la famiglia veniva dal Veneto e aveva uno di quei cognomi tronchi che hanno da quelle parti l, sa tipo Bordon o Zancan? Una roba simile".
"Altro?"
"S, mi pare si chiamasse Eugenio, s proprio cos, Eugenio."
Eugenio e un cognome spezzato con la consonante, privo della canonica vocale a chiuderlo.
Altro che cercare un ago in un pagliaio.
"Non ricorda proprio altro?"
Crocetti sorseggi il bianco e annu.
"Solo che aveva un fratello pi grande che era emigrato in Argentina subito dopo la guerra e nelle lettere che inviava descriveva meraviglie di quel mondo cos lontano, tanto che il fratello, l'Eugenio, voleva a tutti i costi andare in Argentina a raggiungerlo, per era solo un ragazzino."
"E non sa se poi ci  andato?", lo tartass Ardig, che ormai aveva inquadrato il tipo, il peggiore possibile per un investigatore dotato di poca pazienza come lui, quello a cui devi tirare la coda per cavare le informazioni con il contagocce, una per volta.
"Non mi pare, adesso che mi ci fa pensare mi ricordo che era poi andato in linea alla Breda, a fare l'operaio come gli altri delle cascine che non volevano stare pi con le vacche."
Una lampadina si accese nel cervello di Ardig: la Breda, dove travagliava anche Ballabio.
"E poi?"
"Non lo so, l'ho perso di vista e probabilmente si  trasferito da qualche altra parte. Forse qualcuno diceva che era andato davvero in Argentina. Che vuole che ne sappia. E poi sono passati cos tanti anni."
Un altro buco nell'acqua.
Salutarono il farmacista e si spostarono in centro per farsi una birra e quattro chiacchiere prima di rientrare in commissariato e al giornale, nonostante fosse domenica.
Ma per un cronista di nera e un commissario della Omicidi la domenica quasi sempre  un giorno lavorativo come un altro.
Figuriamoci poi la penultima domenica di pseudo normalit prima del delirio dell'Expo...
Al ritorno in commissariato ritrov la Lunardon, sempre al lavoro, sempre china sul computer.
Ardig le sorrise, piacevolmente sorpreso di incontrarla.
"Ancora qui? Ma una vita tua non ce l'hai?", la punzecchi ironicamente.
"Evidentemente no. E poi da che pulpito arriva la predica."
"E cosa ne sai che una vita privata non ce l'ho?"
"Ardig - lo chiam per cognome volutamente, ridendo, ma facendo cadere le parole da un pulpito di competenza professionale - ti ricordo che sono una psichiatra forense e criminologa con tanto di specializzazione al Behavioral Science Unit di Quantico e ritengo di essere capace di valutare il comportamento dei soggetti con cui mi trovo a rapportarmi quotidianamente. E poi per decifrare un soggetto come te non serve aver frequentato i corsi avanzati dell'FBI, basta avere qualche capello ingrigito in testa e qualche neurone ancora funzionante..."
Touch. Colpito e affondato.
"Vuoi che vada avanti?"
"No, non  il caso di infierire", alz le braccia il commissario, in segno di resa incondizionata.
Poi la fiss. Aveva l'aria stanca e le difese abbassate.
Decise di riprovarci.
"Posso offrirti una sana passeggiata nell'aria salubre di Milano in compagnia del sottoscritto e del mio splendido amico a quattro zampe?"
Lei abbozz un mezzo sorriso.
"Come posso rifiutare un'opportunit simile, quando mi
ricapiterebbe di farmi vedere con un cane cos bello?", accett, riempiendo di carezze lo stupito Frog, poco avvezzo alle coccole e non particolarmente portato a ricambiare, se non scodinzolando con il solito tremolio osseo.
Si incamminarono per via Torino scendendo verso piazza Vetra, aggirarono la basilica di San Lorenzo ed entrarono nel giardino pubblico.
Un sabato notte di tempesta e ora una domenica pomeriggio quasi estiva: sul prato molti ragazzi concludevano il pomeriggio sdraiati sulle coperte, con bottiglie di birra e sigarette sulla cui composizione era meglio non indagare.
Le panchine tutte occupate, per cui proseguirono lasciando che Frog ficcasse il naso ovunque per scoprire le tracce del passaggio degli altri cani che lo avevano preceduto su quel prato.
Scesero verso Sant'Eustorgio e da l sbucarono alla Darsena, il vecchio porto fluviale della Milano di una volta, un'area scempiata da maldestri interventi di riqualificazione nell'ultimo decennio e ora finalmente restituita alla citt, con argini dove il verde la faceva da padrone e l'acqua del Naviglio a brillare sotto il sole di quel fine giornata.
Una scena suggestiva e rilassante.
Anche per loro, un uomo e una donna soli, che non si erano cercati, ma si erano trovati, e adesso erano vicini, a un attimo dallo sfiorarsi.
Guardandola Ardig si domand cosa fare.
Troppe volte negli ultimi anni aveva mischiato lavoro e sesso e forse anche amore.
Prima la tormentata liason con il sostituto procuratore Debora Pollini, con annessi scazzi e sbalzi umorali che avevano inevitabilmente inciso sulla loro convivenza professionale, poi la ancora pi tormentata storia con Miriam Righetto, una escort, testimone in una delicata indagine, eppure sua compagna di notti focose e prima ancora, alcuni anni prima, un'altra testimone in un caso di omicidio.
E ora c'era Barbara, una donna in cerca di compagnia in una domenica arrossata da un tramonto romantico e malinconico che si rifletteva sullo specchio d'acqua della Darsena, in uno scorcio da Monet.
Romantico e malinconico davvero il tramonto.
Due aggettivi che ben si accompagnavano all'atmosfera intima che si stava creando l, davanti a quella distesa di acqua che conciliava con la vita e con l'universo intero.
E scaldava il cuore, facendo emergere sentimenti insidiosi, che disarmano tutte le difese intime.
Si decise, a baciarla o scappare.
E quasi senza accorgersene si incammin verso l'alzaia del Naviglio Grande affollata di venditori ambulanti.
Nessun bacio, stava scappando, anche da lei.
Ennesima inseguitrice di una vita che lo inseguiva da troppo tempo e si stava stufando di inseguirlo.
Lei rimase perplessa, poi intu che il momento magico che li stava avvicinando si era dissolto, e si mosse per seguirlo.
Se era delusa non lo diede a vedere.
Sbirciarono senza interesse le varie mercanzie di artigianato etnico disseminate sulle bancarelle, camminarono fino alla zona meno turistica e commerciale, quella del vecchio Naviglio che scorre verso Ludovico il Moro, poi rientrarono.
Di buon umore, rilassati, ma nulla di pi.
Una passeggiata tra due colleghi occasionali, che parlano delle solite banalit e inevitabilmente anche della doppia indagine che li aveva condotti a zampettare in una sera di met aprile nelle strade del centro storico di una Milano gi rivolta con la testa all'esposizione universale.
Arrivati in piazza del Duomo, ultima tappa della loro mezza maratona, si salutarono con un innocuo bacio sulla guancia. Ardig e Frog infilarono la galleria per dirigersi in via Manzoni e da l ai giardini pubblici di via Palestro.
Solo, finalmente solo, con il suo cane silente, il commissario rifletteva sulla buriana emotiva che non lo mollava un secondo, sulla sua incapacit di aprirsi al prossimo, sulla sua indecisione ad abbandonare una vita solitaria per imposizione personale. E su un'altra donna che lo aveva sfiorato e da cui si stava allontanando, passo dopo passo, quasi in fuga, per difendere quell'eremo inviolabile della sua solitudine di cui era prigioniero e carceriere al tempo stesso, suo malgrado.
...
.
...
8.
...
.
...
Per un istante Oksana, dopo essere venuta, si rilass, spossata.
Parzialmente soddisfatta.
Voleva godere e aveva goduto.
Anche se quello era solo l'aperitivo.
Un refolo di aria fresca soffi dalla finestra aperta: fuori stava rinfrescando, il temporale si avvicinava veloce, preannunciato da tuoni che echeggiavano ancora lontani.
Poi realizz che Cristian, paonazzo, un'espressione un po' inebetita, la osservava indeciso.
Comprese al volo che ora toccava a lei.
Con la mano accarezz la cintura dei jeans.
Niente. Calma piatta. Si sorprese, rimanendoci delusa.
Lui pareva imbarazzato. Quasi mortificato.
Fece per tirare la cerniera, lui con la mano la ferm.
Garbato, ma deciso.
Rimase spiazzata. Era nuda, sudata, bagnata.
Nella casa da "famiglia Addams" di un perfetto sconosciuto di poche parole e tanti segreti che non aveva la minima erezione e pareva assente, come se quel suo corpo che trasudava eccitazione non gli comunicasse nulla.
Eppure Cristian le piaceva e con il suo tocco delicato l'aveva fatta godere come un'adolescente alle prime effusioni.
No, doveva andare fino in fondo quella notte.
Lo baci di nuovo, con passione.
Meditando su come coinvolgerlo almeno la met di quanto era coinvolta lei.
In bagno, quando era andata a lavarsi le mani, aveva visto una vasca di quelle vecchie, con il gradino.
L'ideale per quello che le venne in mente.
Lei sopra e lui sotto a farsi cavalcare.
"Dai facciamoci un bagno caldo, vedrai che ci divertiamo."
...
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...
Milano, luned 20 aprile 2015.
...
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...
Le sette di mattina.
In quella chiesa di periferia si celebrava una prima funzione religiosa gi alle 7,30.
Mezz'ora prima le porte erano gi spalancate per i fedeli pi fedeli.
Due vecchine gi piazzate nella prima fila, nemmeno volessero anticipare la calca a un concerto rock.
La figura incappucciata entr e percorse la navata sinistra.
I soliti angeli e le solite madonne a osservarlo dalle solite nicchie sulle pareti, anche se questa era una chiesa pi moderna rispetto alla precedente e gli affreschi erano meno impegnativi e solenni.
Anche il confessionale vantava uno stile pi moderno, un disegno quasi pi simile a un armadio a tre ante.
Una delle vecchiette si era accomodata nel cubicolo a destra e stava gi lordando la sua anima di chiss quali irripetibili peccati.
La sagoma incappucciata scelse l'altro loculo e attese paziente qualche minuto.
Poi sent scorrere la griglia interna dello spioncino del confessionale.
E avvert gli occhi del religioso che lo fissavano.
"Buongiorno, parla liberamente, ti ascolto."
L'altro prete, quello della volta precedente, aveva una voce pi profonda, pi da prete insomma.
Per cui la fece breve.
"Ho peccato padre, ho violato un comandamento."
"E quale?", chiese il sacerdote, con un misto di curiosit e apprensione.
"Il quarto, padre. Sono un assassino. E uccider di nuovo. Non riesco a fermarmi da solo, se qualcuno non mi ferma andr avanti."
Il prete si port una mano alla bocca, inorridito.
La figura incappucciata si mosse e spar dal loculo, senza attendere alcuna possibile liberazione da quel peccato mortale.
Per un istante il sacerdote si domand se il diavolo si fosse materializzato davanti ai suoi occhi.
Alle otto Ardig era entrato nel cortile secondario della Prefettura, una vera e propria piazza d'armi circondata da un austero colonnato che si snodava sul perimetro quadrato.
L'attiguo cortile principale brulicava di auto blu con lampeggianti e uomini delle scorte auricolarizzati, impeccabili nei loro completi scuri che calzavano a pennello sui fisici prestanti.
Erano tutti in conclave a dieci giorni dall'apertura ufficiale dell'Expo 2015: una manciata di giovani ministri capeggiati da quello dell'Interno, il sindaco di Milano, il presidente della Regione e tutti i vertici delle istituzioni preposte alla sicurezza e all'ordine pubblico, oltre ovviamente ai massimi dirigenti della societ Expo Milano 2015.
Riunione fissata per le 8,30, fuori il canonico plotone di giornalisti sul marciapiede ad assediare l'ingresso, nel tentativo di strappare chiss quali mirabolanti dichiarazioni ai politici in arrivo.
Esibito il tesserino di ordinanza in guardiola Ardig venne preso in consegna da un solerte funzionario e da l condotto in una serie di corridoi tutti uguali, fino all'anticamera dell'ufficio del Prefetto, dove ad attenderlo c'era anche il Questore.
Volti tesi e poca voglia di parlare.
Entrarono e a rompere il ghiaccio fu il Prefetto, con il solito tono calmo e pacato.
Soddisfatto per come si era chiusa l'esplosiva vicenda di via Padova, con gli scongiurati rischi di ribellione etnica, meno soddisfatto per gli zero progressi conseguiti sul delicato caso di Oksana Spirova.
Nessun accenno invece al delitto Ballabio, semplicemente perch l'uccisione del vecchio fotografo non veniva accostata all'esposizione universale e dunque non arrecava un vulnus alle istituzioni preposte a garantire l'ordine pubblico.
Con voce monocorde gli ribad le solite raccomandazioni.
Il tempo stringeva e occorreva raggiungere risultati concreti, traduzione, bisognava far tintinnare le manette e mostrare all'intero mondo un arrestato, per tranquillizzare l'opinione pubblica planetaria i cui occhi erano tutti puntati su Milano.
Il commissario si limit, a sua volta, a ricordare la complessit del caso, senza promettere risultati al momento fuori dalla sua portata.
Quindi venne invitato a non perdere ulteriore tempo e non sottrarre alcun istante al lavoro, un modo elegante per metterlo alla porta.
Tre minuti dopo il capo della Omicidi varcava il portone secondario che immetteva in corso Monforte, proprio nel momento in cui due Audi A8 scure con lampeggiante acceso accadevano dal passo carraio principale precedute da una "civetta" sempre con il lampeggiante acceso.
Il ministro dell'Interno era arrivato.
A seguire un trenino di auto blu: erano arrivati anche gli altri ministri.
Il vertice sulla sicurezza per l'Expo stava per cominciare.
In commissariato si era letto i consueti verbali del "mattinale", con gli aggiornamenti delle volanti su quanto accaduto nella notte, e a seguire i quotidiani, tutti monotematici sull'esposizione universale ormai a un passo dal via.
Si riemp gli occhi di editoriali sull'imminente appuntamento con la storia planetaria e sulle polemiche per i ritardi nei lavori di realizzazione dei padiglioni e delle infrastrutture di connessione al sito espositivo, poi opt per un altro appuntamento imminente, non con la storia della seconda esposizione universale milanese, ma pi banalmente con i suoi vice, Farris e Santoni, davanti a tre espressi al baretto di via Cardinal Federico.
Dopo aver sorbito il caff li resocont sui movimenti della giornata precedente, il giro a Lambrate, la chiacchierata con la Redaelli e con la Lunardon e infine quella con il farmacista di piazzale Istria.
"Per cui dovremmo cercare un tale Eugenio, con un cognome veneto e un posto di lavoro alla Breda negli anni Cinquanta e un fratello in Argentina?", borbott, perplesso, Santoni.
"Abbiamo le stesse possibilit di trovare questo Eugenio come di vincere al superEnalotto senza mai comprare un biglietto. Se lo troviamo vi pago il caff tutti i giorni per i prossimi tre mesi", sbott Ardig, nervoso per la piega inconcludente presa dagli eventi.
Risal in ufficio e torn a immergersi tra la carta e l'inchiostro dei quotidiani.
Stava sfogliando "Il Giorno" quando Pinton sbuc dalla porta.
Le mani fasciate con i guanti di lattice, tra le dita una busta di carta gialla.
Ardig sbianc immediatamente.
Ma al tempo stesso prov un sollievo: se era vero, se quella lettera annunciava un secondo omicidio, insieme alla morte quella missiva avrebbe portato anche nuovi elementi per la sua indagine.
Una vita per un indizio.
Uno scambio assurdo, tuttavia non era lui a dettare le regole di quel gioco cos pericoloso e sanguinario.
Sul dorso la stessa scritta a macchina in stampatello: RESPONSABILE SEZIONE OMICIDI QUESTURA MILANO.
Sotto, sempre a macchina, sempre in corsivo come la volta precedente, sempre l'indirizzo della Questura in via Fatebenefratelli.
Afferr il taglierino e l'apr come un forsennato, senza prendere la minima precauzione.
Non temeva trappole esplosive o polverine, ma il contenuto.
Infil i guanti e cacci dentro le dita per afferrarle.
Tre. Porca puttana, era di nuovo lui, nessun dubbio.
Stavolta part subito dalla foto del morto.
Sempre in plastica dura, a colori.
Un altro anziano, anche lui sgozzato in un lago di sangue, ripreso in primissimo piano.
Volto glabro, in testa pochi peli bianchi.
Impossibile localizzare l'ambiente del delitto.
Ma intanto circoscriveva il raggio di azione dell'omicida: anziani, vicini agli 80 anni.
E se era un vendicatore stava saldando conti legati a qualche fatto avvenuto molti anni prima, perch difficilmente chi ha i capelli bianchi si macchia di brutte colpe, sapendo che il momento del giudizio divino si avvicina inesorabilmente.
Afferr la seconda foto, sempre di plastica rigida: sembrava un'altra incisione del Cartari, ma non quella che aveva previsto la Lunardon perch qui non c'erano l'immagine gi esaminata, quella della Giustizia che assiste e della Nemesi che randella una malcapitata giovane donna impotente.
No, l'immagine era diversa.
...
.
...
Una figura femminile, probabilmente una dea, seminuda, che stava in equilibrio su una sfera.
A lato due cornucopie incastrate, da cui spuntavano erbe, e intersecate da un inquietante scettro con due serpi avvitate e un elmo alato appoggiato alla sommit lambito dalle lingue biforcute dei rettili.
Sullo sfondo il solito paesaggio brullo e collinare che aveva gi imparato a conoscere osservando le incisioni precedenti.
A interpretarla ci avrebbe pensato la Lunardon.
Infine la terza foto, forse la pi interessante.
Stavolta la carta era pi spessa e i colori, seppur sbiaditi, c'erano.
La foto di un vecchio bar dall'insegna incredibile: "Bar il Toni".
Convoc Scalise per sapere tutto di questo bar.
Poi contatt la Lunardon: si sarebbe precipitata in commissariato in pochi minuti.
Nel frattempo osserv il timbro apposto dal postino sul francobollo: 20 apr 07,48.
Il timbro era di quella mattina.
"Voglio sapere da dove  stata spedita, contatta la Postale", si rivolse al fidato Pinton.
Quindi avvert De Piccoli di mandare qualcuno a prendersi le foto per le consuete analisi di rito.
L'adrenalina e il nervosismo lo invasero: a Milano c'era gi un morto in pi, doveva soltanto aspettare che qualcuno lo trovasse e il suo telefono squillasse.
Intanto per calmarsi prese Frog e and a farsi una passeggiata nei vicoletti intorno e un altro espresso, il secondo della mattina, al solito baretto, il tutto accompagnato da un paio di bionde.
Meno di mezz'ora ed era di nuovo in ufficio.
La Lunardon, strizzata nei soliti jeans e di nero vestita, lo attendeva scalpitante.
Le pass il materiale ricevuto e sigillato in una cartellina di nylon, per non contaminarlo.
La criminologa esamin le foto senza scomporsi.
"Parzialmente  una non notizia, sapevamo gi che avrebbe colpito nuovamente e che ci avrebbe spedito un'altra immagine del Cartari, soltanto che al posto della Nemesi stavolta ha scelto la Fortuna."
"Gi", convenne Ardig, perplesso sull'errata previsione della Lunardon.
"Ora resta da capire se ci mander anche una terza immagine o meno."
"Ovvero la Nemesi?"
"Esattamente. E immagino che accadr... intanto per inviandoci la Fortuna ha voluto comunicarci dell'altro."
"E cosa?", stort il naso il commissario.
"Faccio fatica anch'io a comprenderlo nitidamente. Almeno a comprenderlo del tutto... In questi giorni mi sono studiata il Cartari ed  chiaro che per lui la Fortuna era la pi importante delle divinit mitologiche, una sorta di arbitro del destino, di mazziere esistenziale:  quella, per farti capire, che assegna le carte con cui poi ti siederai al tavolo da gioco che sar la tua vita. Poi sta a te bluffare o pescare alcune carte dal mazzo e provare cambiare la tua partita."
"Uhm, quello che noi chiamiamo destino", bofonchi Ardig.
"Proprio quello. Invece per il Cartari la Fortuna  una dea, una donna capricciosa, irascibile, di animo mutevole. Senti come la descrive: A colei danno i mortali colpa di tutto quello, che intraviene fuori del loro pensamento. E par, che vogliono, che l'acquisto, la perdita de gli honori e delle ricchezze venghi dalla Fortuna e il rivolgimento di tutte le cose mondane. E perch non potiamo satiare il disordinato nostro desiderio, ci lamentiamo della fortuna. Ecco, questa  la Fortuna per il Cartari. E questa  la palese anomalia che non mi convince..."
"Ovvero?"
"Che rivendicazioni di questo genere dovrebbero essere abbinate a vittime di sesso femminile e pertanto identificabili con le dee elencate dal Cartari: la Fortuna, la Giustizia, la Nemesi. Invece questo assassino seriale sta colpendo vecchi anziani di sesso maschile. Questa  un'incongruenza inspiegabile che potremo domandare soltanto a lui se riuscirai a prenderlo."
"Dubito che lo prender vivo", si lasci sfuggire Ardig,
anche se in realt il riferimento era all'altro omicida che stava braccando, quello che aveva spento la vita incerta e confusa di Oksana.
"Questa - riprese la Lunardon -  l'incisione della Fortuna in equilibrio sulla sfera e l'immagine parla da sola, descrivendoti una divinit umorale e instabile, priva di un equilibrio perch a cavallo di una sfera come un equilibrista circense. Piuttosto concentrati sull'altro elemento che l'assassino ti ha fornito, la foto del bar."
"Mi sono gi attivato", la rassicur Ardig.
"Allora buona fortuna", civett la Lunardon, alludendo all'incisione del Cartari.
Mezz'ora e Scalise arriv con la faccia piena di buone notizie.
I soliti fogli stampati dalla rete.
Alcuni erano vecchi articoli di giornale.
"Eccolo qui, il Bar il Toni ha tirato gi la serranda nel 1994, era un bar caratteristico alla Bicocca, nel pieno dell'area industriale, ed era il punto di riferimento dei tanti operai che popolavano quella zona."
"Chi era Toni, il proprietario?"
L'agente scosse la testa.
Afferrando un foglio.
"Il toni era la tuta blu degli operai lombardi e piemontesi negli anni del boom economico, pare che il nome derivasse da un pagliaccio britannico, Anthony, che utilizzava appunto una tuta blu..."
"Va bene, mi fido", lo invit a tagliare corto.
E ad arrivare al sodo.
Per tutta risposta Scalise gli allung alcuni articoli, tra questi uno dell'estinto quotidiano "La Notte", a firma Beppe Brigante.
L'attuale vicedirettore di Malerba.
Inizi a leggerlo con avidit.
Un altro pezzo della nostra Milano se ne va in pensione. E forse nel dimenticatoio. Chiude il Bar il Toni, lo storico punto di riferimento della Milano operaia che andava a tirare la lima alla Marelli, alla Breda, alla Pirelli e nella costellazione di piccole fabbrichette dell'indotto. Decine di migliaia di operai l, con la loro tuta blu chiazzata di grasso, in quei sessanta metri quadrati, ci hanno bevuto il caff, hanno preso un amaro, si sono fatti un panino o una partita a scopa. In quelle pareti echeggiano le battute salaci e i commenti del luned sulle partite di calcio. Molti di loro erano giovani quando ci hanno messo piede per la prima volta e sono pensionati oggi, come da domani lo sar il Corrado, come lo chiamavano tutti, al secolo Corrado Pozzoli, 63 anni da poco compiuti, per oltre 45 anni dietro il bancone di quel bar dove ha iniziato da garzone prima di diventarne titolare, insieme al fratello Ottavio, nei primi anni Sessanta. L'Ottavio non c' pi da qualche anno e il Corrado ha deciso di arrendersi. Troppo impegnativo tirare avanti da solo. Ma non  solo per quello.
Seguiva un virgolettato del barista che spiegava come la crisi industriale avesse decimato le maestranze e di conseguenza falcidiato la sua clientela.
Eppure non era solo per quello, per il calo di avventori, che abbassava la saracinesca: semplicemente non esisteva pi la Milano operaia delle tute blu e lui era stanco di tirare avanti quel bar dal nome cos ideologico in un mondo che non era pi quello in cui era nato e aveva vissuto.
Banalmente, tutto qui.
Perch quel bar era anche un rifugio, un simbolo, un luogo di una comunit che semplicemente si era estinta a colpi di cassa integrazione e mobilit.
Non c'erano pi quegli operai, aggiungeva, quelli che andavano a lavorare con la bici e il baracchino con la "schiscetta", quelli dei turni, quelli degli scioperi veri e delle occupazioni della fabbrica.
Bell'articolo. Dove le notizie erano impregnate di sentimenti e di colore.
Ardig mentalmente si compliment con Brigante, quindi si rivolse a Scalise: "Vediamo se questo Pozzoli  ancora vivo e in grado di farsi una chiacchierata, prova a rintracciarlo".
L'agente annu con aria mesta: un cognome lombardo doc, chiss quanti Pozzoli c'erano tra Milano e la Brianza, magari quello vegetava in qualche ospizio, oppure con figli o nipoti con cognome diverso.
Si rassegn a tornare a scavare tra le scartoffie, come imponeva il suo ruolo di topo d'ufficio.
Ardig apr la finestra per inspirare aria in cerca di ispirazione.
Il campanile batt i rintocchi delle 11 in quel momento.
Tempus fugit.
Gi, il tempo, il suo nemico.
Non per l'inaugurazione dell'Expo e tutte le menate del Questore, del Prefetto e del Capo della Polizia.
Non per questo, ma per loro, i vecchietti uccisi.
Anche se il secondo era morto soltanto sulla pellicola fotografica.
E anche questa era un'anomalia.
L'assassino non aveva scattato foto digitali, con un apparecchio telefonico, e le aveva poi stampate al computer.
No, utilizzava ancora la carta fotografica.
Ma questo non lo aiutava a progredire nell'indagine.
Gli occorreva il nuovo morto ammazzato, per avere qualcosa in pi.
E cercare di interrompere la catena di sangue.
Il "non c' due senza tre" valeva anche in questo caso, eccome se valeva, e se non lo avessero fermato magari ci sarebbero stati il quattro, il cinque, il sei.
Era il primo vero assassino "seriale" che incontrava in vent'anni di Polizia, ragionando in un'ottica da fiction tv, perch di assassini a "striscia" o a "domino", ovvero quelli che colpivano pi volte e con lo stesso modus operandi, per un determinato motivo, economico o passionale, ne aveva incontrati gi altri due, ma questo era diverso. E ancora pi pericoloso.
Come spesso gli capitava si trov a invocare la fortuna per sconfiggere il tempo.
Ma non la Fortuna iconograficizzata dal Cartari.
L'altra, quella rappresentata come una dea bendata.
"Spes ultima dea." Una frase che si ritrovava a ripetere con preoccupante frequenza quando l'acqua dell'indagine gli saliva alla gola.
Due colpi alla porta e la sagoma voluminosa di un corrucciato Farris oscur l'ingresso dell'ufficio.
Un'occhiata e si accordarono tacitamente per un espresso al baretto di via Cardinal Federico.
Il terzo di quella mattinata interminabile.
Consumarono i caff in silenzio, tesi e cupi.
Il pensiero sempre a loro, a Oksana e al vecchio fotografo, il Ballabio.
Paradossalmente, nonostante il count down per l'Expo, era quest'ultimo ad essere diventato la sua priorit, la sua ossessione.
Quel mattoide che lo aveva sgozzato e si era premurato di inviargli la macabra foto del morto ancora sanguinante aveva deciso che non sarebbe stato un numero primo e aveva scelto di fare il bis: e purtroppo uno cos avrebbe colpito di nuovo, non c'era dubbio.
Questione di tempo e sarebbe arrivata un'altra foto e qualche giorno dopo sarebbe nuovamente squillato il telefono.
Ma intanto c'era il secondo cadavere ancora da recuperare: e questa volta, davvero, da un momento all'altro, il telefono avrebbe squillato.
Per annunciare il ritrovamento di un anziano con la gola tagliata.
Solo una questione di tempo...
Il problema  che loro di tempo non ne avevano e che le loro indagini erano ferme al palo.
"Forse dovremmo dare retta al farmacista, cercare questo tizio dal cognome veneto", sugger Farris.
Che vedendo pensieroso il suo superiore decise di proseguire: "Sappiamo che ha lavorato alla Breda, partiamo da l, vediamo se  stato collega del Ballabio."
Ardig prima annu con poca convinzione.
Poi improvvisamente scosse la testa.
"Figuriamoci, ti ho gi detto che se lo troviamo vi pago il caff..."
Non fece in tempo a finire.
Il telefono squill proprio in quell'istante.
Manco al bar lo lasciavano tranquillo.
Il numero del centralino della Questura.
Rispose svogliato e rimase ad ascoltare.
Lo aveva invocato ed eccolo.
Il nuovo sgozzato aveva risposto presente all'appello.
Si chiamava Eugenio Ravagnan e aveva 76 anni.
Il vicequestore Bruno Ardig chiuse la chiamata e con un mezzo sorriso beffardo, amaro e ironico, si volt verso il vice: "Qualcuno ha proprio deciso di prendermi per il culo. Possiamo anche non sbatterci a cercare il tizio con il cognome veneto".
Farris lo anticip: " lui quello sgozzato, vero?".
"Proprio cos. Ravagnan, Eugenio Ravagnan, se non  un omonimo  lui... sgozzato e con ferite su tutto il corpo, ti basta? Dai, andiamo. Pinton ci sta precedendo."
Andarono alla cassa e stavolta fu Farris, cinicamente, a sorridere indicando il commissario.
"Se ho ben capito da oggi il caff lo paghi tu, vero?"
Ardig scosse la testa, seccato.
Ridacchiavano per un'infantile scommessa su un morto. Come si stavano riducendo...
Via Lomellina, angolo viale Corsica.
La zona sudest della City, la porta per evadere dalla metropoli, verso l'aeroporto di Linate o la Tangenziale Est. Una zona elegante, non centrale ma neppure periferica, con molto verde e bei negozietti.
Una zona tranquilla, ancora poco invasa dagli extracomunitari.
L, in un condominio signorile, risiedeva Eugenio Ravagnan, un 76enne che spendeva le sue giornate su una poltrona in vimini sul piccolo balconcino affacciato sul traffico sottostante.
Un uomo solo, morto da solo.
Con la gola tagliata e il corpo costellato di ferite e tagli vari.
Una scena gi vista.
A scoprirlo era stata una condomina che fungeva quasi da badante e ora piangeva su un divano del salotto.
Ardig, sentendo la parola badante, si sarebbe aspettato la solita polacca o ucraina 35enne, biondina e formosa.
E invece quella crollata su una poltrona, che nelle mani rugose teneva stretta forte la catenina da rosario appesa al collo, era una donnona di almeno 70 anni, forse anche un paio d'anni in pi, e di altrettanti chili, anche in questo caso forse qualcuno di pi.
Sicuramente milanese a giudicare dalla cadenza e dalle generalit: Luisa Garlappi.
Quelli della Mobile la stavano gi sentendo: ogni mattina passava dal Ravagnan, gli rassettava la casa, gli portava la spesa, gli cucinava il pranzo e gli lasciava pure qualcosa per cena. Circa tre ore in tutto.
Ogni giorno dal luned al sabato, tranne la domenica quando andava a trovare la sorella in Brianza.
E l'omicidio era avvenuto proprio la domenica pomeriggio, sicuramente non un caso.
Faceva tutto lei, la Garlappi: mestieri, spesa, pulizie, il pieno di medicine in farmacia.
Tutto tranne la compagnia.
Perch il padrone di casa era uno solitario e taciturno.
Dalla descrizione della donna pareva che il vecchio avesse fatto la spola con l'Argentina dove era emigrato per ben due volte.
La prima volta da giovanissimo sul finire degli anni Cinquanta, salvo poi rientrare alla fine degli anni Sessanta insieme a una moglie argentina, con cui forse, ma non ne era sicura, aveva aperto un negozio in una non precisata parte di Milano, negozio rapidamente chiuso essendo nuovamente volato in Argentina con la moglie a met degli anni Settanta.
Quindi un altro giro del globo terracqueo: a inizio degli anni Novanta Ravagnan era rimasto vedovo, senza figli, e aveva deciso di tornarsene a Milano, dove non aveva nessuno ad aspettarlo tranne la terza et in arrivo e l'inevitabile solitudine e malinconia della vecchiaia.
Interrotta da un colpo di rasoio alla giugulare.
La Garlappi, tra un singhiozzo e uno starnuto, aveva dipinto un ritratto a tinte fosche dell'esistenza di questo essere umano poco incline all'affetto e al sorriso: non aveva una compagna, non aveva amici.
Finch le gambe avevano retto trascorreva molte delle sue ore in lunghe passeggiate silenziose, ma da qualche anno, per via di un'artrite degenerativa, il mondo era costretto a vederlo soprattutto dal balcone, perch di passi poteva farne pochini, giusto per spostarsi in casa e avere ancora quel minimo di autosufficienza serale e notturna.
Sempre in silenzio, sempre solo, in attesa di una fine che immaginava in una casa di riposo o in un letto d'ospedale e non in un lago di sangue raffermo sul pavimento.
Morte fresca, roba di 15-18 ore al massimo.
Il rigor mortis in fase avviata, le macchie ipostatiche a dare quel macabro aspetto violaceo alla parte bassa della schiena dove il sangue si era addensato, le membra irrigidite come quelle di una statua marmorea del Canova.
Doveva averlo sgozzato nel tardo pomeriggio precedente.
L'assassino lo aveva studiato con attenzione e sapeva che durante la domenica la Garlappi non c'era.
Nessun dubbio che si trattasse di un omicidio volontario e dunque pianificato.
Anzi, perfettamente pianificato, perch come a casa del Ballabio anche qui la serratura era stata aperta dall'interno, ovvero dallo sventurato padrone di casa che incautamente aveva accolto nel suo salotto il suo carnefice.
Pochi dubbi anche sull'arma: su quelle ferite era impressa indelebile la firma di un rasoio da barbiere.
L'unica buona notizia era che almeno in questo caso la parola Expo sembrava totalmente assente, fuori contesto, come i letterali cavoli a merenda, pur non potendo escludere che nei salutari stili di vita che avrebbero consigliato i vari esperti e soloni durante il prossimo semestre qualcuno magari avrebbe consigliato proprio i cavoli a met pomeriggio al posto del pane e marmellata...
Torn a concentrarsi sul da farsi.
Chiaramente doveva ripartire dai due vecchi, da Ballabio e Ravagnan, e dai pochi elementi raccolti, da quel maledetto rasoio e dall'et delle due vittime.
Uno del 1938, l'altro del 1939, a rafforzare l'idea di un serial killer vendicatore, che stava punendo torti o ingiustizie datati al bianco e nero.
Ma quanto datati?
Poteva levare le tende e tornare in ufficio.
Tanto l, a prendere in mano le redini dell'inchiesta e a coordinare medico legale e Scientifica, era arrivato il formidabile pm Gustavo Todeschi, con completo di sartoria grigio cenere e abbronzatura caraibica a risaltare il suo cranio stile palla da bowling.
Per la serie "ghe pensi mi"...
Ardig si allontan per evitare il solito incontro-scontro con zucca pelata e rientr in ufficio.
Il maresciallo Bucchioni, vedovo, senza figli, privo di fratelli, non aveva redatto alcun testamento.
Cos il suo patrimonio era finito tutto all'unico discendente: il figlio della sorella deceduta otto anni prima, un 50enne che gestiva un ristorante sul mare nel savonese.
Il vecchio Bucchioni gli aveva lasciato 30mila euro e il bilocale di piazzale Greco che probabilmente valeva sei volte tanto.
Mica male come gruzzolo ricevuto tra contanti e mattone, per un nipote lontano, per cui quello zio doveva essere giusto una foto ingiallita su qualche mensola di famiglia.
I carabinieri lo avevano intravisto davanti alla chiesa prima del funerale e lo avevano sentito telefonicamente qualche ora dopo: il nipote aveva spiegato che non vedeva lo zio "milanese" da quasi un decennio, giusto dal giorno di un altro funerale, quello della madre.
Poi un black out durato anni.
Era salito a Milano giusto per una manciata di ore, appena il tempo di andare in banca a mettere qualche firma per farsi bonificare i soldi ereditati, incaricare un'agenzia funeraria di organizzare la cerimonia e la sepoltura dello zio e dare il mandato a un'agenzia immobiliare di Greco, letteralmente la prima che aveva incrociato nell'omonima piazza sottostante, per mettere immediatamente in vendita l'appartamento.
Non si era trattenuto neppure il tempo necessario per accompagnare lo zio nell'ultimo viaggio verso il cimitero di Bruzzano: all'ultimo saluto, quando il feretro era uscito dalla chiesa, avevano provveduto i commilitoni dell'Arma, la sua vera famiglia, l'unica rimastagli per davvero, mentre il nipote era gi in tangenziale diretto verso l'autostrada per il Ponente ligure.
Il tenente sospir: per scoprire, ammesso che ci fosse veramente qualcosa da scoprire, se e chi poteva avercela con il vecchio Bucchioni doveva trovare uno spunto, un elemento, qualcosa da cui partire.
E l'unica testimone rimasta dell'esistenza dell'anziano maresciallo era la sua abitazione, rimasta vuota dopo la sua scomparsa.
Alla Scientifica e all'anatomopatologo erano bastate tre ore per confermare la totale compatibilit delle ferite mortali di Ravagnan con quelle di Ballabio: stessa lama e stessa mano.
Soltanto una semplice conferma del fatto che avevano di fronte un assassino seriale. Feroce e sadico.
E un quotidiano online milanese, forse imbeccato da qualcuno della Mobile, aveva gi aperto con la notizia e con un'incredibile e allarmante ipotesi: "Un serial killer che uccide gli anziani soli?".
Certo avessero visto le immagini tratte dal volume del Cartari avrebbero compreso quale cantonata stavano infilando...
La seconda in pochi giorni, dopo aver frettolosamente bollato la Spirova come una prostituta.
Nell'articolo si accreditava la teoria di una sorta di sanguinosa e dolorosa eutanasia, da parte di un omicida "missionario" che si era prefissato il compito di alleviare le sofferenze che la solitudine e l'indifferenza della societ infliggeva a poveri anziani abbandonati a se stessi.
Ardig imprec all'indirizzo dei produttori di Criminal minds, The mentalist e di tutte quelle serie a stelle e strisce che avevano trasformato ogni comune cittadino, dal benzinaio al contabile, in un esperto di psichiatria forense.
Cos se prima eravamo un Paese di 50 milioni di Antonio Conte, ognuno con la propria formazione vincente in tasca, adesso ci stavamo trasformando in un Paese di 50 milioni di Massimo Picozzi.
Evit di incazzarsi ulteriormente e radun la squadra al gran completo nel suo ufficio.
L'allarme era rosso.
Diram le solite indicazioni e si rassegn a recarsi dal Questore per informarlo degli ultimi fatti.
Poche ore erano bastate per ricostruire la vita scarna di Eugenio Ravagnan, l'emigrante dei due mondi, l'ultima professione quella del commerciante, ma prima operaio come Adriano Ballabio.
"La donna di servizio, quella Garlappi, ha detto la verit. La vittima ha vissuto per due periodi, per circa 25 anni, in Argentina: la prima volta dal 1958 al 1969, poi dal 1974 fino a quando rientrato in Italia nel 1991 dopo essere rimasto vedovo alcuni mesi prima. Grazie ai contributi versati in Argentina e all'adeguamento Inps percepiva una pensione di oltre 1400 euro al mese, insomma se la passava abbastanza bene", sintetizz Farris.
"Inoltre era proprietario dell'appartamento in cui viveva e di un altro appartamento sempre in via Lomellina, dato in locazione con regolare contratto d'affitto registrato. Sul conto corrente aveva quasi 60mila euro tra liquidi e vincolati", concluse l'ispettore toscano.
Tanti per essere un ex operaio.
Una persona benestante, anche se sapevano che l'omicidio non era stato dettato da un movente di natura economica.
"Doveva essere un bel caratterino - continu Farris - perch nel 1999 ha rimediato una denuncia per aggressione e lesioni nel corso di una lite stradale e nel 2003  stato denunciato da un'associazione umanitaria per aver percosso con un bastone uno zingaro in un mercato rionale in viale Argonne."
Il commissario osserv la documentazione: nel 1999 il Ravagnan aveva 60 anni e nel 2003 addirittura 64, pertanto in testa aveva capelli pi bianchi che grigi.
L'et della saggezza, eppure si era cuccato due denunce per reati che in genere collezionano bulli, teppisti e ultr.
Non proprio un pacifico pensionato.
In passato, da giovane, chiss cosa aveva combinato uno cos...
E chiss perch aveva tagliato i ponti con l'Argentina.
Un bel rebus, un uomo senza un passato e senza nessuno che ne potesse testimoniare un presente.
Eppure qualcuno doveva conoscerlo e avere un valido motivo per odiarlo al punto da studiarsi le sue abitudini, entrare in casa sua, aggredirlo e recidergli la gola.
Un motivo che condivideva con Ballabio.
Come sempre i suoi uomini avevano avviato una serie di riscontri incrociati.
Controlli patrimoniali, epistolari, telefonici.
Ma niente. Tra i due non parevano esserci collegamenti immediati, come appunto una telefonata dai loro rispettivi numeri fissi.
E nessuno dei due aveva un indirizzo mail o un computer in casa.
Addirittura Ravagnan non aveva neppure un cellulare o meglio lo aveva ma la sim ricaricabile aveva il credito esaurito da oltre un anno.
Anche Santoni e gli agenti Foglia e Zanella, tornati da un lungo giro tra negozi e bar della zona di via Lomellina, avevano fatto un buco nell'acqua.
"Niente, qualcuno lo conosceva di vista o lo ricordava vagamente. Purtroppo era uno solitario e scorbutico e non aveva amicizie. E poi negli ultimi anni non usciva pi di casa avendo problemi di deambulazione. In pratica era un fantasma", tagli corto Santoni, alzando le braccia.
Che avessero ragione i fautori della teoria del serial killer dei vecchietti?
Avrebbe quasi voluto crederci.
Peccato che quelle foto e quelle incisioni del Cartari raccontavano un'altra storia.
E comunque dovevano cambiare rotta: inutile verificare tabulati telefonici, tanto questi quasi ottuagenari i telefonini non li usavano, o gli estratti patrimoniali.
Qui c'era da risalire la corrente degli anni, dei decenni, alla scoperta di qualcosa di lontano che li aveva accomunati, in un passato che forse avevano scordato.
Per questo aveva diramato ordini tassativi: voleva sapere tutto il possibile del passato di Ballabio e Ravagnan.
Dove erano nati, dove avevano fatto le elementari ed
eventuali ulteriori studi e dove avevano vissuto da bambini e da ragazzi, dove avevano lavorato.
E per questo decise di spedire Farris alla Breda per delle ricerche sul passato lavorativo di Ballabio e Ravagnan, mentre Santoni sarebbe andato all'archivio comunale, per tentare di scoprire qualcosa in pi sul passato dei due anziani sgozzati.
Si accese una sigaretta riflessiva e chiam al telefono De Piccoli.
Il responsabile della Scientifica non si fece pregare.
"Abbiamo esaminato la lettera e le foto. Tutto combacia con quelle precedenti. Stesso tipo di busta, stessa carta fotografica della stessa Polaroid."
"E la foto del bar?"
"Quella  degli anni Settanta, pi o meno, diciamo primi anni Settanta.  stata fatta con un altro apparecchio fotografico ovviamente."
Lo ringrazi immergendosi in fosche riflessioni.
Interrotte dall'arrivo della criminologa.
Barbara Lunardon aveva l'aria sbattuta di chi dorme poco e male.
Aveva seguito diversi brutti casi, alcuni tra i pi celebri "femminicidi" che continuavano a riempire pagine e pagine dei quotidiani italici, con la solita divisione tra "bartaliani" e "coppiani" che contraddistingueva lo Stivale, in questo caso equamente diviso tra colpevolisti e innocentisti, da Avetrana a Garlasco fino a Brembate.
Per non si era mai trovata catapultata in prima linea, gomito a gomito con gli inquirenti.
E con gli stessi cadaveri, non quelli freddi e lontani delle fotografie o al limite quelli ricomposti e ripuliti degli obitori degli istituti di medicina legale.
Stavolta era diverso. Sentiva l'odore del sangue, della carne violata, della vita fuggita dalle ferite aperte.
Ed era diversa la corsa contro il tempo imposta dall'assassino, che rendeva cos delicato il compito della psichiatra forense.
La vecchia Breda, con i suoi capannoni al confine tra Milano e il comune operaio di Sesto San Giovanni, tecnicamente non esisteva pi.
Non quella di una volta, non la fabbrica storica da cui uscivano locomotive, navi e aerei, non il colosso industriale che dava da vivere a 20mila famiglie, eppure il marchio e una piccola parte di quei gloriosi impianti sopravviveva ancora in un altro gruppo, legato al business dell'energia, situato sempre in quella vasta area industriale e ferroviaria, tra il moderno quartiere della Bicocca e il comune di Sesto, dove oggi i capannoni vuoti o abbandonati superavano di gran lunga quelli ancora in attivit.
La ricerca non si rivel semplice, ma per fortuna, per obblighi di legge e regole imposte dall'Inps e dall'Inail, l'illustre passato industriale di quella fabbrica era conservato in registri e file telematici.
E il capo del personale, di fronte al tesserino della Polizia di Stato sciorinato da Farris, mise una solerte impiegata a disposizione del ciclopico ispettore capo.
Pochi muniti ed ecco la risposta desiderata.
Eugenio Ravagnan aveva lavorato alla Breda dal 1954 al 1958 al reparto "Fucine".
Ma la vera risposta che cercava Farris era un'altra e arriv un paio di minuti pi tardi: anche Adriano Ballabio aveva lavorato alla Breda, lui per una mezza vita, dal 1955 al 1974, pure lui alle "Fucine", fino a quando si era licenziato.
Dagli estratti risultavano anche le residenze fornite dai due operai: via Pratocentenario per Ravagnan e via Conte Rosso per Ballabio.
Ringrazi e se ne and, soddisfatto per quelle verifiche eseguite.
Adesso avevano la definitiva conferma, forse persino superflua, sul fatto che non stavano inseguendo un serial killer che colpisce a casaccio o vuole alleviare le sofferenze terrene di anziani rimasti soli.
Ballabio e Ravagnan si conoscevano, avevano lavorato alla stessa catena di montaggio per tre anni, poi la vita, come succede un po' a tutti, li aveva dispersi.
Una quarantina di anni dopo si erano ritrovati uno a fianco all'altro, sul tavolo dell'obitorio dell'Istituto di Medicina Legale, con le scarse tracce delle loro esistenze terrene condensate nelle scartoffie sparse sulla scrivania del commissario.
Alla faccia dell'ipotesi giornalistica di un serial killer che colpiva anziani presi a caso.
Questo aveva scelto due ex operai che si conoscevano, li aveva cercati, scovati e uccisi con ferocia.
Ma perch? Per qualcosa di brutto. Di molto brutto.
E ad accomunarli, insieme ai trascorsi lavorativi alla Breda e alla fine sanguinosa a colpi di rasoio, c'era anche una data, il 1974, l'anno in cui Ballabio si licenzia da operaio per fare il fotografo e, stando ai registri del catasto consultati dal sovrintendente Invernizzi, acquista il trilocale di piazza Rimembranze di Lambrate, lo stesso anno in cui Ravagnan decide di tornare in Argentina e cambiare vita per la terza volta nel giro di due decenni.
Cambiare lavoro, cambiare casa, cambiare continente: scelte impegnative che in genere richiedono possibilit economiche che due ex operai non dovrebbero avere.
A meno che non succeda qualcosa di clamoroso o di strano a stravolgere l'ordinaria esistenza: per esempio una vincita al totocalcio o alla lotteria? O qualcos'altro per cui si pu essere torturati e sgozzati quarant'anni dopo?
La verit era nascosta l, nascosta nelle pieghe di un passato lontano, forse quasi dimenticato, ma non da tutti.
Quanto meno non dall'assassino.
E nemmeno dalla Nemesi. La dea riparatrice dei torti e ristabilitrice del precario equilibrio della giustizia.
Eppure la seconda carta che l'omicida, ammesso sempre che fosse lui e non un complice, gli aveva girato riguardava la Fortuna, lei s in precario equilibrio, perch bastava un soffio di vento per far muovere quella ruota e modificare l'andamento delle cose.
Era questo che il killer voleva comunicargli?
Scalise irruppe, arrestando il flusso dei suoi pensieri.
"Un colpo di fortuna", esord, illuminando di un sorriso quel volto cronicamente spento e ombroso.
"Nel 2012 un pensionato di Sesto San Giovanni ha denunciato il furto del portafoglio in metropolitana. Corrado Pezzoli, nato nel 1932 a Milano. Ho gi recuperato il numero di telefono e ho gi chiamato:  proprio lui."
Ardig lo ringrazi con una pacca sulla spalla e avvert Farris di seguirlo.
Una piccola stazione dei Carabinieri di periferia conosce vita, morte e miracoli dei residenti nella sua zona.
Anche se la zona in questione, quella che abbraccia Affori, Niguarda e Bruzzano,  pi grande di un capoluogo di provincia, con i suoi 60 o 70mila abitanti.
E soprattutto conosce i peccati di tutti, specie quelli che finiscono nel casellario giudiziario.
Gilberto Pellegrini da qualche anno era il titolare di un'agenzia immobiliare in franchising, derivazione di un grande gruppo che poteva permettersi gli spot pubblicitari in tv in prima serata durante le partite di Champions League.
La sua fedina penale era ancora immacolata, viceversa il suo certificato dei carichi pendenti era macchiato da due denunce per aggressione ritirate dopo conciliazioni tra le parti.
Un rissoso, uno che alzava le mani facilmente: a farne le spese un malcapitato automobilista in un parcheggio e un tizio con cui aveva avuto rancori per questioni di donne.
Qualche livido, un dente ammaccato, la denuncia, alcune migliaia di euro di risarcimento extragiudiziale e chiusa l.
Certo, se lo fossero venuti a sapere i responsabili del prestigioso marchio esposto sulla sua bella insegna luminosa, chiss, magari non avrebbero gradito...
Il tenente Marco Fontana era tutto fuorch un "bastardo", ma in alcuni casi riteneva che il fine machiavellicamente giustificasse i mezzi.
Per cui si present estraendo prima il tesserino dell'Arma poi la copia del certificato dei carichi pendenti dell'agente immobiliare.
Una forzatura bella e buona.
Ma Pellegrini era un furbo e comprese subito che conveniva collaborare, chiudendo un occhio, anzi tutti e due, di fronte all'insolita richiesta dell'ufficiale dell'Arma presentatosi in borghese.
Per cui allung al carabiniere le chiavi dell'appartamento del defunto Lorenzo Bucchioni e aggiunse un servile: "Le tenga pure finch ne ha bisogno".
"Qualche ora e gliele riporto", lo rassicur Fontana.
Sesto San Giovanni, la Stalingrado italiana, la citt rossa per eccellenza, la citt medaglia al valore della resistenza, dove i nomi delle vie erano intitolati a Gramsci, a Matteotti, alla Liberazione, al 25 aprile ecc., ma soprattutto la citt operaia per eccellenza, con un glorioso passato industriale e un futuro incerto, molto incerto, con aree periferiche spettrali, dove si ergevano tremanti scheletri della storia produttiva che fu, con fabbriche e capannoni abbandonati e fatiscenti che dominavano tetri su ettari di terreni in attesa di riqualificazione.
Da quelle parti, sull'immensa area delle ex acciaierie Falck, sarebbe sorta una grande cittadella dedicata alla salute, con centri di ricerca ultra avanzati.
Altre zone, invece, erano gi state riqualificate, come quella modernissima che sorgeva nell'invisibile confine che separa Milano da Sesto.
Un confine immaginario perch le due citt sono di fatto attaccate, senza alcuna separazione urbanistica, con quartieri, strade e case divisi soltanto dal cartello che delimita il passaggio da un comune all'altro.
Ardig e Farris ci arrivarono risalendo, come quasi tutti, da viale Zara che poi, a un certo punto, diventa viale Fulvio Testi e da milanese diventa sestese.
Grandi palazzoni ai lati delle corsie, dove corre parallela la linea del tram: sullo sfondo i capannoni industriali e le sagome dei moderni centri commerciali spuntati come funghi.
Il vecchio Pozzoli trascorreva l'ultima frazione della sua maratona esistenziale in un decoroso trilocale in un vialone alberato ad altissima densit popolativa, punteggiato di negozietti e bar.
Impiegarono qualche minuto a individuare il civico giusto.
Un anziano, piccolo di statura, con i capelli bianchi pettinati con la riga, li attendeva sotto un albero con un bastone di legno in mano.
Appena li vide cercare il citofono li chiam.
"Siete i poliziotti, quelli di Milano?"
Quelli di Milano... manco fossero in un altro continente e non a qualche fermata di metropolitana dalla Madonnina.
Si presentarono. Il pensionato fece una smorfia sentendo la qualifica vicequestore.
"Addirittura un vicequestore che si scomoda per un povero pensionato incensurato?", borbott, poco convinto.
"Sono il responsabile della sezione Omicidi, cos le suona meglio?", lo rintuzz Ardig.
"La Omicidi? E cosa siete venuti a fare da me?"
Pareva agitato, pi che stupito.
Come se avesse qualcosa da temere.
"Ci prendiamo un caff?"
"Facciamo due passi", propose il vecchietto, che si incammin con buona andatura, tenendo il bastone al braccio come fosse un ombrello, portato solo per precauzione in una giornata nuvolosa che promette pioggia.
"Deduco non abbia molta simpatia per la Polizia", abbozz Ardig, scrutando l'atteggiamento quasi ostile dell'ottuagenario.
"Vi conosco a voi... Ho avuto a che fare con la sezione Politica e non ne conservo un buon ricordo."
Parlava molto bene, non come un anziano che presumibilmente aveva meno della terza media.
"La sezione Politica non esiste pi da trent'anni... oggi quei compiti li assolve la Digos", obiett il commissario.
"Sai che differenza", tranci l'ottuagenario.
"Comunque non siamo qui per vicende politiche, come avr intuito."
"No?", chiese, sorpreso, l'ex barista.
Ardig not una sorta di mini giardinetto, ovvero tre panchine infilate a forma di ferro di cavallo in uno spiazzo sotto alcuni grandi alberi fogliosi.
"Senta, ci accomodiamo qualche minuto?"
Il vecchio annu e si sedette.
Era il momento di giocare a carte scoperte.
Il capo della Omicidi tir fuori dalla giacca le fotocopie degli articoli dedicati all'omicidio di Adriano Ballabio.
"Questo, se lo ricorda, era un suo cliente tanti anni fa?", precis, giusto per mettere in chiaro che di cose gi ne sapevano parecchie e non era il caso di trincerarsi dietro inutili no.
L'anziano scorse i titoli. Stavolta non era sorpreso.
"S, ho saputo di questo omicidio e mi sono subito ricordato di lui. Anche se non lo vedevo da una vita. Me lo ricordavo giovane, capir... allora avevamo 40 anni e c'era tutta la vita davanti."
Ardig lo squadr: lui, 41enne, non sentiva affatto di avere tutta la vita davanti. Anzi.
E tutto sommato manco voleva averla tutta questa vita davanti, tanto non  che avesse poi da fare molto se non correre dietro a violenti, sanguinari e psicopatici.
E un giorno si sarebbe certamente stufato di inseguire un Caino dietro l'altro, senza mai riportare in vita nessun Abele.
Ad ogni modo quelle scarne parole confermavano che nella vita tutto  relativo e opinabile, a cominciare dalla prospettiva del tempo in relazione all'et.
Chiss se anche lui avrebbe raddoppiato quei numeri, se sarebbe arrivato un giorno lontano ad essere un 80enne, su una panchina sotto gli alberi, con un bastone in mano, a sospirare di quando era giovane a 40 anni in quella primavera dove tutti erano con il naso all'ins ad aspettare l'avvio dell'Expo...
Il solo pensiero gli provoc un brivido.
No, non voleva arrivare a quelle ultime nostalgiche fermate del viale del tramonto, preferiva scendere prima. E visto l'andazzo era probabile che magari qualcuno lo avrebbe fatto scendere prima dal treno della vita, magari sarebbe stato buttato gi brutalmente proprio da uno di quei sanguinari caini o bruti cui dava la caccia per 1800 euro al mese, straordinari inclusi.
"Mi ero dimenticato del Nudo, se non lo avessero scannato lo avrei scordato del tutto", prosegu Pozzoli.
"Nudo?", domand Farris.
"Ma che milanesi siete? L'etimologia del cognome Ballabio  danzare nudo, da balla biot, per questo lo chiamavamo nudo", gli spieg Pozzoli, confermando un livello di cultura superiore a quello che si sarebbero attesi.
"Cosa ricorda del Ballabio?"
"Un brau fiou, uno come tanti a quei tempi, che lavorava sodo e si faceva il mazzo. Era anche lui uno dei nostri - dove nostri era inteso come comunisti - e se non sbaglio era di Lambrate, no?"
"Ricorda bene", conferm il commissario, prima di incalzarlo.
"E poi?"
"Niente, un bel giorno se ne  andato dalla Breda e si  messo a fare il fotografo. Era sempre stata la sua fissa, per c'aveva una mamma da mantenere, era sotto sfratto e i dan mica li aveva per fare la bella vita con la macchina fotografica per dargli il pane... e invece, un giorno, taaac... via dalle fucine e si  messo a campare come fotografo."
"E non lo ha pi visto?"
"Visto s... Ogni tanto lo vedevo in giro, quando c'era qualche evento, magari i cortei, come il 25 aprile o il 1 maggio o qualche altra cosa in piazza", concluse Pozzoli.
"A noi risulta che si  licenziato nel 1974 dalla Breda, sa come mai prese questa decisione?", lo press Farris.
"Che ne so, affari suoi", si inscur il vecchio, come se non avesse voglia di parlarne.
Ardig intu che era sulla strada giusta.
Doveva insistere.
"Per  strano, uno si licenzia da un posto fisso, con una madre da mantenere, e inizia a fare il fotografo pagato a cottimo - riesum un termine desueto del linguaggio sindacale, evitando di ricorrere al moderno forfait - e riesce pure a comprarsi una casa a Lambrate?"
L'anziano abbass lo sguardo, restando silente.
"Magari aveva avuto una vincita. O un'eredit... magari avr offerto da bere al bar a tutti o una roba del genere..." lo stuzzic il commissario.
Pozzoli sbott: "Ma che ne so, sono passati 40 anni..."
Niente, si era chiuso a riccio.
Decise di provare a far saltare il bunker in cui si era rinchiuso.
Estrasse dalla cartellina le foto pi macabre del corpo di Eugenio Ravagnan, con dei primi piani del volto insanguinato.
"Le guardi, le guardi..."
Il pensionato inorrid. E impallid.
Ardig mentalmente preg che non gli prendesse un colpo.
Invece no, doveva avere un cuore ancora gagliardo.
"Se lo ricorda? Era Eugenio Ravagnan ed era anche lui un operaio della Breda come il Ballabio, strano vero?"
Pozzoli pareva uno spettro, un fantoccio svuotato delle ultime energie residue, delle ultime forze che il tempo e la vita non gli avevano gi succhiato.
"Forza signor Pozzoli, ci aiuti. Sono gi morte due persone e temo ne moriranno altre. Cosa avevano combinato questi due? Guardi che tanto lo scopriremo lo stesso. Ci faccia risparmiare del tempo prezioso e magari salvare una vita."
L'anziano rimase catatonico per qualche istante.
Doveva giocarsi l'ultima carta.
Mostr la foto della vetrina del bar inviatagli dall'assassino.
"La guardi bene,  stato l'assassino a spedircela,  il suo bar. Lo vede? Pozzoli ci aiuti e non glielo sto chiedendo come favore, mi ha capito?", alz la voce Ardig, senza esagerare.
"Uh Madonna", si limit a commentare il vecchietto.
Che improvvisamente si rianim e raccolse i ricordi e l'energia per farli uscire dalla bocca sotto forma di parole.
"Non so se faccio bene a raccontarvelo... era una storiaccia che girava tra gli operai a quei tempi..."
"Che storia?"
"C'erano Ballabio, questo Ravagnan che aveva la fissa dell'Argentina e un altro che per mica lavorava alla Breda, ma in una fabbrichetta vicina, non ricordo quale... e avevano iniziato a frequentare uno losco, uno da cui era meglio stare alla larga."
"Aspetti si ricorda come si chiamava il terzo operaio?"
"No, non lo ricordo, era uno pi giovane e veniva di rado, sempre con il Ballabio."
"E quello losco chi era?"
"Quello farete in fretta a trovarlo perch era un pregiudicato. Il nome non lo ricordo, comunque era uno che bazzicava intorno alla banda del Turatello, un poco di buono che spacciava e faceva lavori sporchi, nelle bische, in quei posti l. Non ce lo volevo uno cos nel mio bar, per quello era pericoloso e mica potevo sbatterlo fuori.  venuto per qualche mese e si accompagnava sempre a Ballabio e Ravagnan e all'altro, bevevano, giocavano a carte, parlottavano..."
"E poi?"
"E poi basta, dopo qualche tempo Ballabio se ne  andato per fare il fotografo, Ravagnan se ne  andato in Argentina e anche il terzo tipo  sparito. E cos tra gli operai  iniziata a circolare la voce che avessero fatto un colpo, forse una dura, una rapina, e avessero alzato dei bei soldini con cui cambiare vita e dopo non li ho pi visti, se non il Ballabio per caso a qualche manifestazione dove veniva a fare le fotografie. Per..."
"Per?"
"Quel tipo, quello losco, qualche tempo dopo ha avuto... cio... ho saputo che gli hanno tagliato delle dita, forse per uno sgarro negli ambienti malavitosi. E qualche anno dopo  finito male, lo hanno bruciato. Me lo ricordo bene, perch al bar ne parlavano tutti e si diceva a farlo fuori fosse stato proprio Turatello, che pure stava gi in carcere da un pezzo, ma ancora comandava su Milano e poi venne ucciso pure lui subito dopo. Se lo ricorda che gli aprirono la pancia e gli tolsero le budella? Anche se queste erano solo voci che giravano al bar."
"Non ricorda altro?"
"No, ha la mia parola."
Gli strinse la mano. Era fredda.
Lo salut e insieme a Farris tornarono verso la macchina.
Cominciava a profilarsi una brutta storia.
Come temeva.
Ma almeno iniziava a vederci pi chiaro.
Questa volta il compito di Scalise era stato pi agevole del solito.
Trovare un pregiudicato cui hanno segato delle dita, e poi  morto carbonizzato, fu pi facile del previsto.
Nel giro di mezz'ora aveva la scheda sputata dall'archivio digitalizzato del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.
" questo, Vito Crialesi, detto il trapanese, nato a Trapani nel 1942. Aveva condanne per furto e rapina, era stato dentro dal 1965 al 1971, poi nuovamente per spaccio tra il 1976 e il 1978 e qui non aveva gi pi quattro falangi, gli anulari e i mignoli di entrambe le mani, che sosteneva di aver perso durante un lavoro in cantina con degli attrezzi da falegnameria", sintetizz Scalise.
S, figurarsi, uno perde le stesse dita in entrambe le mani con un'accetta o una sega...
La verit  che gliele avevano tagliate: una punizione durissima per uno sgarro grave.
Eppure non cos grave da spedirlo all'altro mondo.
Dalla Questura avevano ottenuto anche il fascicolo dell'omicidio Crialesi a carico di ignoti.
L'incartamento conteneva verbali, referti e ovviamente alcune fotografie dell'epoca.
Ardig lo vision e rabbrivid.
Stando al medico legale il Crialesi la notte del 22 agosto del 1980 era stato massacrato di botte e poi evirato, quindi bruciato all'interno di una Fiat 127 cosparsa di benzina, in un campo tra Bollate e Mazzo di Rho.
In pratica a due passi dall'area dove oggi era sorto il sito dell'Expo.
Un'altra macabra coincidenza.
A trovarlo era stato un camionista di passaggio sulla strada, che correva vicino al prato dove c'era la carcassa carbonizzata dell'utilitaria.
Esamin la scheda dell'ex detenuto, risultava domiciliato in via Colico, una delle traverse a due passi dalla stazione ferroviaria della Bovisa, era celibe e la professione registrata sui documenti era quella di muratore.
Seguiva la lunga sfilza di articoli del codice penale violati e il solito cumulo di pene detentive.
Pass ai verbali della Mobile.
Il pi interessante, ovviamente, era quello relativo all'omicidio.
Il corpo era stato rinvenuto la mattina del 23 agosto 1980, il decesso era avvenuto la notte precedente.
Una fine terribile, un'esecuzione ferocissima.
Se davvero il mandante era Turatello, il boss che poi un
anno dopo sarebbe stato barbaramente sventrato in un carcere sardo di massima sicurezza, allora questo Crialesi, un pesce piccolo, un signor nessuno nella multiforme galassia della mala milanese, doveva averla combinata davvero grossa.
Perch questo tipo di omicidi non rappresentano soltanto una punizione per la vittima, ma anche un monito per gli altri, per far vedere a quale terribile castigo va incontro chi combina qualcosa di sbagliato.
Il 1980. L'apice degli anni di Piombo.
Ma anche il culmine della mala milanese, con Epaminonda gi in declino e Turatello e Vallanzasca dietro le sbarre.
Gli anni in cui l'ordine pubblico a Milano era gestito dalla squadra Mobile del mitico commissario Sacchetti, oggi il senatore Sacchetti, presidente della commissione Difesa di Palazzo Madama.
E se ben ricordava a Roma, nelle aule parlamentari, il dorato cartellino si timbrava solo dal marted mattina al gioved pomeriggio
Mentalmente valut che era un luned e dunque...
Non incontrava Sacchetti da sei anni, tuttavia il suo numero di casa lo aveva ancora nella rubrica.
Prov a comporlo.
Il cartello "Affittasi trilocale arredato" era di quelli color fuxia con scritte nere su sfondo bianco, in grado di catturare l'attenzione dei passanti.
Fontana non aveva voglia di cercare tra il mazzo di chiavi quella per il portone, per cui aveva pigiato un paio di citofoni dicendo che doveva mettere dei volantini nelle caselle postali e si era fatto aprire.
Si era infilato nell'androne e da l sulla rampa di scale scorrendo i nomi sui campanelli.
"BUCCHIONI", con la sottostante scritta "CRINITI", era la porta di destra del terzo piano.
Il maresciallo e la sua signora Criniti adesso dimoravano in due tombe nello stesso campo santo, a tre chilometri in linea d'aria da quella porta e da quel campanello cui non avrebbe risposto pi nessuno.
Tra i possibili segreti dell'ex carabiniere e la curiosit del tenente c'era una porta dall'aria robusta e dalla serratura profonda, che poteva accogliere solo una di quelle chiavi lunghe.
Era l'unica del mazzo, scivol dentro dolcemente e gir su se stessa.
Tre giri in senso orario e alla fine il meccanismo era scattato, aprendo un mondo dimenticato, dove il tempo si era fermato a quella notte del 12 aprile.
In quegli 80 metri quadrati ovviamente c'erano solo buio e silenzio.
Non il vuoto, perch i mobili c'erano tutti.
Il tenente sollev alcune tapparelle e inizi a guardarsi intorno per una perquisizione che non avrebbe mai potuto verbalizzare trattandosi di una palese violazione di domicilio.
Per cominciare scelse il soggiorno, due divani di velluto color sabbia inframezzati da un tavolino di marmo nero, una parete con armadio a scaffale con televisore incassato e una scrivania sormontata da calendari dell'Arma: sul ripiano altri gadget dell'Arma come fermacarte e riproduzioni di automobili in dotazione ai Carabinieri.
Su una mensola una carrellata di ricordi personali di una coppia che non esisteva pi: foto del maresciallo da giovane e dei tanti anni trascorsi in divisa, poi istantanee di vacanze o viaggi con una donna bruna che invecchiava scatto dopo scatto. Cominci a frugare nei cassetti: documenti di vario genere, per lo pi amministrativi, tra cui l'atto di propriet dell'appartamento, e gli estratti dei bonifici mensili dell'Inps per il trattamento pensionistico.
Sotto una rubrica in pelle una serie di scontrini pinzati.
Biglietti delle Ferrovie Nord, da Milano a Brescia e da Brescia a Iseo.
E biglietti della Navigazione del lago di Iseo.
Tanti biglietti. Cominci a scorrere i timbri.
Erano tutti stati emessi in date consecutive, tutte del 2013, 2014 e inizio 2015.
Si spost di un paio di metri per consultare i calendari dell'Arma.
Confront le date delle timbrature: tutti sabati all'andata
e domeniche al ritorno. Nessuno scontrino di pensione o alberghi.
Evidentemente Bucchioni andava a casa di qualche amico o conoscente.
Oppure aveva affittato una casetta.
Recuper gli scontrini e riprese a guardarsi intorno.
Un armadio con vetrina troneggiava dietro ai divani.
Altre foto di Bucchioni e signora, pi giovani, sulla sessantina, in mezzo a degli splendidi ulivi.
Poi una pi recente, in cui la coppia sembrava gi sulla settantina, con un vecchio frate in saio e sandali, sempre sotto un olivo.
Nella vetrina uno di quei tipici piatti di ceramica che si vendono ovunque come souvenir per turisti: ad addobbarlo il disegno, in colori sgargianti, di Montisola, la caratteristica isola che domina il centro del lago di Iseo.
A lato una bottiglia di amaro alle erbe: sull'etichetta spiccava la parola Montisola.
Sforz gli occhi per leggere bene.
Era un prodotto tipico del monastero benedettino della madonna della Ceriola.
Si spost in camera da letto.
Nulla di che, negli armadi giacche appese e pantaloni ripiegati.
Nello scomparto delle scarpe, curiosamente, c'erano anche degli scarponcini da trekking e appoggiate delle racchette da camminata.
Cosa se ne faceva un 79enne con il cuore svalvolato di scarpe da trekking e racchette?
Mistero...
Sul com due foto: la prima del maresciallo, cinquantenne, impeccabile nella sua divisa, e l'altra con la moglie, questa volta pi anziani, forse pochi anni prima della scomparsa della donna, in compagnia di un uomo sorridente.
Un uomo molto bello, sulla quarantina, lineamenti scolpiti, occhi chiari e capelli sgarruffati, biondicci e infiltrati di striature grigie.
Alle loro spalle degli ulivi. Osserv meglio l'uomo: stivali, pantaloni da lavoro e polo.
Un contadino? O un giardiniere?
Prelev anche la foto: se fosse riuscito a rintracciare questo signore chiss... magari avrebbe potuto raccontargli qualcosa di utile.
Pass a ispezionare la cucina, nulla di che.
In uno scomparto c'erano i medicinali. Diverse confezioni. E un apparecchio elettronico per misurare la pressione sanguigna.
Nient'altro di interessante, decise di andarsene.
Riguadagn il pianerottolo e una porta socchiusa si apr di quel tanto da permettere al volto di una signora di mezza et di fare la sua apparizione.
In ciabatte e tuta molto larga.
Nel complesso bruttina, sciatta e trasandata.
"Buongiorno", titub imbarazzata. E indecisa.
E curiosa, vedendo Fontana uscire dall'appartamento di Bucchioni con in mano il mazzo di chiavi.
" dell'agenzia immobiliare?"
S, poteva rispondere di s e chiuderla l sfruttando l'assist offerto dalla condomina.
E invece decise di essere sincero.
"No, sono un tenente dei Carabinieri" e armeggi nella giacca per estrarre il tesserino identificativo dell'Arma.
La donna lo scrut, ancora pi curiosa.
Decise di approfittarne.
"Perdoni la sfacciataggine, non  che mi offrirebbe un bicchiere d'acqua?"
La signora si illumin in un sorriso che le gonfi le guance, si present come Diletta e lo fece accomodare in un salottino pulito e punteggiato di piante, con un gatto bianco comodamente acciambellato su una poltrona.
Dj vu, questa parola troppo inflazionata. Da tutti.
Basta vedere una strada, un'insegna, un marchio, per pensare di aver gi vissuto quel momento, con le stesse emozioni e sensazioni a renderlo unico e irripetibile.
Banalit, c'era gente che parlava di dj vu a San Siro quando vedeva giocare Totti o Del Piero, che a San Siro ci avevano giocato 100 volte in carriera, o se vedeva passare la Ferrari alla parabolica di Monza o se vedeva Albano e Romina al festival di Sanremo.
Anche Ardig abusava di questo termine, come tutti.
Per non gli veniva in mente altro, mentre stava pigiando quel citofono in viale Umbria e si preparava a salire quei tre piani di scale.
Sei anni prima, in una domenica afosa di luglio, si era presentato a casa del senatore Sacchetti, nell'ambito dell'inchiesta sugli Angeli di Lucifero, per chiedergli di pescare qualche buon ricordo negli intasati files della sua memoria e raccontargli la triste storia di un cadavere ritrovato carbonizzato a Chiaravalle nel 1976.
Stavolta saliva quelle scale per domandare allo stesso interlocutore di un altro cadavere carbonizzato, questa volta del 1980.
Certo quella del 1976 era una sfortunata studentessa universitaria, questo un balordo che nessuno aveva pianto e che nessuno aveva rimpianto.
Eppure era veramente curioso pensare che sei anni dopo stava per porre la stessa domanda alla stessa persona, per lo stesso motivo. Se questo non era un vero dj vu...
Il senatore Sacchetti lo accolse in camicia e cravatta su pantaloni di fustagno, introducendolo nel trilocale dove quella domenica del 2009 avevano sorseggiato il caff, occhieggiando distrattamente alla tappa decisiva del Tour de France vinto da Contador.
Sei anni lo avevano invecchiato, traghettandolo oltre i 75: i capelli pi radi e pi bianchi, la pelle pi rugosa e tinteggiata da macchie ematiche, i movimenti pi lenti.
Probabilmente era invecchiato anche Ardig, ma il passaggio dai 35 ai 41 era stato senza dubbio pi soft di quello dai 70 ai 75-76.
E poi, come aveva detto poco prima il vecchio barista in pensione Pozzoli?
A 40 anni si ha tutta la vita davanti. Cazzate.
In quel momento davanti aveva solo una sfilza di cadaveri senza giustizia e un evento planetario che Milano si sforzava di organizzare da sette anni e adesso rischiava di essere macchiato dal troppo sangue che scorreva in citt.
Sacchetti, uomo pragmatico e tutto di un pezzo, possedeva ancora un'intelligenza acuta e lo dimostr mentre lo invitava a sedersi sul divano.
"Ho letto i giornali e so bene quante rogne ha da grattarsi, pertanto non le faccio perdere tempo: la sua non  una visita di cortesia, per cui mi dica come posso aiutarla da ex collega."
Zero preamboli, un grande per davvero.
Fossero stati tutti come lui.
"Le anticipo che ho un cadavere in pi su cui indagare, forse lo avr letto sul web."
"Certo, un altro vecchio sgozzato con un rasoio", comment Sacchetti, ricorrendo all'aggettivo vecchio, riferendolo a un coetaneo, senza alcun problema.
"Ecco, potr immaginare in quale casino mi trovo. Per questo mi sono permesso di disturbarla."
"Ma quale disturbo commissario! Sono e resto uno di voi, anche se oggi rivesto un altro ruolo."
Non erano solo parole. Sacchetti nella sua quasi decennale attivit da parlamentare si era sempre sbattuto per tutelare le forze dell'ordine ed evitargli i tagli sempre pi drastici a risorse e mezzi che stavano subendo complice la generale crisi economica in cui si arrabattava lo Stivale.
"Allora vado al dunque. Da vari elementi emersi nel corso dell'indagine ho modo di ritenere che intorno al 1974 i due anziani sgozzati avessero frequentato questo tizio, Vito Crialesi, detto il Trapanese."
Gli allung la scheda del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.
Sacchetti sorrise obliquo.
"Intanto mi ricordo bene del Ballabio, con il suo gilet, la sua barba lunga: negli anni Ottanta era sempre in Questura quando faceva il fotografo per La Notte. Un comunista di quelli duri e puri. Per uno con cui potevi ragionare. E me lo ricordo bene anche questo brutto muso qui, che ho interrogato personalmente prima di farlo incarcerare, doveva essere il 1975 o gi di l."
Il senatore Sacchetti per un attimo si abbandon ai ricordi di quando dirigeva la squadra Mobile, chiudendo gli occhi e riportando la mente a quei giorni burrascosi, quando era in prima linea in una Milano mai cos violenta e pericolosa.
"Lo chiamavano il Granchio per via di quelle sue mani che dopo l'amputazione delle estremit sembravano pi che altro delle chele. Uno cui avrebbero dovuto buttargli via la chiave della cella e invece... pace all'animaccia sua... I suoi errori li ha pagati a prezzo altissimo, perch ha fatto una brutta fine davvero."
"Ho letto il vostro rapporto, massacrato di botte, evirato e poi bruciato."
Il senatore guard verso la finestra.
"Doveva vedere quel corpo. Quell'odore di carne bruciata... Roba da incubo. Un vero massacro. Un lavoro con i fiocchi, la voce che circolava all'epoca era che fosse stato addirittura Faccia d'Angelo a comandare quella esecuzione cos feroce, di fatto fu uno dei suoi ultimi ordini prima di incontrare le lame dei suoi carnefici pochi mesi dopo in quel penitenziario sardo."
"Dalle vostre indagini cosa era emerso?"
"Poco, commissario, poco. Quella era la mala, quella vera, fatta di codici omertosi e di regole ferree, l nessuno parlava e ancora non c'erano i pentiti. E poi questa era una punizione per uno sgarbo cos grave che nessuno voleva intromettersi... e anche noi avevamo altre gatte da pelare. C'era la banda del Tebano, c'erano le Br, c'erano i neri..."
"D'accordo, per lei un'idea se la sar fatta di cosa poteva aver combinato."
"Mah. Un'idea, quella s... anche perch qualche confidenza arriv dopo la morte di Turatello, quando il suo clan cominci a dissolversi. Allora girarono voci su uno dei suoi, un giovanotto venuto su dalle Puglie, uno grande e grosso come Turatello, uno che maneggiava bene il coltello e aveva un pelo cos sullo stomaco. Era stato lui probabilmente a tagliare le dita a Crialesi qualche anno prima e poi era stato sempre lui a completare il lavoro con questo scempio", raccont, indicando le foto del cadavere carbonizzato.
"Non poteva essere uno che aveva soltanto un conto in sospeso con questo Crialesi?"
"No, no, l'ordine era partito da Turatello in persona, nessuno, finch era vivo, si sarebbe permesso di scannare uno del suo clan. Questo aveva pisciato fuori dal vaso per cui venne ordinato al Cardinale di farlo a pezzi."
"Come ha detto?", chiese stupito Ardig.
"Il Cardinale, al secolo Vincenzo De Vitis, allora era solo un ragazzotto di marciapiede, ma in seguito ha raccolto quel poco che restava degli uomini di Turatello e si  messo in proprio fino a diventare il boss di San Siro e dell'ippodromo."
"Lo so, l'ho conosciuto tempo fa", lo stup il commissario.
"Ah... lo ha incontrato? Dunque ha presente il tipo di soggetto", rilev il senatore.
"S, duro come il marmo, uno legato ai vecchi codici della mala, l'onore, il rispetto... l'ho incrociato un paio di anni fa nel corso di una mia indagine che lambiva l'ambiente dell'ippodromo e in qualche modo fu collaborativo, ma solo perch gli conveniva."
"Avrei voluto incastrarlo all'epoca - sembr quasi giustificarsi Sacchetti - peccato non avessi nulla in mano, poi l'ho arrestato un paio di anni dopo per la complicit in una rapina a un portavalori, per per quell'omicidio ho dovuto soprassedere..."
E poi Crialesi era un criminale dei peggiori e in genere non si spende tempo e sudore per dare giustizia a uno che la giustizia non la rispettava da vivo e non la meritava da morto.
"Speravo avesse un'idea del perch di quell'esecuzione, forse mi avrebbe aiutato a capire in che guaio potevano essersi ficcati quei due, Ballabio e Ravagnan, che nel 1974 lasciarono il posto alla Breda per inventarsi altre carriere e comprarsi case, come se improvvisamente avessero trovato una valigia piena di quattrini a cambiargli la vita."
"Strano, perch erano due signor nessuno, per cui se fossero stati coinvolti in qualcosa di sporco li avremmo beccati o avremmo saputo qualcosa. Comunque... All'epoca c'erano diversi business altamente remunerativi. C'era lo spaccio dell'eroina..."
"No, come ha gi evidenziato lei questi erano incensurati e Ballabio  rimasto poi per anni sulla scena come fotografo di nera, figuriamoci avr incontrato pi poliziotti lui di un ergastolano."
"Eccome, come le ho detto era sempre da noi in Questura", convenne Sacchetti.
"E non poteva neppure essere un rapinatore, per le stesse ragioni. No, era qualcosa di diverso."
"E allora - prosegu Sacchetti - scarterei anche le bische e i bordelli, perch per fare soldi in quei settori dovevi far trascorrere del tempo e non potevi passare inosservato, mentre questi due non li conosceva nessuno e Ballabio lo abbiamo conosciuto solo dopo quando faceva il fotografo."
"Gi..."
"Oppure potevano essere coinvolti in un sequestro di persona, un affare che all'epoca era molto redditizio. Ma anche in questo caso c'era un racket delle varie bande e organizzazioni e non potevi improvvisarti, salvo quei casi di rapimenti lampo dove per di soldi ne giravano pochi."
Aveva ragione Sacchetti, quei due avevano mantenuto la fedina penale immacolata, e allora come potevano aver ottenuto un gruzzoletto importante senza essersi sporcati le mani ed essere rimasti nell'ombra per quasi mezzo secolo?
Ringrazi il senatore per il suo tempo e si rassegn a farsi bastare il pugno di mosche che aveva in mano.
Di andare a tastare il polso al Cardinale non gli passava neppure per la testa, non senza qualcosa di concreto in mano.
Uno cos gli avrebbe riso in faccia. O peggio.
Telefon a Santoni per rifilargli una di quelle rotture di scatole inevitabili.
"Ti tocca grattarti una rogna - debutt, senza girarci intorno - prenditi tre o quattro agenti, vai all'ufficio personale della Breda e ti fai stilare l'elenco di tutti gli operai che hanno lavorato al reparto Fucine tra il 1970 e il 1974."
"Saranno migliaia", sbuff Santoni.
"Lo so, tu circoscrivi la ricerca a quelli nati tra il 1935 e il 1945, poi tramite l'anagrafe comincia a scremare, eliminando quelli che sono morti o non abitano pi in Lombardia."
"Ho capito - si arrese docilmente il vice - speri che uno
di questi si ricordi dell'operaio esterno che se la faceva con Ballabio e Ravagnan."
"Proprio cos, qualcuno di loro avr letto i giornali e avr saputo della fine che hanno fatto quei due poveracci... chiss che qualcuno di loro non si ricordi quel nome."
"Speriamo", convenne Santoni.
Lo sperava anche il commissario, perch altrimenti il terzo morto sgozzato sarebbe arrivato molto presto: chiaro che l'assassino prima di finire Ballabio lo aveva torturato per fargli sputare i nomi degli altri complici, per cui viaggiava con un vantaggio di giorni rispetto a loro.
Certo il terzo ex operaio poteva essere deceduto, nel frattempo, oppure emigrato chiss dove.
In questo caso non ci sarebbe stato un terzo omicidio.
Ma a quel punto il sicario avrebbe inviato direttamente la carta della Nemesi e non quella interlocutoria della Fortuna.
E poi non poteva escludere che ci fosse un quarto uomo, o un quinto, o un sesto, oltre ovviamente al gi defunto Crialesi su cui il vendicatore non avrebbe mai potuto scaricare la sua collera dettata dalla dea Nemesi.
Recuper l'auto e si infil nel traffico congestionato delle 18.
Devi verso il Tribunale per ottemperare ai suoi doveri di responsabile della sezione Omicidi, che deve conferire con i sostituti procuratori che hanno le deleghe per le indagini.
Fece tappa prima da Gerbaudo, per aggiornarlo sugli scarsi progressi sul caso Spirova, quindi da Todeschi per fare il punto della situazione alla luce del delitto Ravagnan.
Il gatto si chiamava Orfeo, la signora Diletta era separata da un pezzo, con un figlio da due anni in Spagna per l'erasmus universitario e tanto tempo libero che affogava nella noia e nella solitudine, che combatteva provando a impicciarsi dei fatti altrui.
Con il vecchio Bucchioni aveva un pi che buon rapporto di vicinato.
Ogni tanto gli piombava in casa per dargli una rassettata o stirargli qualche camicia e spesso lo invitava a pranzo perch "la cucina  la mia grande passione, ma a mangiare da soli mica c' gusto no?"
"Quindi con il maresciallo Bucchioni aveva instaurato un rapporto di amicizia?", domand senza malizia il tenente.
"Solo di amicizia... perch il maresciallo aveva i suoi anni", comment, facendo intuire che sarebbe stata lieta di approfondire il rapporto, se non fosse stato troppo vecchiotto per lei.
"... e comunque pensi che ci davamo ancora del lei, nonostante tutti questi anni sullo stesso pianerottolo."
"Visto che lo conosceva abbastanza bene", abbozz Fontana.
"S, s, abbastanza bene", conferm Diletta.
"Ecco, per esempio si ricorda se il maresciallo era tipo da andare a passeggio anche la sera?"
La donna prese un istante prima di rispondere.
"Oddio, io la sera guardo la tv e non  che lo sentissi se usciva... per a lui piaceva tanto camminare, glielo aveva consigliato il cardiologo dopo quel brutto infarto, cos al mattino andava sempre sul Naviglio, stava via delle ore, diceva che voleva prendersi un cane ma poi non se lo prendeva mai..."
"Eppure la sera che l'infarto lo ha stroncato era in giro da solo, all'una di notte", prov a insistere Fontana.
"E che devo dirle? Magari non aveva sonno oppure non aveva digerito."
"Uhm... e amici ne aveva?"
"No... non pi... a parte quel nipote che veniva sempre a trovarlo negli ultimi tempi."
Fontana si stup. Il nipote, quello che gestiva il ristorante nel ponente ligure, aveva specificato di non vedere lo zio da quasi un decennio.
"Il nipote? Ne  sicura?"
"S, penso di s... oddio non  che me lo avesse mai detto, per di figli non ne aveva per cui penso che fosse il nipote. Un pezzo di figliolo, sa?"
"In che senso?"
"Beh... uno bello bello, ma bello davvero. Occhi verdi, faccia da attore..."
Un flash illumin la mente del carabiniere.
Dalla tasca prese la foto incorniciata prelevata dal comodino di Bucchioni.
" questo qui?", chiese, indicando il quarantenne vestito da contadino.
La donna se lo divor con gli occhi, facendosi passare la foto.
"Qui per  un po' pi giovane, adesso  pi brizzolato, per con il tempo  migliorato,  pi affascinante", sospir, con aria estasiata.
"Ricorda come si chiama? E dove posso trovarlo?"
"Si chiama Cristian e se non sbaglio abita sul lago di Iseo, aspetti come si chiama quel posto..."
"Montisola?"
"Bravo, Montisola."
Fontana a Montisola c'era stato una volta sola, da ragazzino, in gita con la classe del liceo.
Comprese che era arrivato il momento di tornarci.
Le chiacchiere inconcludenti con i magistrati chiusero la giornata lavorativa del commissario Ardig.
Un'altra giornata nera.
Eppure era meno incazzato e cupo del solito.
Forse le pasticche antidepressive stavano dando i primi risultati.
Oppure erano le tonnellate di adrenalina che pompava il suo corpo.
Recuper Frog in ufficio e si avvi a piedi verso il Duomo e prosegu nella passeggiata di corso Vittorio Emanuele, poi da San Babila infil corso Venezia.
La solita lunga sgambata per far scorrere liberi i pensieri e provare a ordinarli.
Fatica sprecata.
Si ricord che su RaiSport c'era la diretta della partita dell'Olimpia Milano contro la Virtus Bologna.
Acceler il passo.
L'insegna del Burger King gli ricord che era ora di riempire lo stomaco.
Ordin un pacchetto "take away" con un fishburger e un chickenburger, patatine fritte, una vaschetta di maionese e torn a casa, divorandosi quel "ben di Dio", unto e fritto, sul divano, mentre seguiva la partita di basket in tv, insieme a una bottiglia di birra.
Frog, che si era pappato una scatoletta di bocconcini al vitello, ronfava ai suoi piedi.
Gli occhi incollati allo schermo e la mente per una volta anestetizzata dal basket.
Per un'ora e mezza riusc a non pensare a Oksana, a Ballabio, a Ravagnan e neppure a quel balordo, Crialesi, con il suo cadavere sfigurato.
Terminata la partita usc sul balconcino per farsi l'ultima sigaretta della giornata.
Un paio di tiri e adocchi il display dell'Htc dove lampeggiava un messaggio non letto.
Un numero non registrato in rubrica.
"Tra qualche giorno torno a Roma ma se una di queste sere ti va una birra io sono sempre disponibile. Marco Fontana."
Sorrise, aspirando una boccata di nicotina a pieni polmoni.
Un poliziotto e un carabiniere fuori insieme per una birra, roba da barzellette.
Ma gli rispose digitando un semplice: "OK!".
...
.
...
9.
...
.
...
L'acqua calda cominci a scorrere.
Sul bordo un flacone di bagno schiuma al sandalo e vetiver: ne vers una dose abbondante.
La tinozza cominci a gorgogliare di schiuma ribollente.
Oksana nell'attesa si volt, spaziando lo sguardo su quel gabinetto cos vecchio e ingiallito.
Mattonelle scolorite alle pareti, alcune scrostate dall'umidit.
Nessuna lavatrice, solo il wc e il bidet, oltre al lavandino e a un ripiano dove erano sparsi asciugamani e un cestello di prodotti per l'igiene personale.
E un libro.
La foto in copertina gli suggeriva qualcosa.
Lo afferr, stupendosi e sorridendo.
"Ma dai...  La storia dei nostri polli, lo presentano domani sera vicino alla Centrale, perch non ci andiamo insieme?", propose, rendendosi conto di quanto stava correndo troppo.
Lui abbass lo sguardo, inspiegabilmente corrucciato.
Come se quel libro per lui rappresentasse qualcosa di prezioso. O di proibito.
Lei gir il libro. Era una copia omaggio.
Del resto ricordava bene che il libro non era ancora in commercio.
Per cui a Cristian dovevano averlo regalato.
Probabilmente era stato uno degli autori.
"Te lo ha regalato Sangalli vero? Che persona gentile, sempre disponibile. Ma anche il vecchio fotografo  simpatico, vero?", comment Oksana, saggiando con le falangi smaltate la temperatura dell'acqua.
Calda, anche troppo.
Era pronta. Sorrise ancora, maliziosa e seducente, si infil sinuosa, lasciando che l'acqua calda accarezzasse la sua pelle e ruotando l'indice destro ammicc invitandolo a seguirla.
Cristian non si mosse, indeciso. Turbato.
Di colpo aveva uno sguardo perduto.
Quel libro, quel maledetto libro.
Lei avrebbe capito, avrebbe subito capito appena si sarebbe saputo.
...
.
...
Milano,marted 21 aprile 2015.
...
.
...
Ardig era arrivato presto in commissariato.
Troppo presto, alle 7,30 appena scoccate di una mattina che pareva gi eterna.
Ultimamente dormire era un miraggio.
Eppure non si sentiva stanco. Anzi...
Aveva corso mezz'ora, si era pompato le flessioni, si era fatto doccia e barba e si era fatto qualche chilometro per arrivare in ufficio prima delle otto.
E tutta questa fretta per fare cosa?
Scorse i giornali. I soliti titoli apocalittici.
La stampa milanese stavolta si era scatenata.
E tutto sommato non poteva dare torto ai pennivendoli.
Due anziani sgozzati a distanza di pochi giorni erano pi che sufficienti per lanciare "il mostro del rasoio", l'uomo nero che doveva agitare le notti dei milanesi, il sicario che se la prendeva con poveri vecchietti indifesi.
Questa l'apparenza che i quotidiani vendevano come verit assoluta e certificata.
Peccato che fosse una cazzata.
Il killer, seriale o meno, stava seguendo una sua logica vendicativa.
Quella della dea Nemesi, cui l'altra dea, quella della Giustizia, aveva demandato il compito di regolare i conti sospesi dal passato, addirittura forse dal lontanissimo 1974.
Eppure a farlo innervosire maggiormente era il taglio degli articoli di cronaca e degli editoriali.
Per la serie Milano attende per un secolo di ospitare nuovamente l'esposizione universale e, guarda un po', a pochi giorni dal taglio del nastro arrivano due assassini, brutti e cattivi, a guastare la festa annunciata, intanto la Polizia dorme dalla grossa e al posto di arrestarli subito resta ad assistere inerme...
S perch il vero vulnus, secondo la stampa, era il danno di immagine che stava riportando la citt e di riflesso l'esposizione universale, non il fatto che fossero state spezzate tre vite umane.
Sbuff, stufo, dopo aver letto l'ennesima ricostruzione basata sul nulla e si catapult fuori per una passeggiata distensiva e un caff.
Meno di nove giorni al semaforo verde del grande show universale.
Il centro di Milano era tutto un cantiere, con le canoniche riparazioni dell'ultima ora, dopo la tardiva dichiarazione di guerra a tutte le buche e asperit del manto stradale e ad ogni crepa sui marciapiedi.
Stuoli di operatori ecologici ripulivano angoli nascosti, le squadre di manutenzione rimettevano in sesto l'arredo urbano, dai cestini per i rifiuti alle panchine, mentre i giardinieri sistemavano i rami degli alberi secolari che resistevano all'assedio del cemento e dello smog urbano.
I classici ritocchi in extremis, perch tutto sia davvero perfetto.
Ma perfetto non poteva esserlo con una dirigente dell'Expo barbaramente ammazzata, un fotografo accreditato per l'evento sgozzato nel proprio salotto di casa, e un altro anziano, che con l'Expo c'entrava zero assoluto, pure lui sgozzato nel suo salotto.
Ardig di tutto questo se ne sarebbe anche infischiato, a cominciare dalle ripercussioni negative in termini mediatici che questi crimini avevano sull'impeccabile immagine dell'esposizione universale, ma c'erano le continue telefonate del Questore, assillanti, a pressarlo.
E poi ora la stampa milanese, in un crescendo rossiniano, reclamava interventi urgenti e cominciava a mettere in dubbio l'efficienza degli investigatori della Mobile.
E dietro ai belati della stampa sarebbero arrivati gli strepiti della politica.
Storia vecchia che troppo ben conosceva.
A Trento ci sarebbe finito non per scelta, avanti di questo passo.
Occorreva sbrigarsi, tuttavia indagini complesse hanno tempi lunghi inevitabili.
E necessitano di concentrazione.
E la sua era rivolta completamente ai due vecchi sgozzati.
Oksana, nonostante il pressing del Questore, era scivolata in seconda fila: un omicidio passionale, come ne capitano tanti.
In genere sono i pi facili da risolvere ma questo no, questo era un rompicapo assurdo: nessuna mail utile nel personal computer, nessun numero telefonico chiamato con maggiore frequenza nel tabulato del cellulare, nessun pettegolezzo e nessuna testimonianza interessante raccolta presso il sito dell'esposizione universale, se non la repentina tresca lesbica con la Redaelli, che per si era rivelata un vicolo cieco.
Prendeva sempre pi corpo l'idea di un estraneo, uno che la Spirova aveva conosciuto per caso, magari in un bar o in metropolitana.
Uno di cui si era fidata, perch non le aveva esercitato alcun tipo di violenza, non avendo riscontrato ecchimosi sul corpo.
Uno con cui non aveva avuto bisogno di scambiarsi sms, chiamate o mail.
Uno da una sera e basta, uno da una botta e via: magari davvero si era buttata nelle braccia del primo capitato per testare la sua eterosessualit.
Ma se veramente voleva testarsi allora perch limitarsi a una masturbazione?
No, no. Qualcosa continuava a sfuggirgli.
E poi quel bagno caldo...
Il telefono trill mentre era in via Torino.
Materializzando il peggiore dei possibili incubi.
Avevano rinvenuto il corpo del terzo anziano sgozzato.
Probabilmente i suoi uomini potevano smettere di cercare l'ex operaio della fabbrichetta sconosciuta che giocava a carte e beveva un bicchiere con Ballabio e Ravagnan al bar del Toni.
Riattacc il telefono e rimase impietrito.
Stavolta l'assassino non aveva fatto precedere il ritrovamento del cadavere con la consueta lettera.
Come mai?
Nel breve tragitto in macchina si era martellato di domande senza risposte.
Questa volta le anomalie erano parecchie. Troppe.
La pi evidente era che al commissario non era pervenuta la solita busta da lettere gialla, con la foto del povero diavolo di turno con la gola tagliata, l'incisione del Cartari, anzi dello Zaltieri, e qualcosa altro che ignorava.
E poi stava emergendo che l'omicidio era stato eseguito con una modalit diversa e alquanto sbrigativa.
Il morto, il "nuovo arrivato" nel poco ambito club degli sgozzati, Franco Posatora, era pi giovane dei due colleghi, essendo targato classe 1942, eppure non se la passava affatto bene, a causa di un brutto male alle vie respiratorie che lo aveva colpito da alcuni anni.
Il suo orizzonte esistenziale era limitato: un anno, forse meno, forse appena qualche mese.
In mezzo una via crucis di medicine, terapie, dolori.
A mantenerlo aggrappato a una vita che scappava veloce una bombola di ossigeno da cui non poteva mai staccarsi neppure quando andava al cesso.
Per deambulare utilizzava un girello.
Ad accudirlo di sera c'era la figlia, una donna 45enne, nubile, o meglio "zitella" come si definiscono le signorine che hanno passato gli "anta" senza accasarsi, che di giorno timbrava il cartellino in un ufficio pubblico e cedeva il pesante fardello dell'incombenza paterna a una filippina di nome Marisol, anche lei sulla quarantina, piccola, magra, dalla voce lagnosa e un'insopportabile cantilena che pareva pi ispanica che asiatica.
La donna, in lacrime, stava raccontando di sentirsi responsabile per l'accaduto: una settimana prima si era fatta scippare la borsa da uno zingaro nel sottostante mercato rionale della Bovisa, borsa contenente, tra le altre cose, il mazzo delle chiavi dell'appartamento dei Posatora.
Aveva sporto regolare denuncia ma la borsetta e il suo contenuto non erano stati recuperati.
Con il senno del poi non un banale scippo, ma un furto mirato: chi aveva fregato la borsa voleva proprio quelle chiavi e infatti si era pure fatto beffa degli inquirenti lasciandole in bella vista l, su un mobiletto, nel bel mezzo della scena del delitto.
Ovvero un salotto di una ventina di metri quadrati.
Esattamente come in via Lomellina il killer aveva atteso che la badante uscisse e che il vecchio fosse solo e indifeso.
Con la differenza che stavolta non si era fatto aprire, ma era stato costretto a entrare da solo, infilando la chiave nella serratura.
Costretto.
Probabilmente perch sapeva di essere atteso, e di non essere il benvenuto, e che la vittima designata non avrebbe aperto la porta ma si sarebbe attaccata al telefono chiamando le forze dell'ordine.
Un'altra differenza rispetto ai primi due delitti: stavolta niente torture, evidentemente non ne aveva avuto il tempo, difficile pensare che a frenarlo fossero state le precarie condizioni di salute della vittima.
Aveva semplicemente reciso la giugulare e tanti saluti al povero Franco Posatora, emigrato calabrese da una vita a Milano, dove campava dignitosamente in un piccolo e modesto appartamento alla Bovisa, in piazza Bausan, che aveva sempre diviso con la figlia.
S, doveva essere stato proprio il fattore tempo ad aver costretto l'omicida a variare il suo rituale.
La badante, Marisol, ogni gioved mattina scendeva nel vicino mercato rionale per fare incetta di frutta e verdura a basso costo.
Restava fuori un'ora, minuto pi minuto meno.
Quando era uscita, intorno alle otto, il padrone di casa era vivo e vegeto e stava guardando la tv.
Quando era rientrata con i sacchetti della spesa, circa 65-70 minuti dopo, aveva trovato la tv accesa a un volume altissimo e il padrone di casa riverso su un fianco, sul pavimento di formica dove una pozza scura di sangue si stava allargando a dismisura.
Aveva provato a soccorrere il Posatora, a tamponargli le ferite con uno straccio da cucina, pertanto aveva contaminato la scena criminis, per quanto Ardig non avesse dubbi sul fatto che il killer, come sempre, si fosse premurato di cautelarsi con i guanti, non lasciandogli le impronte digitali.
Una dinamica fredda e spietata, perfetta in ogni meccanismo.
Un vero professionista dell'omicidio, un "natural born to kill".
Si era studiato meticolosamente la vittima e gli orari della figlia, che usciva regolarmente intorno alle sette, e della filippina, che si allontanava sporadicamente per espletare delle commissioni, come l'acquisto di farmaci e via dicendo, ma era un'abitudinaria il gioved nel girare tra i banchi del mercato rionale della Bovisa.
E proprio l, il marted precedente, l'aveva fatta scippare, da un complice presumibilmente, e il marted successivo era entrato in azione a colpo sicuro.
Ruotando lo sguardo osserv l'appartamento: piccolo, comunque ben arredato, con mobili di legno massiccio e tavolo di cristallo, piccoli segni tangibili di un'inattesa opulenza.
La porta d'ingresso era blindata: l'assassino doveva essersela studiata in precedenza, arrivando fino al pianerottolo della vittima, e per questo, consapevole di non poterla forzare, era stato obbligato a procurarsi le chiavi attraverso lo scippo della borsetta della badante.
Nella sua mente, intanto, prendevano forma una serie di idee sovrapposte: Posatora poteva deambulare soltanto nel suo appartamento, in giro non si vedevano quotidiani, per cui era probabile che bivaccasse sul divano, dove erano sistemati diversi cuscini, e facesse indigestione di trasmissioni legate alla cronaca, come quella della Parodi o della D'Urso, dove si parlava in continuazione dei delitti di Yara Gambirasio o Sarah Scazzi, e di telegiornali, pertanto doveva aver saputo della brutta fine di Ballabio e Ravagnan.
E lo stesso ragionamento doveva averlo fatto anche l'assassino, costretto di conseguenza ad accelerare l'azione omicida.
Inutile chiedersi perch Posatora non fosse scappato: le sue condizioni fisiche lo avevano impossibilitato a difendersi o a organizzarsi una fuga.
Del resto cosa avrebbe potuto dire alla figlia per convincerla a scappare? Che quarant'anni prima aveva combinato qualcosa di losco?
E poi con quella bombola di ossigeno e con i mesi contati dove avrebbe potuto scappare?
Certo avrebbe potuto avvertire la Polizia, ma a quel punto avrebbe dovuto raccontare del perch temeva per la sua vita e dunque della sua macchia giovanile.
Una macchia bella grossa a giudicare dalla pozza di sangue che brillava come un rubino sul pavimento.
"Frugate ogni cassetto, cercate ovunque, vediamo se ha lasciato qualcosa di scritto che ci possa aiutare", ordin a Santoni, che annu convinto.
Chiss, magari, consapevole di avere i giorni contati, aveva scritto qualcosa per spiegare la sua verit e indicare il possibile assassino.
Nel frattempo erano sopraggiunti il pm Todeschi, che stava disponendo i soliti rilievi inutili, e il dottor Salerno, cui sarebbe spettata la solita autopsia che si annunciava altrettanto inutile.
Abbandon i suoi uomini impegnati nella rituale perquisizione per rientrare in commissariato.
Quattro piani sotto piazzale Bausan era colorato dal blu dei lampeggianti che rimbalzavano sui muri degli edifici: volanti, auto del pm, ambulanza.
Tutti l, presentissimi, giusto per farsi notare anche dalla luna, con la loro bella luce blu a ondeggiare inutilmente.
E dietro il cordone di agenti si era radunata una piccola
folla vociante e il solito piccolo esercito di cronisti famelici di notizie.
Tra loro intravide l'amico Malerba, che professionalmente ignor.
Sal sull'Alfa 159 di servizio e il telefono trill nuovamente.
Il centralino della Questura.
Era arrivata la missiva tanto attesa, senza timbro postale.
A recapitarla, a mano, un avvinazzato barbone dall'improbabile nome di Leone.
Venti minuti dopo Ardig osservava una matassa di stracci maleodoranti e zeppi di parassiti.
Leone aveva un'et indefinita, sulla sessantina a naso, era un barbone da almeno trent'anni, forse di pi, e vagava tra le gallerie commerciali della zona di via Manzoni, con la brutta stagione, per cercare un riparo dal freddo, e nelle aree verdi dell'omonima via dei Giardini, quando il clima consentiva di vivere con il cielo come unico tetto sopra la testa.
Buffo, il povero Leone non aveva reddito, eppure stazionava in una delle zone pi esclusive dell'area C di Milano, dove un metro quadrato di mattone supera la valutazione immobiliare dei 15mila euro.
Aveva i capelli raccolti in una coda dove si erano formati inquietanti grumi, come se fossero appiccicati con un gel, la barba era cos lunga da sembrare quella di un imam radicale di quelli che predicano l'odio per i cristiani nelle moschee, solo che la sua era sporca e unta.
Le mani tremanti, ai piedi delle vecchie scarpe da tennis sformate e senza stringhe, sulle spalle un maglione di lana che faceva prudere solo a vederlo e un cappotto scuro pieno di buchi, anche se la temperatura esterna superava i 20 gradi e molti arrotolavano gi le maniche della camicia.
Bastava il fetore alcoolico del suo fiato per intuire quanto poco potesse essere attendibile nei panni del testimone di un'indagine giudiziaria.
Un tizio, che prima era alto, poi basso, prima giovane, poi vecchio, prima grasso, poi magro, prima elegante e poi no, si era avvicinato alla sua magione, ovvero una panchina in un angolo nei vicini giardinetti di via di Montebello, gli aveva allungato venti euro e la busta chiedendo di portarla in Questura.
E Leone, che diceva di essere buono e voler aiutare gli altri, si era prestato senza problemi.
Non tanto per i venti euro da convertire in cartocci di vino, ma per altruismo verso il prossimo.
Fine della storia.
Il resto erano solo panzane.
In ogni caso il commissario della Mobile, Michele Sironi, aveva convocato il disegnatore per stilare un identikit.
Tempo perso.
Ardig si fece consegnare la busta e si spost nell'ufficio del responsabile della sezione Scientifica, De Piccoli, per esaminarne con calma il contenuto.
All'esterno tutto come sempre.
La solita carta gialla, la solita scritta a macchina in stampatello, con l'indirizzo della Questura di via Fatebenefratelli, e in corsivo, come destinatario, il responsabile della Omicidi.
Tutto come da copione.
Prima di lacerare l'involucro si abbandon a un'ultima riflessione investigativa.
La solitudine di Ballabio e Ravagnan aveva permesso all'assassino di inscenare un piano perfetto: colpiva le sue vittime, scattava le foto e con relativa calma inviava alla sezione Omicidi la busta con le immagini di rivendicazione.
Posatora, invece, non era da solo, pertanto aveva dovuto fare tutto di corsa e la busta, se fosse stata inviata con la posta tradizionale, sarebbe arrivata soltanto diverse ore dopo la scoperta del delitto.
Ecco, la fretta della rivendicazione era un altro elemento di cui doveva tenere conto.
Doveva esserci un valido motivo se l'omicida voleva accorciare i tempi.
Protese le dita guantate verso lo strappo della lettera.
Tre secondi dopo estraeva le solite tre foto.
La prima, scontata, era quella del primo piano di Posatora, sanguinante, accasciato sul pavimento con la gola squarciata.
La solita Polaroid a colori in plastica rigida, esattamente come la successiva: era la preventivata e attesa terza incisione del tomo del Cartari, riguardante la Nemesi che osservata dalla Fortuna randella una malcapitata vittima.
...
.
...
Anche se forse era proprio questo il punto di vista sbagliato da cui stava guardando questi delitti: qui non c'era nessuna vittima malcapitata o inerme e si stavano facendo trarre in inganno dall'et e dalle difficili condizioni di salute dei tre anziani sgozzati.
Il killer, con queste incisioni prodotte dalla mano dello Zaltieri, forniva una spiegazione diversa, ovviamente offerta da un'angolazione soggettiva, la sua, quella di chi tranciava vite ritenendo di fare un'azione di giustizia, eseguendo sentenze di condanna inappellabili: questi tre sono dei bastardi che devono scontare una grave colpa e io li sto punendo come meritano.
Chiss, forse la Nemesi, la Dea riparatrice dei torti, adesso che era calata sul tavolo stava annunciando di aver terminato la sua sanguinosa opera di applicazione sommaria della giustizia, stavolta con la g minuscola.
Era il momento di incontrare la terza foto, a questo punto la pi attesa.
Prima di girarla tast la consistenza: carta da foto rigida, simile alle altre.
La volt.
E sobbalz sulla sedia per la sorpresa.
La foto di un bambino, in bianco e nero, l'espressione terrorizzata dipinta su guance sporche, in mano un giornale aperto sulla prima pagina.
Era una copia del "Giornale nuovo", datata marted 25 giugno 1974.
Anzi, era addirittura la prima copia di quel quotidiano sbarcato in edicola proprio quel giorno stesso, con tanto di editoriale di benvenuto del direttore Indro Montanelli ai nuovi lettori.
Lo sfondo pareva quello di una cantina.
Si sentiva di ghiaccio.
La verit che inseguiva da giorni finalmente era l sotto i suoi occhi.
Ed era costata quel poco che rimaneva della vita di tre vecchi uomini che si approssimavano al capolinea naturale.
Un bambino rapito! La canonica foto che i sequestratori inviano alla famiglia durante le trattative per giungere al pagamento di un riscatto.
E per essere ancora pi credibili i carcerieri avevano scelto un quotidiano uscito in edicola quel giorno, a conferma di quanto quella foto, magari inviata soltanto nei giorni successivi, fosse attendibile e recente.
Il castello di indizi e sensazioni che da giorni stava mettendo insieme di colpo cominci a prendere forma.
Per un istante si ricord del percorso cifrato che da ragazzino tanto amava comporre quando riusciva a sfilare la "Settimana Enigmistica" a suo nonno.
Con la penna iniziava a unire un punto a quello con il numero successivo e, trattino dopo trattino, prendeva forma una figura che doveva cercare di indovinare, prima di completarla raggiungendo l'ultimo puntino.
Ecco come avevano fatto a cambiare vita i tre onesti operai che tiravano la carretta alla Bicocca e si facevano un bicchiere al Bar il Toni.
Ed ecco perch si accompagnavano a un balordo come Crialesi, uno che aveva il pelo sullo stomaco e il mestiere per imbarcarsi in un rapimento, per di pi di un bambino.
Un rapimento lampo, evidentemente, di quelli passati sotto traccia, perch a memoria non aveva mai sentito parlare di un piccolo rapito a Milano.
Un rapimento che gli aveva permesso di sfilarsi le tute blu sporche di grasso per diventare commercianti o inseguire la chimera della carriera fotografica.
"Scannerizza tutta 'sta roba e mandami subito le copie in commissariato", chiese a De Piccoli.
Mentre usciva dedic una riflessione fugace al povero Leone, un altro innocente coinvolto suo malgrado in questa storiaccia dai contorni sempre pi foschi.
Un'ora e dieci di autostrada, poi una ventina di minuti tra le dolci colline della Franciacorta, tra vigneti rigogliosi e paesotti dove le villette curate circondavano piccoli centri storici caratteristici e appena fuori dagli abitati cittadini le colline erano punteggiate di centri commerciali come se piovesse.
Fontana arriv a Iseo a met mattinata, accolto da un bel sole che scaldava il cuore.
Il vecchio Bucchioni a Iseo ci andava in treno, cambiando coincidenza a Brescia.
Lui si era affidato alla sua Bmw, decisamente pi rapida e confortevole.
Parcheggi sul lungo lago a poche decine di metri dall'imbarcadero, fece precipitare alcune monete nel parchimetro e piazz lo scontrino in bella mostra sul cruscotto.
Venti minuti dopo stava godendosi la brezza lacustre su un caratteristico battello dipinto di rosso e sponsorizzato sulla carena, come un bolide di Formula 1, con scritte di centri commerciali della zona.
Montisola si stagliava all'orizzonte, dimostrando come mai un nome fosse tanto appropriato come quello.
Perch era un monte, come quelli delle valli che circondavano l'Iseo, semplicemente era un monte sommerso dall'acqua, la cui sommit emergeva e si innalzava di almeno 500 metri, diventando cos un'isola, per cui davvero Montisola era la sintesi perfetta per spiegare quello strano fenomeno geofisico.
Nemmeno tanto raro: da Vulcano a Stromboli sono tante le montagne che sbucano dalle acque del Mediterraneo sotto forma di isole.
Dunque perch stupirsi?
Effettuarono una fermata intermedia sulla costa, a Sulzane, poi la prora del battello punt decisa verso l'approdo di Peschiera Maraglio.
Quello dove scendeva il maresciallo Bucchioni stando ai biglietti rinvenuti nel suo appartamento.
Scesero in tre. Tutti uomini.
Il primo si incammin a sinistra, il secondo a destra.
Perfetta par condicio, lui titub esattamente come fanno i centristi in Parlamento, occhieggiando a sinistra, dove vedeva una splendida villa convertita in resort, e a destra, dove si estendeva il piccolo borgo con una farmacia e un paio di negozietti.
Pochi metri pi in l un bar con seggiole piazzate sotto una tenda.
Davanti una papera uscita dall'acqua starnazzava per richiamare l'attenzione.
Aveva sete. Entr e ordin un t freddo.
La barista, una ragazzotta sui 25 anni, dall'aria sana e robusta, lo guard con simpatia.
Lui ricambi, sorridente.
Due battute sul tempo, sulla bellezza del luogo e sulla papera che sbraitava in cerca di qualche mollica di pane.
Il ghiaccio era rotto.
Decise di mostrare la foto di Bucchioni con Cristian.
La ragazza si apr in un candido sorriso.
"Povero maresciallo, ho saputo che  mancato da poco. Che brava persona che era..."
"E lui? Lo conosce?"
"Il Cristian? E vuole che non lo conosca... cio conoscerlo mica tanto... solo qualche saluto...  un po' che non lo vedo, mi sa che  andato a lavorare a Milano adesso."
"E che lavoro fa?"
"Il giardiniere, no?, rispose come se fosse l'ovviet pi ovvia che si potesse pensare.
Il tempo di sorseggiare il t e scopr che il maresciallo Bucchioni l era di casa, ci trascorreva quasi tutti i fine settimana.
E non aveva scontrini di pensioni o bed&breakfast semplicemente perch dimorava dai frati, i benedettini del monastero che, dall'alto del monte, dominava quella strana isola.
Veniva il sabato mattina "il vecchio Bucchioni" e "il Cristian" veniva a prenderlo con l'Ape e lo portava su dai frati.
E la domenica pomeriggio lo riaccompagnava nel piccolo imbarcadero.
Lass il Cristian faceva l'uomo di fatica per i pochi benedettini rimasti, tre o quattro, tutti sull'ottantina o gi di l.
"Una volta facevano il miele, gli amari... ma ormai sono troppo vecchietti, qui gi in paese non si vedono da anni..."
Fontana osserv la figura del Santuario che si stagliava in contro luce.
Per fortuna era in scarpe da tennis.
Si fece indicare il sentiero e si accinse a una salutare scarpinata.
La dottoressa Lunardon inforc degli occhiali con la montatura rigida per visionare meglio le foto.
Intanto Scalise stava gi scansionando gli archivi digitali della Questura senza trovare gli attesi riscontri: nel 1974 in Lombardia non erano stati denunciati rapimenti di minori.
Un'altra conferma che poteva trattarsi di uno di quei sequestri mai denunciati, probabilmente un sequestro lampo, dove girano cifre pi basse e i tempi sono pi brevi.
Ordin di proseguire la ricerca, contattando anche i Carabinieri.
"Allora?", si rivolse alla criminologa.
"Combacia tutto. La Giustizia, la Fortuna, la Nemesi. Il
nostro assassino ha seguito un percorso lineare nel ristabilire l'equilibrio, irrogando le punizioni ai colpevoli. Ha scelto la carta della Giustizia per il primo omicidio, come se quello sia stato il momento in cui ha espresso il giudizio di condanna, forse perch prima non aveva tutti gli elementi necessari per emettere la sua sentenza."
"Pu essere, Ballabio  stato torturato a lungo prima di essere ucciso, pertanto deve avergli fatto confessare tutti i dettagli del rapimento, inclusi i nomi dei complici", convenne il commissario.
"Se  cos si spiega anche la seconda incisione, quella della Fortuna in equilibrio sulla sfera, perch evidentemente il destino del secondo uomo  dipeso dalla sorte che  variabile. Anche se di questo non me ne spiego bene il perch. Forse ha voluto farci capire che se Ballabio non avesse parlato non sarebbe arrivato al secondo uomo oppure che se non ci fosse stato un colpo di fortuna a farlo arrivare fino alla prima vittima a quel punto non ci sarebbe stata la seconda..."
Ardig valut che il sostantivo fortuna, seppur inteso come nome di un'antica dea, non si poteva proprio accostare a tre omicidi sanguinari.
Fortuna per chi? Per gli impresari delle pompe funebri?
"E infine c' la terza incisione, la Nemesi, che in qualche modo chiude il cerchio, perch i torti sono stati ristabiliti dopo aver somministrato le punizioni ai colpevoli", termin l'analisi la psicologa.
Prima di aggiungere: "L'assassino ci ha confermato di non essere un seriale, un edonista o un visionario, che uccide per il solo piacere di uccidere o perch ne ha bisogno, ma di essere un professionista che ha eseguito un compito."
"Un momento: e se ci fossero altri complici del rapimento?"
"Ne dubito, avrebbe atteso a inviarti l'immagine della Nemesi e ne avrebbe scelta una intermedia."
"Uhm... se  cos hai ragione", convenne il commissario, palesando un certo scetticismo.
Una storia assurda. E crudele.
Un bambino rapito, un sequestro mai venuto alla luce.
E una vendetta sanguinosa compiuta solo 41 anni dopo.
Ma perch aspettare cos tanto?
Gir la domanda alla Lunardon.
"I ricordi di un bambino sono confusi. Vengono archiviati da qualche parte nella memoria e possono emergere sporadicamente, come se fossero centellinati nel materiale magmatico che caratterizza i ricordi infantili, quelli pi impregnati di suggestioni, oppure possono irrompere bruscamente, e in maniera incredibilmente nitida, se accade un avvenimento che sconvolge la psiche del soggetto", argoment la psichiatra.
"O ancora emergere in maniera deformata, a seconda del trauma che li ha generati o riportati alla luce, o mischiati ad altri ricordi. In questo caso, valutati gli anni trascorsi, ritengo sia accaduto un fatto altamente traumatico, che ha scatenato la furia di questo omicida."
"Come, per esempio, se l'assassino fosse tornato nel luogo dove era stato tenuto prigioniero", butt l il commissario.
"Esattamente."
"Oppure come se avesse incontrato per caso uno dei suoi sequestratori e lo abbia riconosciuto, magari dalla voce o da un altro dettaglio", aggiunse Ardig, che ormai iniziava ad avere un'idea sempre pi chiara in mente.
L'omicida poteva essere il bambino terrorizzato nella foto, ormai diventato un uomo vicino alla cinquantina, e poteva essersi imbattuto in Adriano Ballabio, la prima vittima, quella che aveva torturato per farlo confessare e risalire agli altri complici, quelli ancora vivi o rintracciabili quanto meno.
E dove poteva aver incontrato Ballabio?
In primis a Lambrate, il quartiere dove viveva e trascorreva gran parte delle sue giornate.
Magari per caso, chiss magari proprio nello stesso pub dove lui stesso aveva sorseggiato un espresso con quel barista non particolarmente loquace.
Oppure semplicemente in uno dei qualsiasi marciapiedi di Milano, con il suo milione e mezzo di abitanti e una superficie di almeno 200 km quadrati.
Poteva averlo incontrato ovunque...
Oppure...
Il solito brivido freddo cominci a strisciare arrampicandosi lungo la schiena, aggredendolo all'improvviso, accompagnandosi a un pensiero terribile che inizi a farsi largo a gomitate e spinte nel caos disordinato della sua testa sempre pi ingombra e pesante.
Senza riflettere recuper alla svelta il fascicolo su Ballabio, cominciando a scorrere i vari verbali e referti, fino a quando individu quello dell'esame post mortem con annesse fotografie.
Ecco l, quel tatuaggio scolorito sull'avambraccio destro.
PER ASPERA AD ASTRA.
Dalle difficolt la strada per le stelle.
Scolorito dal tempo e consumato dalla vita trascorsa.
Quando poteva esserselo fatto imprimere sulla pelle?
Prima di quel giugno 1974?
Dopo, dopo il rapimento, le difficolt, con i soldi del riscatto, erano diminuite: Ballabio, operaio sotto sfratto, si era comprato casa e aveva potuto tentare la carriera di fotografo.
Era partito dalle difficolt ed era arrivato alle stelle.
Ma il tatuaggio era rimasto con lui, fino a quel maledetto aprile 2015, anche quando le stelle erano state oscurate dal buio della terza et.
Fino a quando doveva aver incrociato gli occhi chiari di quel bambino diventato uomo, facendo saltare il coperchio del vaso di Pandora.
Il resto era diventato materiale per la cronaca nera.
E per i suoi tormenti quotidiani.
Non fece in tempo a terminare i ragionamenti perch dalla porta spunt Santoni.
Nel sacchetto dei reperti una bifilare calibro 9.
"Sei colpi in canna, pulita e oliata, era nel cassetto del tavolino del salotto", sentenzi il vice.
Ergo Franco Posatora era armato e pronto a fare fuoco.
"Non aveva rinnovato il porto d'armi, per la pistola era stata regolarmente denunciata a suo tempo", concluse il vice.
Probabilmente contava sul fatto di spedire all'inferno il suo potenziale omicida quando avrebbe suonato il suo campanello.
Quello invece era entrato con le chiavi e il vecchio, rallentato dal girello e zavorrato dalla bombola di ossigeno, non aveva potuto recuperare la rivoltella.
Ecco come era fallito il suo piano per rinviare di qualche mese un appuntamento con la morte gi messo in calendario dai suoi polmoni malati.
Il monastero della Ceriola era cinto da un muro possente, di vecchi mattoni screpolati, su cui si erano infiltrate erbacce rampicanti.
Intorno rigogliosi ulivi saldamente arrampicati sulle alture e sullo sfondo un panorama mozzafiato.
Da l si dominava tutto l'Iseo, anzi il lago Sebino, sulle cui acque turchesi rimbalzava la luce del sole.
Fontana si perse con lo sguardo in quello spettacolo paesaggistico, cercando di identificare i piccoli comuni costieri.
Quindi si avvicin al massiccio portone in legno.
Non c'era un campanello da suonare, bens un enorme batacchio da sbattere contro il legno solido del portale d'ingresso.
Spinse pi volte, ma niente.
I vecchi monaci dovevano essere duri d'orecchio.
Stava valutando se fosse opportuno scavalcare quando sent giungere alle sue spalle un rumore di un motore affaticato.
Un'Ape Piaggio stava sopraggiungendo dall'unica strada asfaltata che collegava il santuario e l'annesso monastero con la parte sottostante dell'isola.
A guidarla non era un bel cinquantenne con gli occhi chiari, come avrebbe sperato, ma un signore pi vicino alla settantina, calvo, panciuto e sudato, in salopette e canottiera unta.
Si present come Mariano.
Era l'altro factotum del monastero, aveva le chiavi del portone e lo fece entrare, prima di andare ad avvisare il priore, padre Andrea.
Mezz'ora dopo il sovrintendente Invernizzi gli scodellava la scheda di Franco Posatora sul tavolo.
Classe 1942, dal 1957 al 1965 aveva lavorato alla Breda, al reparto Fucine, dove presumibilmente poteva aver conosciuto sia Ballabio che Ravagnan, poi dal 1965 al 1971 alla Missaglia Valvole, una ditta a conduzione famigliare che, come annunciato dal nome, produceva valvole idrauliche, quindi dal 1971 al 1975 era stato alle Acciaierie Falck, prima del grande salto, da operaio salariato a commerciante, come gestore di una ferramenta in via Mc Mahon dove, peraltro, aveva subito diverse rapine nel corso degli anni Ottanta.
Ripens alla calibro 9: Posatora faceva il commerciante ed era stato vittima di diverse rapine in negozio, per cui si era legalmente dotato di un'arma da difesa che si era tenuto anche da pensionato.
E torn alla svolta, da operaio a commerciante.
Facile immaginare, a questo punto, dove avesse trovato i soldi per aprire l'ambito esercizio commerciale.
Tuttavia, a questo punto, erano altre le domande che cercavano risposta: c'erano altri complici oltre a quelli gi trapassati a miglior vita?
La carta della Nemesi induceva a pensare di no, come aveva sentenziato la Lunardon.
E poi, soprattutto, chi era il bambino rapito?
Dagli archivi delle forze dell'ordine nessuna risposta.
L'unico che a questo punto poteva rispondergli era il Cardinale.
Facile solo a dirsi...
Quello di Montisola era soltanto un piccolo convento di altura, nulla a che vedere con gli imponenti monasteri benedettini o cistercensi di cui era disseminata la pianura padana o la zona appenninica.
Superato il portone d'ingresso si accedeva a un chiostro di poche decine di metri quadrati con delle panche di pietra e i soliti ulivi alternati a qualche cespuglio foglioso.
Un porticato di lastricato, con le volte scrostate, che indubbiamente aveva visto giorni migliori, conduceva verso una cappella senza affreschi ma con la pietra nuda e umida sulle pareti e a una foresteria con una quindicina di celle per i religiosi, ormai quasi tutte vuote, a un piccolo refettorio e a una sala per la lettura con una vecchia biblioteca.
Nulla di paragonabile alle grandi abbazie o ai conventi della pianura.
Del resto era solo un avamposto su un'isoletta di pochi pescatori e agricoltori.
Fino a qualche decennio prima, quando c'era abbondanza di vocazioni, in quell'eremo c'erano una quindicina di monaci, con i novizi che ciclicamente arrivavano ad affiancare i pi anziani, per poi rimpiazzarli quando questi andavano alla casa del Signore.
Altri tempi, oggi c'erano solo tre vecchi monaci, tutti intorno all'ottantina, che serenamente aspettavano la fine dei loro giorni terreni tra la meditazione e la preghiera, con la consolazione di un panorama bellissimo oltre le mura che li separavano dal mondo intorno.
Non un monastero di clausura, perch non era quella la loro regola, ma di fatto lo era quasi, per via dell'isolamento geografico.
Entrando in quel retaggio di una Chiesa che ormai non esisteva pi Fontana intu che qualcosa non gli quadrasse.
Perch un uomo ancora giovane come Cristian era andato a seppellirsi, da laico, dentro a quel convento sperduto?
E da quanti anni era l?
Stando ai vari pettegolezzi raccolti diversi anni, almeno una decina.
A rispondere alle sue domande forse ci avrebbe pensato padre Andrea, uno scricciolo tutto ossa, acciacchi e reumatismi che arrancava appoggiato a un bastone, con un alluce valgo cos obliquo da far male solo a guardarlo.
Il volto emaciato, la tonsura di ordinanza limitata a quattro peli bianchi che tinteggiavano le tempie.
Ogni passo era una sofferenza che il vecchio monaco salutava con gioia, quasi fosse una forma di espiazione da peccati che di sicuro non poteva aver commesso restando rinchiuso in quelle quattro mura silenziose e protettive.
Il refettorio era umido e buio.
Nel monastero non c'erano elettricit e riscaldamento:
l'unico conforto contro il freddo erano i camini con la legna tagliata nei boschetti circostanti.
Un altro dei lavori di cui doveva essersi occupato Cristian.
Padre Andrea, dopo essersi faticosamente appoggiato alla panca, chiese a Fontana il perch di quella visita inaspettata.
"Sto conducendo un'indagine sulla scomparsa di un nostro maresciallo in congedo da diversi anni, Lorenzo Bucchioni, che credo lei abbia conosciuto."
Il vecchio priore si irrigid, sorpreso. E addolorato.
"Mi sta dunque dicendo che fratello Lorenzo non  pi tra noi?"
Fontana annu.
Stupito, la barista gi al porticciolo lo sapeva, il priore del convento no.
"Che il padre nostro lo abbia nella sua gloria."
Recit un Eterno riposo e baci la croce lignea che portava al collo legata con una corda di pelle scura.
"Non sapeva della sua morte?"
Il monaco pareva distratto, assorto nella preghiera, eppure rispose prontamente: la sua mente era ben pi agile del suo fisico usurato dal tempo e dall'umidit.
"No. Da un po' non veniva a fare visita alla nostra casa. E qui le notizie non arrivano come da voi, di fuori."
E con quel "fuori" aveva sintetizzato tutta la distanza che separava quei tre nonnetti in saio scuro dal resto dell'umanit che "fuori" si affannava nel traffico, nello stress, nel correre dietro a carriere, contratti, soldi.
Intanto anche gli altri due vetusti frati si erano accomodati sulle panche vicine.
Del resto non dovevano esserci segreti tra quei tre vecchi monaci isolati su quella altura impervia.
"Neppure Cristian vi ha avvisato?"
Sentendo pronunciare il nome di Cristian il priore si irrigid ulteriormente.
"No."
Il tenente intu di aver toccato un nervo scoperto.
Ma attese.
" venuto qui per lui?", domand apprensivo il frate.
"S, ho l'assoluta necessit di parlarci."
"Cristian  un bravo ragazzo", valut il religioso.
Quasi a volerlo giustificare.
"Non ho motivo per dubitarne. Desidero soltanto parlare con lui."
Padre Andrea osserv i confratelli, prima di rivolgersi a Fontana con tono grave.
"Cosa cercate da Cristian ancora?"
Quell'ancora lo sorprese.
Decise di essere sincero.
"C' qualcosa di strano nella morte del maresciallo Bucchioni, qualcosa che sto cercando di chiarire attraverso la mia indagine e che mi ha condotto fino a questa isola e poi fino a bussare alla vostra porta. Mi aiuti padre, lo faccia anche per il maresciallo."
Il religioso assent, con espressione sempre grave.
"Lei, considerato il ruolo che ricopre, sar sicuramente a conoscenza delle tristi vicissitudini patite da Cristian prima di essere accolto qui nella nostra casa."
Non era una domanda, ma una constatazione.
Che spiazz Fontana.
"No. Veramente di lui non so proprio nulla, neppure il cognome."
Il priore soppes la risposta. Poi riprese.
" una storia vecchia. Cristian stava diventando un ragazzo difficile, una pianta che cresceva storta. Un'erba cattiva..."
"Un'erba cattiva?", sbott Fontana.
"Proprio cos, un'erba cattiva, malata, che andava curata finch si era in tempo per farlo. Un giorno il nuovo parroco di Peschiera, il paese sottostante da dove penso sia giunto anche lei..."
Fontana annu.
"...ci raccont che il cappellano di una di quelle strutture dove ricoverate - utilizz il voi, come se Fontana, semplice tenente dell'Arma dei Carabinieri, fosse il presidente della Repubblica o qualcosa del genere - quei giovani che hanno commesso dei reati."
"Un carcere minorile...", argoment il carabiniere.
Anche questa non era una domanda.
"No, di uno di quei luoghi dove vengono internati i giovani delinquenti con problemi..."
Si arrest, non trovando il termine opportuno.
"Psichici", intervenne un altro monaco.
"Dunque Cristian era in un ospedale psichiatrico giudiziario per minori?", domand, ancora pi stupito, il tenente, ancora alla ricerca del bandolo della matassa iniziale.
"S, un posto del genere. Mi pare fosse nel mantovano", aggiunse il priore.
"Mi perdoni, padre, pu spiegarmi tutto dall'inizio, intanto Cristian cosa aveva fatto?"
Padre Andrea prese un respiro.
Come se dovesse togliersi un peso dal cuore.
"La vera domanda  cosa gli avevano fatto. Cristian era un bambino sfortunato, che aveva conosciuto sulla sua pelle la cattiveria degli adulti. Anzi, la loro crudelt. E crescendo la sua testa lo ha tradito..."
Fontana lo interruppe.
"Padre per favore, non mi parli per enigmi. La mia  un'indagine ufficiale e mi servono i fatti, quelli veri, tanto pi che mi sta parlando di vicende ormai derubricate dalla giustizia ordinaria."
Il religioso lo fiss, poi abbass la testa.
"Le ho detto, infatti, che si tratta di una storia vecchia. E dolorosa."
"Me la racconti.  importante."
"Va bene - acconsent il priore - anche se i miei ricordi ormai sono confusi. Cristian da piccolo era stato rapito, portato via con la forza dalla sua famiglia da una banda di delinquenti che lo avevano restituito alcune settimane pi tardi e soltanto dopo aver costretto la famiglia a pagare un ricco riscatto per la sua liberazione."
"Un sequestro di persona?"
Fontana si stup, ricordava alcuni sequestri degli anni Ottanta, alcuni anche di bambini piccoli.
Una ricerca sui terminali dell'Arma gli avrebbe dato tutte le risposte che cercava.
Ma dopo. Adesso le risposte le cercava dalla memoria ingolfata e nella voce sofferente di padre Andrea.
Che ripart: "Un'esperienza terribile, traumatica. Che ha lasciato il segno... Poi alcuni anni dopo, durante un gioco, Cristian ha... ha ucciso la sorellina..."
Il carabiniere sbianc.
"...i dettagli non li conosco, pare che stessero giocando con un sacchetto e la bambina sia morta senza respiro."
"Quanti anni aveva Cristian?"
"Credo 14 e la sorellina circa 8. Una tragedia che distrusse la sua famiglia. La madre, gi provata per il rapimento, non resse per il dolore e qualche mese dopo si tolse la vita."
"E Cristian?"
"Per qualche anno rimase in quel manicomio, poi usc, quando era ancora minorenne e torn a Milano, dal padre. Ma la sua testa era piena di demoni, quelli peggiori, quelli del buio, della paura, e..."
"E?"
"E Cristian ha ucciso ancora, sempre con un sacchetto. Un'amica, pi giovane di lui, un'altra bambina. In un giardino pubblico. Lo hanno arrestato e rimandato nella stessa struttura dove era gi stato internato, poi in un'altra analoga ma per adulti, per maggiorenni, e l  rimasto ancora per diversi anni, fino a quando aveva circa 25 anni."
"E poi?", lo incalz Fontana, sempre pi ansioso e al tempo stesso incredulo.
"Le stavo dicendo prima del sacerdote di Peschiera, che in quegli anni veniva spesso qui a pregare con noi. Ecco aveva pensato che l'isolamento e la tranquillit di questa piccola isola, e di questo monastero cos lontano dalle cattiverie del mondo, fossero il luogo ideale per farne una sorta di transito per questi ragazzi in difficolt. Un posto silenzioso e protetto dove, con la preghiera e l'affetto di noi tutti, potessero riprendersi e raddrizzare queste loro esistenze cos turbate, e far diventare quelle erbe cattive delle piante sane e rigogliose."
Non c'era da stupirsi. Da sempre i criminali peggiori venivano internati e rinchiusi in fortezze e galere situate sulle isole, in modo che fossero fisicamente lontano dagli occhi dei cittadini cui avevano nuociuto con i loro crimini.
L'Asinara, l'Elba, la Capraia... senza pensare ad Alcatraz o alla Cayenna.
Isole trasformate in carceri di sicurezza.
Nulla di strano che qualcuno avesse pensato di fare anche di Montisola una piccola colonia penale, ma senza sbarre e guardiani: soltanto la bellezza del luogo, la natura selvaggia, la quiete e la preghiera come medicine per sanare i mali dell'anima e del cuore di ragazzi ancora recuperabili.
"E cos - continu il priore - tramite il cappellano Cristian arriv qui, dove c'erano gi altri due ragazzi simili a lui che stavamo ospitando."
"Quindi aveva circa 25 anni?"
"Penso di s, era poco pi di un ragazzo. Solo un ragazzo spaventato, svuotato dalla vita, senza sorriso, senza luce negli occhi, tenuto per anni intorpidito da farmaci che lo intontivano. Qui Cristian  rinato, ha trovato in noi una nuova famiglia."
Fontana fece due calcoli.
Il monaco stava raccontando di un giovane di 25 anni, lui cercava un uomo di 50.
In qualche modo il frate percep i suoi ragionamenti e anticip la domanda successiva.
"Gli altri ragazzi rimasero qui per un anno o due ma Cristian nel frattempo era rimasto solo, era morto anche suo padre e nel mondo, l fuori, non aveva nessuno ad aspettarlo. Cos  rimasto con noi, qui, ma non avendo il dono della fede non ha mai scelto di abbracciare la nostra tonaca."
" rimasto qui per 25 anni?", domand, stavolta incredulo, il tenente.
"Il tempo  passato in fretta, era un ragazzo e oggi  diventato un uomo. Integro, buono, che ha cancellato fantasmi e paure del passato. Qui ha imparato a lavorare la terra, ad amare le piante come fossero anche loro figli del buon Dio, ha imparato a usare le sue mani per metterle al servizio del signore. Cristian sa fare tutto,  in grado di riparare un muro come di fare la barba con il rasoio a tre vecchietti come noi..."
Fontana non lo ascoltava pi, ormai stravolto da quella storia.
"Padre, sinceramente, lei prima ha parlato di Cristian come di un'erba cattiva quando arriv qui..."
Il priore per la prima volta si inalber, con un sussulto di energia inattesa a guizzare da quelle ossa cigolanti: "Quell'erba cattiva non esiste pi, grazie al cielo."
Una storia semplicemente incredibile.
Fontana era senza parole. E senza pensieri.
Tranne uno.
"E oggi Cristian dove si trova? Perch non  qui?"
"Lo vede anche lei, stiamo diventando vecchi, siamo sempre di meno. Tra qualche anno noi - e indic i suoi confratelli - non ci saremo pi e questa casa del signore verr chiusa e abbandonata. Questo era il cruccio che mi angustiava in questi ultimi mesi, cosa avrebbe fatto Cristian. Poi..."
"Poi?"
"Poi  venuta fuori quella cosa che fanno a Milano, quella fiera con tanti mercanti, come se fossero i Re Magi..."
Si interruppe, cercando una sponda negli altri monaci.
"Quella grande fiera di cui parlano gi in paese", aggiunse l'altro frate.
"Intendete l'Expo?"
I tre frati non risposero subito.
La parola Expo rimbalz a vuoto contro le pareti spesse.
"Quella grande fiera del cibo che si tiene a Milano per sei mesi?", prov a insistere Fontana.
"Ecco, quello. Laggi gli servivano i nostri ulivi e Cristian li ha sempre cresciuti, curati, lui ci parla persino con le nostre piante... cos, grazie a una persona speciale che gli vuole tanto bene, ha trovato un lavoro con il vivaio che c' gi in paese, a Peschiera, e da qualche mese  andato a Milano, insieme al maresciallo Bucchioni che ci ha promesso di vigilare su di lui, di stare attento."
"Vigilare su cosa?"
Padre Andrea scosse la testa.
"Dal mondo, che potrebbe fargli ancora del male. Cristian  una creatura pura, innocente, indifesa. Ha sempre vissuto qui, con noi, tutto quello che ha visto sono i nostri piccoli paesi qui sotto. Non conosce la cattiveria che si trova nelle grandi citt."
Parole strane, considerando che questo ex ragazzo cos difficile e problematico, aveva stroncato due giovani vite innocenti.
Altro che erba cattiva.
Un'erba mefitica. Un'erba mortale.
Possibile che un'erba velenosa fosse diventata un'erba buona?
Ad ogni modo ripens a Peschiera e alle sue poche casette fiabesche.
Uno spicchio effettivamente molto limitato del mondo circostante.
Visto da lass Cristian era davvero un naufrago che veniva ricatapultato nel caos della metropoli.
" come se fosse uno di quegli uccellini tenuti sempre in gabbia. Se gli apri lo sportellino volano via, seguendo l'istinto - prosegu il monaco - anche se non sanno cosa c' fuori, non conoscono i pericoli che ci sono fuori..."
Un bambino rapito, che da adolescente uccide la sorellina per sbaglio, finisce in un ospedale psichiatrico giudiziario, esce e uccide di nuovo una ragazzina, torna in manicomio e poi trascorre venticinque anni in un monastero sul cucuzzolo di un'isola semi deserta, circondato soltanto da frati via via sempre pi anziani e spenti.
Nemmeno nel pi noir dei noir poteva immaginare un destino pi ingrato verso un essere umano.
"Padre, per cortesia, adesso mi dica dove posso trovare Cristian."
"A Milano", rispose il religioso, come se Milano fosse Peschiera, con il suo imbarcadero circondato da un minuscolo borgo.
"A Milano dove?"
"Dal maresciallo Bucchioni", rispose candidamente padre Andrea.
"Ma se  morto da due settimane?"
Il vecchio annu, come se quelle parole cos dure lo avessero riportato alla realt.
Cos si limit ad allargare le braccia.
"Come si chiama Cristian di cognome?"
Il religioso scosse la testa.
"Non lo ricordo pi. Sono passati troppi anni. Qui da noi i cognomi mica contano. E poi... come dire..."
Stavolta si blocc imbarazzato.
"Cosa?"
"Vede, la giustizia, quella che in teoria doveva occuparsi di Cristian, se lo  dimenticato nel corso degli anni. Qui non si  mai visto nessuno, i primi anni era venuto un assistente sociale, un paio di volte, poi basta...
"E quindi?"
"Sono passati tanti anni, Cristian non aveva dei documenti, tanto qui non servivano e lui non si spostava mai... ma poi, dovendo andare a Milano..."
"Padre, per favore..."
"Occorrevano dei documenti ma il maresciallo Bucchioni sosteneva che era meglio se i trascorsi di Cristian non fossero venuti alla luce. Voleva evitargli ulteriori problemi, come le ho gi detto il mondo  cattivo."
"E quindi?", lo press Fontana, ormai sempre pi sconcertato all'idea che questo gruppo di vecchietti, Bucchioni e i frati, avessero rimesso in circolazione un pericoloso pluriomicida dimenticato colpevolmente dallo Stato.
"Il maresciallo ha dichiarato che era un suo nipote, che aveva smarrito i documenti, e il comune di Montisola ha emesso una nuova carta d'identit per Cristian, come Cristian Bucchioni. Gi in comune - concluse il monaco con un'irritante serenit nelle sue parole - ci sono i registri, loro l'indirizzo di Milano devono saperlo di sicuro, funziona cos no?"
Stava per andarsene, quando si ricord del vero motivo per cui era salito fin lass.
"Una cosa ancora non l'ho capita: il maresciallo Bucchioni cosa c'entrava con tutto questo? Perch era cos legato a Cristian?"
Il priore lo guard con occhi stanchi.
"Per lui Cristian era come un figlio, il figlio che non aveva mai avuto. Gli voleva bene e gliene voleva anche la sua povera moglie, che Dio abbia in gloria anche lei. Il maresciallo non si era mai dato pace..."
"Di cosa? Di non averlo liberato dai sequestratori?"
"No, non per quello. Il rapimento se ben ricordo non era mai neppure stato denunciato... no, il maresciallo... ma non la ha ancora capito?"
Fontana di colpo realizz tutto.
Era stato Bucchioni a intervenire quando il piccolo Cristian aveva ucciso la sorellina.
Ma non doveva essersi trattato di un incidente di gioco, ma di qualcosa di ben pi orribile.
In un istante comprese quale carico di tormenti doveva essersi portato dietro il maresciallo in tutti quegli anni.
E di colpo intu perch era cos turbato l'ultima volta che si erano sentiti al telefono.
Pomeriggio di corse all'ippodromo del trotto.
In tribuna un pubblico a dir poco scarso.
Un centinaio di persone, una met pensionati, l'altra met sfaccendati, per utilizzare un eufemismo, o peggio.
L'ippica era da tempo sul viale del tramonto, un divertimento che gli italiani avevano archiviato senza rimpianti: il brivido delle scommesse, nell'era del web, si poteva consumare dal divano di casa, con l'i-Pad o lo smartphone, oppure in una delle migliaia di sale di scommesse di cui la Lombardia era punteggiata.
Le corse dei cavalli erano ai titoli di coda, eppure qualche soldino girava ancora. Specie nel nero dove le quotazioni erano pi alte di quelle ufficiali.
Il Cardinale era appollaiato nella sua postazione a met tribuna, circondato da due guardaspalle che si notavano da chilometri di distanza.
Due brutti ceffi, ma il boss non era da meno, con il pelo grigio ad aprirsi un varco tra i bottoni slacciati della camicia e quell'espressione arrogante e cattiva di chi detiene il potere abbinato alla mancanza di scrupoli.
Logico che un tipaccio del genere fosse sopravvissuto alle turbolenze che avevano scosso l'ambiente criminale milanese nell'ultimo trentennio, permettendogli di sopravvivere ai fantasmi della mala storica della metropoli e pure all'assedio dei nuovi venuti, dall'Albania o dalla Romania, che ancora non erano riusciti a detronizzarlo.
Era ancora lui che comandava nel quartiere di San Siro e nell'annesso decadente ippodromo.
Stando al casellario giudiziario aveva da poco inanellato il 70esimo giro di calendario, eppure ne dimostrava qualcuno in pi.
La pelle rugosa, i capelli imbiancati.
Del resto il carcere invecchia e De Vitis aveva scaldato le scomode brande di San Vittore per quasi un decennio.
Meno di quanto avrebbe dovuto farsi un soggetto del genere, da ergastolo se non da 41 bis.
Ardig lo scrut dal basso della scalinata.
Lo notarono prima i due brutti ceffi, che si agitarono, poi il boss, che invece rimase impassibile.
Prima di fargli un impercettibile segno di salire.
Una quindicina di gradoni e furono faccia a faccia.
" venuto a puntare? Alla quarta corsa c' Titan Lewis, su quello va sicuro come vincente", sibil De Vitis, con la solita irritante arroganza.
"Grazie per la dritta", lo rimbalz Ardig.
"Per sono venuto qui per lui."
Gli allung la foto segnaletica di Vito Crialesi.
Il vecchio malavitoso la esamin per un istante.
Poi valut: il commissario era solo.
Senza uomini, senza divise, senza sirene.
E poi lui non aveva nulla da temere.
Aveva le spalle coperte e il culo parato dall'alto.
Quel commissario era venuto da solo, per parlare.
Non l, per.
Era il Cardinale a decidere dove, come e quando. Era sempre stato cos.
"Stasera alle 22, si ricorda il bar dell'ultima volta?"
"Certamente, a stasera."
Riguadagn l'uscita senza puntare su Titan Lewis.
Sicuro che avrebbe vinto.
Un'ora dopo il tenente Fontana era nel piccolo atrio del municipio di Montisola.
In mano la fotocopia della carta d'identit di Cristian Bucchioni, nato a Milano nel 1965, residente presso il monastero della Madonna della Ceriola, presso la frazione di Cure nel comune di Montisola.
Il resto avrebbe dovuto scoprirlo una volta rientrato a Milano.
Un'impiegata comunale, gentile e sorridente, stava allungandogli un foglio per una firma su una ricevuta.
Si era qualificato come ufficiale dei Carabinieri e aveva chiesto e ottenuto informazioni coperte dalla privacy.
Sentiva la testa pesante e le gambe molli.
E una brutta sensazione a graffiargli la pelle.
La donna percep il suo stato di umore.
"Va tutto bene?"
"S, s, forse ho camminato troppo e sono un po' stanco", gliss Fontana.
"Beva qualcosa, le far bene. Anzi, se le va le faccio compagnia."
Annu. Uscirono nella piccola piazzetta e si accomodarono ai tavolini dell'unico bar.
Il barista si materializz in un paio di secondi.
Ordinarono succhi di frutta: c'erano solo all'albicocca.
Un minuto dopo Fontana sorseggiava il denso liquido arancione.
La testa altrove, gi rivolta alla ricerca che lo attendeva a
Milano.
L'impiegata, che si era presentata come Angela, era in vena di conversazione.
"Lo conosco il Cristian, sa? Ho fatto io le pratiche per i suoi documenti", raccont.
"Che tipo ?"
"Un bell'uomo, uno cos potrebbe fare l'attore nelle fiction", rispose di getto.
Fontana sorrise, indulgente.
"Volevo dire che tipo di persona ."
"Ah... un bravo ragazzo, cio ormai ragazzo non pi... bravo, educato, sempre a modo. Peccato vesta sempre un po' cos, come se dovesse fare i mestieri."
"E avete parlato qualche volta?"
"Poco, non  mica uno che parla tanto. Poi stando con quei frati lass, quelli sono sempre zitti..."
"Uhm, deduco non avesse amici e neppure una fidanzata", constat Fontana.
"Non so, una fidanzata non credo. Anche se era girato qualche pettegolezzo su quella ragazza di Iseo, ma erano solo voci..."
"Quale ragazza?"
Angela arross, imbarazzata.
"No, per piacere, non mi faccia parlare, non sono una di quelle che spettegola dei fatti altrui".
"Mica stiamo spettegolando, sono un carabiniere e sto cercando informazioni su una persona. Mi aiuti. E ovviamente le assicuro la mia massima discrezione."
L'impiegata annu poco convinta.
"Erano solo voci. Comunque c' questa tizia di Iseo, una separata... sa come sono quelle separate, no?"
Sembrava quasi che lo stesse prendendo in giro, considerando che si era separato solo da pochi giorni...
Evit di farglielo notare, per non imbarazzarla ulteriormente.
"Tipo la classica milf in cerca di compagnia?"
"No, no, quale milf. Una brava ragazza, per carit. Una seria. No, semplicemente era diventata molto amica con il Cristian."
"E veniva spesso qui sull'isola?"
"Beh, ma lei ci lavora qui, per dall'altra parte, sa? Fa la contabile al vivaio di Peschiera."
"Quello dove hanno assunto anche Cristian?"
"S, certo, anzi credo sia stata lei a trovargli quell'impiego. Poi  chiaro che Cristian  molto bravo, lo sa che gli ulivi intorno al monastero li ha piantati e cresciuti tutti lui?"
Fontana termin il succo di frutta e prov a riordinare le idee.
"Come si chiama questa donna?"
Angela ci pens un istante.
"Samuela.... No, no. Samantha. Come quella che hanno mandato sulla luna."
No, la Cristoforetti non era sulla luna ma semplicemente in una base orbitale nello spazio.
E per fortuna neppure questa Samantha era sulla luna.
"Quanto  lontano questo vivaio?"
" a Peschiera,  dall'altra parte dell'isola..."
Lo disse come se si trattasse di un "coast to coast" Atlantico-Pacifico.
Il tenente le allung la mano e sorrise.
Era ancora in grado di farsi altri quattro chilometri a piedi.
L'azienda florovivaistica sorgeva appena fuori dal piccolo borgo di Peschiera, incamminandosi sulla sponda che conduce all'altra frazione di Sensole.
La individu proseguendo sulla strada comunale che costeggia l'isola, il cosiddetto periplo.
Una recinzione separava le piante dagli sguardi dei visitatori.
Entr nella strada sterrata che portava al cancello di ingresso, raggiunse lo spiazzo adibito a parcheggio e si incammin verso la porta della tensostruttura in plexiglas dove erano contenuti i fiori e i vasi di piante da balcone.
Dieci minuti e due chiacchiere con uno degli inservienti erano stati sufficienti.
Il Cristian di cognome faceva Bucchioni aveva spiegato l'uomo.
"Per non  che proprio lavora qui da noi. Ci aiuta con gli innesti degli ulivi e adesso  gi a Milano per l'Expo, ma dovrebbe aver finito ormai."
"A Milano?"
"S, qui non si vede da un pezzo. Se lo vede me lo saluti ?", si raccomand.
Decise di provare a tastare il polso al proprietario, stavolta sfoggiando il tesserino di ordinanza.
Stava calando il sole e mentre si godeva il breve tragitto di navigazione da Montisola a Iseo il tenente Fontana tracciava un bilancio della giornata.
Non aveva trovato Samantha, che da un paio di giorni non si era presentata al lavoro.
Il responsabile del vivaio era stato piuttosto brusco e non gli aveva neppure fornito un numero di telefono della donna.
Ed era sembrato parecchio infastidito dalla visita di un ufficiale dei carabinieri.
Mentre il traghetto fendeva le acque, ora pi scure, Fontana rifletteva.
Iseo non  una metropoli, per rintracciare Samantha ci avrebbe messo un minuto, con il giusto aiuto.
E visto che era arrivato fin l non poteva certo tornarsene a Milano a mani vuote.
All'attracco aveva deciso.
Stavolta, per, non avrebbe fatto tutto da solo.
Scese all'imbarcadero e a piedi, tanto per martoriare ancora un po' le sue gambe, si diresse verso la stazione locale dei Carabinieri.
Due ore dopo la giornata lacustre del tenente Fontana andava finalmente in archivio.
Insieme a un mal di piedi lancinante e a una stanchezza pi mentale che fisica.
Una giornata in chiaro-scuro, ragionava, mentre, stanchissimo, guidava tra le colline della Franciacorta cercando di riordinare le idee.
Era arrivato fin l alla ricerca di questo fantomatico Cristian, ignaro del vaso di Pandora che stava scoperchiando, e tornava deluso.
Samantha si era dileguata.
Da due giorni non si presentava al lavoro e un informale passaggio del maresciallo Sorvino, il comandante della stazione locale, dal cognato della donna era stato sufficiente ad appurare che a casa non la vedevano dalla domenica e anzi erano piuttosto preoccupati per la sua improvvisa sparizione e stavano addirittura ragionando di sporgere denuncia per scomparsa.
Sorvino li aveva convinti a soprassedere fino alla mattina successiva, nel frattempo se Samantha si fosse fatta vedere o sentire avrebbero dovuto avvertirlo immediatamente, anche di notte.
"Secondo me  insieme a questo Cristian, a casa sua o in qualche motel", aveva sentenziato il collega.
Prima di aggiungere: "Gran bella donna, molto sfortunata, prima ha beccato il peggior marito possibile, poi si  incupita e chiusa in se stessa. E adesso magari si  impegolata con questo matto..."
Ora, all'imbocco dell'autostrada, Fontana provava a immaginarsi questa Samantha, ripensando alle parole dell'impiegata del Comune di Montisola e a quelle del maresciallo.
Una donna sfortunata, dal cuore lacerato, forse alla ricerca dell'amore perfetto, quello che l'avrebbe riscattata dalle delusioni patite.
E chi meglio di un giardiniere dagli occhi verdi e il volto angelico, dal cuore puro e dai silenzi indecifrabili?
Un bel tenebroso, peccato nascondesse orribili segreti sotto quell'aspetto fascinoso.
Segreti ignorati anche dai carabinieri di Iseo, per cui Cristian era un perfetto sconosciuto.
Si chiese se Samantha sapesse davvero chi era Cristian.
Realizz in quell'istante che neppure lui lo sapeva.
Ne ignorava persino il cognome.
L'indomani tramite la caserma di Affori avrebbe avviato una discreta ricerca per sapere tutto il possibile di quest'uomo misterioso.
Di nuovo quel piccolo bar di piazzale Siena.
Quello in cui si erano incontrati una sera di un anno e mezzo prima.
Faceva freddo quella volta, Natale era alle porte e Ardig incubava un raffreddore che stava per esplodere in una brutta influenza.
Stavolta c'erano oltre venti gradi e il finestrino dell'Alfa era rimasto tirato gi a met per tutto il tragitto.
Per il resto tutto come la volta precedente: un bar di periferia, anche se l non era ancora periferia, ma neppure centro.
Un limbo intermedio, l'inizio del quartiere di San Siro, case popolari e fatiscenti da una parte, ville incastonate nel verde e piccole palazzine eleganti dall'altra, un mix di degrado e lusso nel raggio di quei pochi chilometri, dove il vecchio boss pugliese regnava incontrastato da almeno un ventennio.
Chi aveva provato a fargli le scarpe stava sotto tre metri di terra oppure stava ancora leccandosi le ferite.
Quelli della Mobile e quelli della Digos, pur avendo prove su prove per sbatterlo dentro per spaccio e gioco d'azzardo, e poi alla sbarra di un tribunale, preferivano non toccarlo, questione di convenienza reciproca.
Il Cardinale era una sorta di male minore, come quei dittatori che per un'eternit avevano regnato su Paesi perennemente tumultuosi, come Mubarak in Egitto o Gheddafi in Libia: con loro non c'era libert ma c'erano ordine, pace, benessere economico, scambi commerciali.
Una volta caduti, con la "primavera araba" fomentata dall'Occidente poco lungimirante, era stato il caos disastroso: guerre civili, sangue, morti, l'economia ferma, il commercio bloccato, i tagliagole dell'Isis che iniziavano a farla da padrone, gli scafisti a riempire i barconi di disgraziati da spedire dall'altra parte del Mediterraneo.
Per questo il Cardinale restava l, meglio lui, a garantire un onesto tran tran di spaccio tra piazzale Selinunte e piazzale Segesta, e di racket, oltre al business del toto nero all'ippodromo, che avere una sanguinosa faida tra clan per conquistarsi il controllo di quel quartiere difficile e popoloso.
Anche se poi nessuno era immortale: il sole del Cardinale un giorno sarebbe tramontato, ma per ora lui era l, in un tavolo in fondo, addossato alla parete a proteggergli la schiena, a farsi un solitario.
Vestiva in giacca blu e camicia bianca sbottonata fino allo sterno, esibiva anelli, bracciali e catenina d'oro puro, come il rolex al polso, e la solita grinta da duro nonostante le rughe accumulate in sette decenni di vita.
A circumnavigare il collo taurino una catenina tipica dei malavitosi, con la medaglietta con le tre scimmiette dell'omert, la prima con la mano sugli occhi, la seconda sulle orecchie e la terza sulla bocca.
Non vedo, non sento e non parlo.
L'undicesimo comandamento dei criminali.
Un paio di guardaspalle, diversi da quelli intravisti nella tribuna dell'ippodromo, anche loro sui cinquant'anni, a sorvegliarlo discretamente da qualche metro di distanza.
Ardig si avvicin con circospezione, osservando i due energumeni che lo squadravano con minacciosa espressione cagnesca.
De Vitis, invece, non lo degn di uno sguardo per almeno dieci secondi, finch il commissario non domand con voce ferma: "Posso accomodarmi?".
Il boss annu, senza scomodarsi ad alzarsi e stringergli la mano.
"Cosa beve?"
Avrebbe volentieri risposto un rum, ma quello non era quel tipo di posto.
E nemmeno quel tipo di occasione.
"Un amaro va benissimo."
Il Cardinale fece un cenno con la mano.
I suoi uomini avevano le orecchie lunghe: avevano sentito benissimo e riferirono al barman.
Che pochi istanti dopo, silenzioso e quasi invisibile, depositava sul tavolo due bicchierini e una bottiglia di Fernet senza tappo.
Il commissario valut come rompere il ghiaccio.
Il boss lo anticip.
"Oggi, non mi ha sorpreso di vederla venire da me all'ippodromo. Lo sapevo che sarebbe venuto a bussare alla mia porta."
"E come faceva a saperlo?"
"Invecchiando si affina il sesto senso, si diventa un po' come quei veggenti che leggono le carte..."
"Quelli vedono il futuro, io sono qui per via del passato", lo attacc frontalmente il commissario.
"Il passato  passato, morto e sepolto, con una pietra sopra che  meglio non spostare mai", filosofeggi l'ultimo dei capi della mala milanese di una volta, l'ultima appendice di un passato che non esisteva pi eppure attraverso quel vecchio delinquente, e il suo clan, si ostinava a sopravvivere nel secolo 2.0.
"E invece sono qui proprio per questo. Se lo ricorda?", lo stuzzic Ardig, riproponendogli un'altra delle foto segnaletiche di Vito Crialesi, dopo quella che gli aveva lasciato qualche ora prima durante il brevissimo scambio di battute avvenuto sulla tribuna dell'ippodromo.
"Non ho buona memoria per le facce, magari l'avr incontrato qualche volta. Cosa vuole che le dica? Di gente ne ho incrociata cos tanta in vita mia e mica me li posso ricordare tutti", borbott De Vitis, che intanto ostentatamente continuava nel suo solitario, con irritante indifferenza.
"Strano che non lo ricordi, questo qui. Forse la sua memoria perde i colpi."
"Pu darsi, se mai ci arriva alla mia et capiter anche a lei... E comunque, perch dovrei ricordarmelo?"
"Per questo."
Stavolta gli allung una delle foto del cadavere di Crialesi arso nella Fiat 127.
"A questo poveraccio lei prima ha tagliato quattro dita, nel 1974, e poi, qualche anno dopo, ha tagliato il cazzo prima di bruciarlo vivo."
Per un istante cal il silenzio, rotto soltanto dal rumore di una carta da gioco girata e fatta cadere sopra le altre.
"Parole. Parole. E con le parole non ci fai nulla."
"Questi sono fatti e lei lo sa benissimo. Comunque qui non siamo in tribunale, altrimenti non saremmo qui con un bicchiere davanti al naso, no?"
"Io in tribunale non ci torner mai e lei lo sa benissimo", sbuff il malavitoso.
"Lo so", replic gelido il poliziotto.
" venuto qui per farmi dei discorsi?", domand, quasi annoiato, il boss.
"No, sono venuto per questo", ribatt il commissario facendo scivolare sul tavolo la foto ricevuta nella terza lettera inviatagli dall'assassino: il volto terrorizzato di un bambino che stringeva tra le manine la prima copia del "Giornale nuovo" and a planare su denari e bastoni.
Il Cardinale non mosse un muscolo facciale, ma gli occhi erano l, incollati su quel faccino pallido e su quegli occhi che urlavano di paura.
Afferr la bottiglia, si vers tre dita di Fernet e le ingoll con un sorso.
Poi torn a fissare quel viso, come se quel fanciullo lo avesse l davanti agli occhi.
"Non bisogna mai toccare le creature, chi lo fa  un fetente", sentenzi.
"Qualcuno invece lo ha fatto, qualcuno che lei conosceva bene."
"Cosa vuole, commissario?"
"Fare giustizia e per questo ho bisogno del suo aiuto."
De Vitis tir un'altra occhiata alla foto, poi si vers dell'altro amaro che tracann pi lentamente, come se facesse uno sciacquo gengivale.
"E perch dovrei aiutare uno sbirro?"
"Perch lei sostiene di essere un uomo d'onore e qui - indic la foto - di onore non ne vedo."
L'uomo si strinse nelle spalle.
"E poi quando abbiamo parlato l'ultima volta lei mi disse di quanto era importante il rispetto nel vostro ambiente, lo ricorda?"
De Vitis finalmente afferr la foto del cadavere carbonizzato di Crialesi.
"Commissario,  una storia vecchia. E abbiamo gi fatto noi pulizia, a tempo debito. Lei arriva con trent'anni di ritardo. Ora si dia pace e mi lasci finire la mia partita."
Abbiamo. Noi. Inteso come lui, nei panni dell'esecutore, e Turatello in quelli del mandante.
"No, De Vitis, non  una storia vecchia. Provi a indovinare chi mi ha inviato questa foto."
Il Cardinale scosse la testa, quasi infastidito.
"Non mi sono mai piaciuti gli indovinelli."
"Bene, allora le racconto io questa storia. Quarant'anni fa tre operai con pochi soldi in tasca incontrano un piccolo malavitoso di mezza tacca, uno dei vostri, Vito Crialesi, e insieme decidono di organizzare un sequestro lampo di un bambino. Posso immaginare che i tre siano i basisti, quelli che sanno tutto della famiglia, disponibilit finanziarie, orari, abitudini... mentre Crialesi sar il braccio armato, quello che materialmente esegue il sequestro e detta le regole. In ogni caso fanno tutto per bene, senza il ciocco, e la famiglia infatti non sporge denuncia."
De Vitis lo guard in tralice, senza commentare o replicare.
Ardig prosegu: "Non sappiamo quanti giorni dura il sequestro, per possiamo supporre che la famiglia paghi un riscatto, il cui ammontare non riesco a quantificare, e la banda si divide il bottino. I tre operai si licenziano dai loro posti di lavoro e cambiano vita, diventando improvvisamente commercianti o altro. Crialesi invece paga il conto per tutti".
"Che conto?"
"Lo sa benissimo. Il suo boss, Turatello, non ha gradito che una simile porcheria possa essere stata compiuta da uno dei suoi uomini e quindi possa essere stata accostata al suo nome, allora incarica uno dei suoi uomini pi fidati, ovvero lei, De Vitis, di impartire una lezione che Crialesi ricordi ogni giorno della sua vita. E lei esegue con ferocia staccandogli quattro dita."
Come sempre il vecchio boss non mosse un muscolo facciale.
Per cui Ardig continu: "Poi sei anni dopo Crialesi combina un'altra cazzata, deduco molto grossa, e Turatello si incazza di brutto, ordinandole di somministrargli una punizione terrificante."
Il boss, tanto per cambiare, non replic nulla.
"A me - continu Ardig - di questo Crialesi non frega nulla,  un'indagine chiusa e archiviata. I reati sono prescritti e lei lo sa benissimo. Come ha detto lei prima:  un passato morto e sepolto. E i suoi conti con la giustizia lei li far con il padre eterno, se ci crede, ma non con i nostri tribunali, non per questo omicidio."
"E allora che vuole?"
"Lo sa benissimo cosa voglio. Voglio il bambino di questa foto che  cresciuto, che si  fatto cattivo ed  tornato da chiss dove per fare giustizia dei suoi carcerieri. Che ignoro quanti fossero. E quanti siano ancora vivi."
De Vitis ridacchi.
"E perch lo viene a raccontare proprio a me?"
"Perch lei, De Vitis,  l'unico che pu aiutarmi a fermare questa mattanza."
Il vecchio boss lo fiss dritto negli occhi, per qualche interminabile istante, come per leggergli nell'animo.
Quindi riprese la bottiglia di Fernet e riemp il bicchiere del commissario.
"Beva", intim.
Ardig intu che era una specie di segnale diplomatico, quasi una sorta di messa in prova.
Butt gi il Fernet tutto di un fiato.
Il vecchio malavitoso annu.
"Con lo sbirro non parlo. Per con l'uomo s. Decida lei, ma senza farmi perdere tempo che non ne ho."
Il capo della Omicidi replic immediato.
"D'accordo, le ho gi dato la mia parola che dell'omicidio di Crialesi non mi importa nulla. Io non sono mai stato qui e non ho mai parlato con lei, come del resto l'ultima volta, no?"
De Vitis annu nuovamente e lo guard in faccia.
"E va bene... pressappoco le cose sono andate come ha detto lei. Con qualche differenza. Francis quando venne a sapere del rapimento si arrabbi, ma il danno ancora si poteva riparare senza troppo rumore, per cui ordin a Crialesi di liberare subito il bambino e restituirlo alla famiglia. Quelli erano solo ladri di galline e infatti lo custodivano in una cascina dalle parti del Niguarda dove ci stava solo qualche barbone ubriaco..."
Ardig rabbrivid: la cascina di Pratocentenario.
Nella sua mente riecheggiarono le parole dell'ex farmacista di piazzale Istria.
C'era un vecchio strambo che diceva di aver visto un bambino incatenato, sotto in una cantina, che urlava e piangeva. E poi uomini incappucciati che giravano di notte...
Altro che leggenda di quartiere.
"...e Crialesi disse che avrebbe liberato subito il piccolo. A quel punto la cosa si risolveva l e al massimo Francis lo avrebbe fatto menare di botte, cos, come lezione, ma mica altro. E invece Crialesi ha fatto il furbo, ha detto che liberava il bambino, invece  andato avanti con il sequestro per qualche giorno ancora, fino a quando la famiglia ha pagato il riscatto che doveva essere intorno ai 250 milioni. Pensava di essere il pi furbo di tutti."
"E invece Turatello lo ha saputo."
"Francis era il padrone di questa citt. E quando ha saputo che lo aveva preso per il culo mi ha ordinato di fargli quello che lei sa, di tagliargli le dita, in modo che tutti lo vedessero con i moncherini e ricordassero cosa succedeva a chi faceva il furbo con Francis."
"Come fa a sapere che erano circa 250 milioni?"
"Perch si erano spartiti circa 60 milioni a testa. Quelli di Crialesi li prendemmo io e un socio dopo avergli fatto il lavoretto e li portammo a Turatello, che fece fare 60 buste con dentro un milione da far avere alle mogli di alcuni compari che stavano in casanza. In modo da far del bene, da fare una cosa pulita con quei soldi sporchi."
Far del bene... ovvero dare i soldi alle famiglie dei galeotti, mica ai bambini che morivano di fame in Africa... una strana idea di fare del bene.
"Uhm... e perch non li avete restituiti alla famiglia quei soldi?"
"Quelli di soldi ne tenevano comunque e quei milioni in pi o in meno a loro mica gli cambiavano qualcosa. E poi mica erano affari nostri."
Erano arrivati al dunque, al vero motivo di quell'assurda chiacchierata ufficiosa tra un boss che controllava lo spaccio e le scommesse all'ippodromo di San Siro e il capo della squadra Omicidi, che avrebbe dovuto infilargli le manette e non berci un Fernet come fossero vecchi amici.
"De Vitis, mi dica chi  questo bambino. Come si chiama?"
Il malavitoso scrut la foto del bimbo rapito.
"Dopo tutti 'sti anni il nome mica me lo ricordo... gi l'ha detto lei che non c'ho pi memoria."
Ardig si rabbui per il vicolo cieco in cui lo aveva cacciato.
Eppure non poteva arrendersi.
"Uno come lei sa sempre tutto, dove posso trovarlo questo qui?"
Stavolta De Vitis non si scompose.
"Ho detto che non me lo ricordo. Non me lo faccia ripetere."
Non gli avrebbe cavato nessun'altra parola.
Ne era sicuro.
Si alz di scatto, quasi tramortito.
Il boss lo fiss un istante in tralice.
Poi sibil tra i denti.
"Se mi ricordo bene, lei ha sempre quel cane cos conciato, vero?"
"S, perch?"
Il malavitoso prese il bicchiere e lo osserv in controluce.
"Ne avevo uno anch'io tanti anni fa, quando ero giovane. Stava nella nostra masseria in Puglia, un lupo, bello, forte. Se qualcuno che non doveva si avvicinava ai terreni nostri quello gli mostrava i denti ed erano dolori... ma con chi ci voleva bene erano solo feste, leccava tutti, manco fosse un cucciolo."
Il commissario lo fronteggi, senza comprendere a cosa si riferisse.
Per cui lo lasci continuare.
"Che bella bestia che era. Buono, fedele, il migliore amico. Poi per, un giorno, si  fatto vecchio e qualcosa gli  saltato nella testa, come una valvola che va in corto circuito, ed  uscito pazzo, non distingueva pi chi era amico e chi no. Mi capisce? Era diventato un pericolo, andava tenuto a catena e se si liberava erano guai per tutti..."
Cominci vagamente a intuire dove voleva andare a parare.
"E lei cosa ha fatto?"
"Ci volevo bene a quel cane e vederlo cos mi faceva soffrire per lui. Cos un giorno gli ho dato da mangiare tanta carne, per distrarlo, per renderlo pi tranquillo... e mentre quello era l che mangiava io ho preso una mazza, gli sono arrivato dietro e gli ho spaccato la testa... Pum... Un paio di colpi e ha smesso di soffrire per sempre. Meglio per tutti, meglio anche per lui. Io ci volevo bene, ci ero affezionato, ma quando una bestia  pericolosa devi fare una scelta. Certo ci vogliono le palle per farlo e se non le tieni le palle..."
Ardig titub, indeciso su cosa rispondere.
"Presto vedremo se lei le tiene le palle, commissario, o se invece  capace di fare solo chiacchiere come stasera", concluse sibillino il boss.
Un bizzarro congedo.
Un messaggio che faticava a decifrare.
Sotto lo sguardo ostile dei due guardaspalle Ardig usc e riguadagn l'aria aperta come fosse un sub emerso dopo una lunga apnea.
Milano lo accolse con un bel cielo punteggiato di stelle.
La citt era in pace con se stessa e si preparava a dormire il sonno del giusto.
Il commissario aveva la testa gonfia come un pallone e si sentiva ribollire le viscere.
Lo attendeva una notte che prevedeva insonne.
A riflettere sul messaggio in codice che il Cardinale gli aveva lanciato.
...
.
...
10.
...
.
...
Cristian era ancora vestito, come quando avevano cominciato con le effusioni.
Solo la camicia sbottonata.
Guard Oksana immersa fino al busto.
I capelli biondi, gli occhi chiari, i seni che ondeggiavano nella schiuma.
Avvertiva l'agitazione che cresceva dentro di lui.
E un senso di vertigine che gli faceva fischiare le orecchie.
Poi vide quel sacchetto giallo dell'Esselunga che lo chiamava.
E sent i primi colpi di cannone.
Tuoni, il temporale si stava scatenando.
Fuori. E anche dentro di lui.
Un altro tuono, poi un altro, quindi la luce improvvisa di un fulmine caduto poco lontano.
Un flash. Quel flash.
Una fitta dolorosa lo sconquass dentro.
Come una puntura nel cuore.
Per un istante la stanza ruot intorno a lui.
Le pareti danzavano impazzite, come in un giro tondo, e non si fermavano.
I suoi fantasmi erano scappati dall'angolo buio in cui li aveva confinati tanti anni fa e ora volteggiavano cattivi nella sua testa.
Li sentiva urlare, gridare, sbattere contro le pareti craniche.
Un altro fulmine fuori dalla finestra. E un altro tuono.
I fantasmi intanto gridavano, furiosi, crudeli.
La vista gli si annebbi.
Un velo rosso cal sugli occhi, poi divenne nero.
L'agitazione esplose improvvisa trasformandosi in furia.
Come quella del temporale da poco scoppiato.
Pochi secondi appena, meno di un minuto.
Quando riapr gli occhi era tutto finito.
Il buio se ne era andato.
I fantasmi erano fuggiti chiss dove, le voci avevano smesso di fare baccano e nella sua testa finalmente c'era silenzio. C'era pace.
Anche lei non si muoveva pi.
Era scivolata nell'acqua, la testa coperta dal sacchetto.
Fuori non tuonava pi e la pioggia scrosciava rasserenante.
Cristian croll sul pavimento, si accasci con la schiena contro il bordo della vasca e scoppi a piangere.
Come quando era bambino.
Le lacrime lo aiutarono a calmarsi.
Rimase accasciato qualche minuto.
Poi si tranquillizz.
Ritrov la sua quiete dopo la tempesta.
E anche fuori sembrava tutto calmo.
Nessun fulmine, nessun tuono.
Anche la pioggia era cessata.
Il temporale se ne era andato.
Guard l'orologio. Mezzanotte.
L'ora delle streghe. Per le sue erano gi venute a trovarlo ed erano gi scappate via.
Sarebbero tornate, ormai lo aveva capito, ma non quella sera.
Intanto stava riacquistando lucidit.
Passarono altri minuti, lenti o veloci, non riusciva a capirlo.
Ma comprese di aver bisogno di aiuto dall'unica persona al mondo, e in quella citt, che poteva darglielo.
Il numero di telefono lo ricordava a memoria.
Torn in sala da pranzo.
La borsetta di Oksana era l, prese il telefono per comporre il numero, ma si trattenne dal premere il tasto con la cornetta verde.
Il telefono, la prima cosa che quelli l avrebbero controllato...
Stacc la batteria e lo scaravent sul divano dove rimbalz sul velluto.
Apr la porta e corse per poche centinaia di metri, attraversando la piazza di Greco.
Si incoll al citofono.
Trenta secondi dopo una voce catarrosa rispose affannata.
E ansiosa.
"Che cosa succede?"
"Ho combinato un guaio."
...
.
...
Milano, mercoled 22 aprile 2015.
...
.
...
Aveva dormito pochissimo.
Come sempre, ormai.
Alle sei era gi fuori a correre.
Quasi scappasse dalle parole del Cardinale che lo inseguivano nonostante aumentasse il ritmo passo dopo passo, senza lasciargli respiro.
Ma non scappava solo dalle parole del malavitoso: fuggiva anche da tutte le brutture che aveva intorno da troppo tempo.
Troppi morti a infestare i suoi incubi.
Diurni e notturni.
E troppo poco quel misero rimedio, un'ora a pestare i marciapiedi della Circonvallazione per scacciare gli spettri, circondato dai soliti cartelloni inneggianti a "Nutrire il pianeta - Energia per la vita".
Poi il solito rituale, con le flessioni, la doccia, la barba, una banana a casa e una brioche alla marmellata al bar insieme al caff espresso e alla solita razione di nicotina, indispensabile per riattivare la sua circolazione cerebrale.
Quindi mezz'ora di lettura dei quotidiani e le solite telefonate.
In testa rimbombavano sempre le frasi sibilline del Cardinale e quella cazzo di storiella del cane rabbioso che era stato costretto a sopprimere.
Cosa aveva voluto trasmettergli con il suo codice da malavitoso vecchio stampo?
 chiaro che il boss di San Siro era a conoscenza di qualcosa che a loro sfuggiva.
Il famoso trattino che gli avrebbe consentito di completare il percorso cifrato e dare vita alla figura nascosta.
Sent bussare e dalla porta spunt Pinton.
"Ci hanno girato una segnalazione per la scomparsa di una donna", sentenzi, con tono lugubre.
"Scomparsa o morta?", chiese irritato il commissario.
"Per ora soltanto scomparsa, da domenica", rispose il vice.
"E allora perch rompono le palle a noi? Mica siamo l'ufficio Scomparsi, si rivolgano alla Mobile."
"La segnalazione arriva da loro e c' un problema."
"Un altro? Avanti, sentiamo."
"Questa tizia collabora con l'Expo." Il commissario deplorava i bestemmiatori, eppure mentalmente gli scapp un'imprecazione rivolta ai piani alti del cielo, direttamente al padrone del vapore.
"Cosa sappiamo di questa donna?"
"Intanto che si chiama Samantha Spaggiari, ha 46 anni e risiede a Iseo e lavora in un centro florovivaistico locale che ha vinto una delle commesse legate alla piantumazione nel sito espositivo dell'Expo."
La piantumazione nel sito Expo...
"Cazzo!"
Il capo della Omicidi si limit a commentare con quella parolaccia, che ormai utilizzava costantemente nel suo normale intercalare.
Pinton annu, intuendo i pensieri che stavano rincorrendosi nella testa del suo capo: "Doveva certamente conoscere la Spirova perch, stavo arrivandoci, la sorella, che ha sporto denuncia ai Carabinieri per la scomparsa, ha specificato che la donna nelle ultime settimane era stata numerose volte a Milano proprio per seguire i lavori di piantumazione dei loro prodotti, pare siano specializzati in ulivi".
Effettivamente di ulivi ne aveva visti parecchi durante il suo sopralluogo nel sito espositivo.
Intanto Pinton proseguiva a snocciolare informazioni: "Il
vivaio si trova sempre nei pressi di Iseo e questa Spaggiari da luned non si  presentata al lavoro".
"Sono stati i colleghi del vivaio ad allarmarsi?"
"Questo non lo so, tieni conto per che la donna abita in una villetta familiare con il fratello e la sorella e le famiglie di questi ultimi, pertanto suppongo che siano stati loro, non vedendola rincasare, ad allarmarsi."
Nel frattempo ad allarmarsi era il commissario: troppe coincidenze e lui alle coincidenze non era abituato a crederci.
"Dai, prendi la macchina, facciamo un salto a Iseo a sentire questa sorella. Intanto spedisco Santoni al sito Expo per fare due chiacchiere con i capoccia e avere la conferma che questa Spaggiari e la Spirova si conoscevano."
Alle 10 del mattino il traffico sulla A4 in direzione Bergamo era scorrevole, a differenza che nell'altra direzione di marcia, quella verso Milano, dove i veicoli erano malinconicamente incolonnati in un'interminabile fila che non lasciava speranza a coloro che dantescamente erano entrati in quella trappola di asfalto a quattro corsie.
Pinton, confermando la sua nota abilit al volante, spinse a tavoletta l'Alfa 159, cos appena cinquanta minuti dopo inchiodavano le gomme davanti a una villetta nella parte "posteriore" di Iseo, quella che non affaccia sul lago inerpicandosi verso le alture su cui scorre la strada provinciale che conduce in valle Camonica.
Scesero dalla macchina e immediatamente notarono un solerte carabiniere che accorreva nella loro direzione: quelli dell'Arma erano gi stati informati via radio del loro arrivo e il militare puntualmente veniva a prenderli in consegna per accompagnarli.
Pochi passi ed ecco la villetta, due piani e un giardino recintato, punteggiato di betulle e ornato da qualche siepe.
In un angolo una veranda in legno con tavolo e panche, sempre di legno, e intorno, disseminati alla rinfusa, biciclette, pallone e giocattoli vari.
Si accomodarono al piano terra, entrando in un'accogliente cucina rustica, con camino, dove erano raggruppati due uomini e due donne dall'aria preoccupata, sorvegliati da un graduato dei Carabinieri che si present come maresciallo Sorvino.
Dalle presentazioni realizzarono che erano il fratello e la sorella della donna sparita e i rispettivi coniugi.
Fu la sorella, Michela, a prendersi l'onere delle spiegazioni, resocontando i fatti: luned mattina si era accorta che la sorella non era rientrata a casa a dormire, come avveniva abitualmente.
E non aveva avvertito del suo mancato rientro.
L'ultima volta l'aveva vista la domenica mattina quando si era recata in chiesa per la messa, dove aveva specificato che non mancava mai.
Poi basta. La mattina del luned, dopo averla vanamente cercata al vivaio in cui era impiegata, per alcune ore l'aveva tempestata di telefonate sul cellulare sempre irraggiungibile, con una crescente preoccupazione sfociata in un vero e proprio allarme quando la notte tra il luned e il marted la donna non era rincasata.
Fino alla decisione, presa soltanto nel tardo pomeriggio di marted, di coinvolgere i Carabinieri locali.
Le ricerche erano state avviate prima nella zona di Iseo, poi di Brescia e Bergamo, per poi estendersi anche all'area di Milano.
E proprio in quei momenti, li inform il maresciallo dei Carabinieri, i colleghi del comando provinciale di Milano avevano rinvenuto la macchina della scomparsa, una Fiat Cinquecento, presso il parcheggio a pagamento di Cascina Gobba.
L'auto risultava essere entrata nel posteggio alle 16,40 di domenica 19 aprile e non essersi mai pi mossa da l.
"Quello della Gobba  il parcheggio che utilizza mia sorella quando scende a Milano. Lei non  pratica della citt e ha paura a guidare in quel traffico l, allora posteggia la macchina e prende la metropolitana che tanto  l sotto", conferm la sorella con un accento simil bresciano che pi marcato non si poteva.
Intanto la cognata, silente come il marito, un omaccione dall'aspetto di un rugbista gallese o scozzese, era andata in cucina a preparare il caff, che serv poco dopo in un vassoio argentato con zuccheriera tazzine immacolate.
Il servizio buono, come se avessero ospiti di riguardo.
Ardig ormai detestava il caff fatto con la moka, quel liquido scuro e fumante, preferendogli quello del bar, denso e schiumoso, tuttavia per educazione lo sorb ugualmente e ringrazi.
Prima di partire con le domande di rito.
Come se la donna fosse gi finita all'altro mondo, e non per cause naturali, e il caso fosse di sua competenza, della sezione Omicidi, e non di quella Scomparsi.
La catena di telefonate aveva raggiunto Marco Fontana mentre stava spulciando fascicoli di archivio zeppi di polvere e umido.
Trasal quando quelli della stazione di Iseo lo avvertirono che un commissario della Omicidi della squadra Mobile di Milano stava recandosi al lago, per fare luce sulla scomparsa di Samantha Spaggiari.
Non aveva dubbi su chi fosse il commissario in questione...
Cosa poteva interessare ad Ardig e ai suoi uomini di quella donna, considerato che non stavano indagando sulla scomparsa del maresciallo Bucchioni?
Decise di mollare la ricerca sul rapimento del piccolo Cristian, e sui successivi delitti, e catapultarsi a Iseo.
"Quando  stato l'ultima volta che avete visto la signora?", domand Ardig, senza preamboli.
"Signorina - abbozz, imbarazzata la sorella -  separata da quattro anni. Vederla, beh... solo vederla... allora non la vediamo pi da domenica pomeriggio, quando l'abbiamo vista uscire con la macchina. Boh, saranno state le 16. L'ultima volta che abbiamo parlato, invece, come le ho gi detto, era quando  tornata dalla messa, a met mattina."
"Di che umore era? Sapete dove andava?", la incalz Ardig, rivolgendo lo sguardo anche al fratello e ai rispettivi consorti.
A rispondere fu sempre la Michela, evidentemente la portavoce della famiglia Spaggiari.
"Era strana, da un po' di giorni. Diceva di essere stanca
per il lavoro, perch aveva tante cose da fare. Era come se... ecco, come se avesse la testa da un'altra parte, come se fosse qui ma con la testa altrove."
Quella dei problemi lavorativi sembrava una scusa a uso e consumo familiare, ragion il commissario.
"...per il sabato era stata al centro commerciale e si era comprata un bel vestito nuovo con i pois rossi e delle scarpe rosse, con il tacco alto, ed era stata dalla parrucchiera per la messa in piega."
Un primo campanello d'allarme scatt nel cervello di Ardig, che per si trattenne dall'esternare le sue riflessioni.
La signora, anzi signorina, Samantha doveva essersi fatta bella per un'uscita interessante, probabilmente un appuntamento con un uomo.
O una donna se pure lei, nonostante i pregressi coniugali, era traghettata sulla sponda saffica...
"E non le ha detto dove andava?"
"No, pensavo andasse a Brescia con delle amiche, come fa ogni tanto..."
Pensava male, perch invece era andata a Milano.
"...ma ho chiamato sia la Sonia che la Graziella - e il commissario intu che dovevano essere le amiche - ma anche loro non la sentono da qualche giorno."
Lo squillo melodico di una musichetta "gingle" distolse l'attenzione dei presenti, era il cellulare del maresciallo che rispose monosillabico, alternando s e no al suo interlocutore, mantenendo un'indecifrabile espressione marmorea sul volto.
Quando chiuse la telefonata si rivolse al commissario e alla famiglia: "La Fiat Cinquecento non presenta segni di effrazione, non  stato rubato nulla perch ci sono i documenti del veicolo e numerosi cd musicali nel vano del cruscotto, mentre nel bagagliaio sono state rinvenute in un sacchetto delle scarpe modello ballerine di colore nero".
"Sono quelle che aveva quando  uscita domenica, la Samantha le usa sempre per guidare, perch con quelle con i tacchi non ci riesce", si affrett a spiegare la sorella.
Ergo la Spaggiari era arrivata a Cascina Gobba alle 16,40 della domenica pomeriggio, come risultava dal tagliando di ingresso, aveva parcheggiato la Cinquecento e l si era cambiata le scarpe, infilando probabilmente le scarpe rosse con il tacco alto acquistate il giorno precedente, quindi era scesa nella metropolitana per sparire chiss dove.
Prendeva corpo l'idea che si stava formando nella sua testa: la donna era venuta a Milano per un appuntamento e per questo si era fatta bella, andando dal parrucchiere e mettendosi il vestito buono con le scarpe con i tacchi alti.
Stava per porre un'altra domanda quando Sorvino lo precedette.
"Abbiamo gi sentito l'ex marito, lavora allo scalo di Orio al Serio per una ditta di spedizioni e al momento  in servizio, non sente l'ex moglie da mesi e non ha idea di dove possa essere."
"Figuriamoci, buono quello - intervenne per la prima volta il fratello, un armadio a tre ante con mani grosse come pale, finora muto come un pesce - con tutto quello che ci ha combinato ci manca solo che si faccia vivo. Gli spacco un badile qui - e indic la fronte - se solo si fa vedere quel bastardo."
"Perch, cos'ha fatto questo signore?"
Il fratello divenne paonazzo: "Cos'ha fatto? Prima la riempiva di corna con ogni ragazzetta che incontrava in aeroporto, poi se ne  andato via di casa per correre dietro a una hostess di quelle l e quando quella lo ha mandato al diavolo, perch non aveva pi un quattrino, voleva tornare qui a farsi mantenere dalla Samantha. E meno male che lei lo ha mandato via, se no lo prendevo a calci io fino al cancello".
Il maresciallo scosse la testa con aria complice, come dire, classiche beghe di famiglia.
Comunque era chiaro che quelli dell'Arma avrebbero indagato sul tizio.
"Mi aiuti a capire che tipo  Samuela, magari pu aiutarci nella ricerca."
"Samantha, non Samuela", lo corresse la sorella.
"Mi perdoni, le stavo dicendo che ci pu essere di aiuto per collaborare nella ricerca."
In realt voleva solo portarsi avanti con il lavoro.
Quello da capo della squadra Omicidi, non dell'ufficio Scomparsi...
" una ragazza tranquilla, che lavora, va in palestra, fa volontariato qui al centro per anziani..."
"Non ha una relazione?"
"No, no, di uomini non ne vuole pi sentir parlare. Figuriamoci, dopo quello che ha passato..."
Non ne era cos sicuro che avesse fatto professione di tardiva e imperitura castit, tuttavia evit di contraddirla.
Anche se non gli sfugg un cenno di intesa che la donna si era scambiata con il fratello.
Il quale, invece, pareva sul punto di dire qualcosa, ma si era trattenuto dopo averne incrociato lo sguardo.
Ardig decise di soprassedere. Per il momento.
"Questa casa  quella di famiglia, suppongo, no?"
"Certo, l'hanno costruita i nonni, noi abbiamo sempre vissuto qui."
"Anche sua sorella ha sempre vissuto qui?"
"E certo, e dove senn?"
"E da quanto lavora nel vivaio?"
Stavolta a rispondere fu il fratello: "Da quando ha preso il diploma di ragioniera, sono stato io a farla assumere, ci lavoravo anch'io, poi io mi sono stancato e ho aperto il negozio - esclam senza specificare il tipo di negozio, come se fosse un particolare di pubblico dominio - e lei  rimasta l,  brava con i clienti, ci sa fare. Va lei a proporre gli acquisti, gli ordinativi, tutte quelle cose l".
"E a Milano ogni quanto andava?"
"Prima ci andava poco, una volta al mese, magari un paio, poi adesso con quella roba l dell'Expo ci va di pi, anche due o tre volte alla settimana, per a lei non piace Milano, troppo traffico, troppa gente, si sta meglio qui a Iseo, c' il lago, l'aria qui  buona", concluse l'uomo.
Cominciava a farsi un'idea sulla Samantha.
Una sana ragazza di provincia, una con radici solide come le piante del vivaio dove lavorava, una tutta casa, chiesa e bottega, con pochi grilli per la testa, una che la sua badilata in fronte l'aveva gi cuccata da un marito infedele e fedifrago, fuggito per correre dietro a facili donzelle di facili costumi.
Fatte le dovute proporzioni una storia in qualche modo
simile a quella della povera Oksana, rottamata per un "prototipo" pi giovane di bionda baltica.
Un'analogia che non faceva presagire nulla di buono.
Decise che poteva levare le tende.
Lo sguardo gli corse su una mensola zeppa di foto.
Focalizz il raggio visivo su una di esse, incasellata in una cornice lucida: una era la Michela, l'altra una bella donna sulla quarantina, bionda, un viso perfetto, da bambola di porcellana, una maglietta nera che accarezzava un bel seno rotondo, forse qualche chilo di troppo ad arrotondarle il giro vita.
Dietro di loro una ringhiera e acque blu.
Michela intu: "Siamo io e la Samantha, qui al lago, due estati fa".
Bella donna la Samantha. La guard meglio.
Una sorta di brivido freddo lo aggred viscido come un serpente, insinuandosi nella zona lombare, per risalire la spina dorsale fino al collo.
Conosceva bene quella sensazione e raramente si sbagliava.
La Samantha in qualche modo assomigliava a Oksana e non solo per le sue disavventure coniugali.
Forse pi bella, soprattutto di viso.
Stessa et, stessa corporatura, stessa fisicit da donna nordica. E come somigliava per lui probabilmente somigliava anche per l'assassino.
Uscirono scortati dal maresciallo Sorvino che li accompagn fino all'auto.
"Stiamo seguendo una traccia, riteniamo che la donna si sia allontanata spontaneamente in compagnia di un uomo con cui lavora", sintetizz, quasi a bassa voce.
"E allora perch ha il cellulare spento da tre giorni e non si fa viva con la sorella e il fratello?", obiett Ardig poco convinto.
"Non lo sappiamo con precisione. Per ha visto che ambiente, no? Forse la signorina Samantha ha solo bisogno di respirare e farsi i fatti propri", tranci netto il carabiniere, come se il caso fosse gi chiuso.
"Deduco che lei conosca questa donna."
"Di vista, qui in paese si conoscono un po' tutti.  una brava donna, una all'antica."
"E l'uomo con cui sarebbe...", cerc un termine appropriato, ma fuggita era fuori luogo, pi adatto a quelle "fuitine" siciliane del secolo scorso, e volatilizzata dava l'idea di una latitante.
"Commissario, via, siamo tutti adulti e vaccinati. Qui come le ho detto si conoscono tutti e tutti sparlano, a Milano invece ognuno fa quel che vuole senza doverne rendere conto al prete o al farmacista..."
O al maresciallo dei Carabinieri, riflett Ardig con palese scetticismo: rifiutava l'idea che una donna matura e responsabile stacchi i contatti con il mondo, assentandosi dal lavoro e rendendosi irreperibile con la famiglia preoccupata, soltanto per gettarsi tra le braccia di un uomo e cacciarsi con lui sotto le lenzuola in un motel.
E poi passi un giorno di delirio passionale, ma tre giorni...
Vero che Rocco era tornato dall'isola dei famosi dopo settimane di astinenza, ma il tizio con cui era sparita difficilmente sar stato come Rocco di ritorno dall'Honduras..
"Uhm... suppongo che lei conosca anche l'uomo in questione, no?"
"No, lui no", ribatt secco.
Troppo secco.
Per cui si sent in dovere di aggiungere: "Non  uno che abita qui, ma in un'altra localit del lago comunque sempre di nostra pertinenza. Per cui stia tranquillo, lo stiamo cercando e vedr che a breve avremo informazioni".
Tranquillo un cazzo.
Era tutto chiaro, anche troppo.
Il comando provinciale dei Carabinieri era stato costretto, viste le normative vigenti che imponevano sinergia, a trasmettere l'informativa della scomparsa della Spaggiari anche alle altre forze dell'ordine, inclusa la Questura di Milano, ma la stazioncina locale dell'Arma aveva gi avviato la sua indagine territoriale e non intendeva avere interferenze dalla Polizia.
Ardig sent montargli dentro la rabbia.
Stava per tracimare e mandarlo al diavolo quando un bolide scuro si arrest pochi metri pi in l.
Una Bmw fiammante da cui scese un uomo in giacca, spalle larghe e falcata atletica.
Ancora lui.
Quel tenente dei Carabinieri, quel Marco Fontana.
Il cui volto era un barometro con l'indicatore che annunciava tempesta.
"E tu cosa ci fai qui?", lo approcci, senza fronzoli, il commissario.
"Dobbiamo parlare", replic l'ufficiale dell'Arma scoccando un'eloquente occhiata ai colleghi di Iseo, per nulla sorpresi del suo arrivo.
"Lo immagino", borbott Ardig, sempre pi incazzato.
Sorvino propose di spostarsi nella stazione dei Carabinieri, dove avrebbero potuto confrontarsi senza orecchie indiscrete all'ascolto.
Per le settimane successive, e durante quell'estate caratterizzata dall'Expo, Ardig avrebbe ripensato, scansionato e rivisto alla moviola della sua mente, minuto per minuto, quella lunghissima giornata a Iseo, quando la verit frammentata nei vari cadaveri che avevano costellato la sua indagine, aveva preso forma improvvisamente, come un mostro partorito dalle acque del lago, manco fossero stati a Lochness e non sul Sebino. Una verit che Polizia e Carabinieri avevano inseguito dai lati opposti della stessa montagna, scalandone le pareti senza mai vedersi gli uni con gli altri, fino a ritrovarsi insieme in vetta, a battibeccare su chi poteva o no piantare la fatidica bandierina.
Ardig e i suoi avevano inseguito l'assassino seriale che si divertiva ad annunciare le sue vittime con le foto dei loro corpi dilaniati e le incisioni attinte dal trattato di Cartari, mentre Fontana aveva risalito la corrente per ricostruire le ultime settimane di vita e l'ultima notte terrena del maresciallo Bucchioni: insieme si erano ritrovati a Iseo, davanti al cancello della villetta di una donna che lavorava con Oksana Spirova, dentro il sito dell'Expo, e pareva l'anello che chiudeva la catena di delitti e misteri.
Un rompicapo assurdo che avrebbero potuto dipanare se solo avessero lavorato insieme, in una parola collaborando.
E salvando vite.
Ma non era successo.
E lo avevano compreso troppo tardi.
E quel pomeriggio, in una grigia caserma sul lago, Ardig si rese conto di quanto fossero ottusi nella loro condotta professionale e quanti rimorsi si sarebbero trascinati dietro negli anni a venire.
"Cazzo, Fontana, a che gioco stai giocando? Dimmi cosa cazzo hai scoperto!"
L'altro aveva annuito. Sollevato. Imbarazzato.
"Ci mancherebbe, sarei venuto io da te, a chiederti aiuto."
"Aiuto per cosa?"
"Per rintracciare questo qui,  lui quello che dobbiamo trovare. Insieme alla donna scomparsa."
Aveva estratto dalla giacca le due foto del maresciallo Bucchioni, sorridente, con un belloccio da copertina patinata ma vestito da pezzente, sotto l'ombra di alcuni ulivi.
Ardig era rabbrividito.
Consapevole di essere vicino a una brutta verit.
"Cosa sai di questo signore?"
"Poco, intanto che si chiama Cristian, che fa il giardiniere per un'azienda florovivaistica che collabora anche con il sito dell'Expo. La stessa dove lavora la Spaggiari di cui pare sia amico. Sono arrivato al nome soltanto ieri e per questo oggi volevo parlarti. Ma non potevo immaginare questo. Per..."
"Per?"
"Questo Cristian ha alle spalle una storia, strana, anzi una storia brutta, molto brutta..."
"Che storia?", lo aveva incalzato Ardig che intanto stava divorandosi quella foto, scannerizzando ogni dettaglio di quel volto.
Non aveva dato tempo a Fontana di rispondere e pur non avendo sotto mano la foto inviatagli dall'assassino dopo il terzo delitto, quello della Bovisa, non aveva avuto dubbi: il bimbo rapito, lacrimante e terrorizzato, era questo biondastro con la mascella scolpita.
Il naso, il taglio degli occhi... s era lui.
"Stavo per dirtelo... da bambino questo Cristian  stato rapito, probabilmente uno di quei sequestri lampo non denunciati", sintetizz Fontana.
"Questo lo so gi", aveva replicato freddo Ardig.
"E come fai a saperlo?"
"Lasciamo stare. Che altro sai di questo Cristian? Come sei arrivato a lui?"
"Per caso, ho trovato queste foto nella camera da letto dell'appartamento di Bucchioni, dove ho rinvenuto anche biglietti ferroviari per Iseo e dei traghetti del lago, poi ho chiacchierato con una vicina di casa che mi ha confermato che il maresciallo quasi tutti i fine settimana andava a Montisola per cui sono andato l a curiosare..."
"E?"
"Ho scoperto che Bucchioni andava sempre in un monastero benedettino dove questo Cristian ha vissuto per trent'anni."
"Trent'anni? Sei impazzito?"
"No, no. E temo di non essere io il pazzo in questa storia."
In breve il tenente gli aveva riepilogato quanto appreso dalle parole di padre Andrea.
Il giovane Cristian che uccide per gioco la sorellina e se la cava con poco, perch il caso viene trattato come un incidente domestico, poi accoppa una giovane ragazza e finisce in un ospedale psichiatrico giudiziario e da l, tramite l'intercessione di un sacerdote, arriva all'isolato monastero della Madonna della Ceriola, dove viene dimenticato da tutti, a partire dallo Stato che doveva prendersene cura, e resta l a invecchiare, trascorrendo serenamente quasi tutta la sua vita, imparando a impiantare gli ulivi, a fare i lavori manuali, a fare persino la barba ai vecchi monaci.
Un particolare che aveva fatto ulteriormente rabbrividire il commissario.
Ecco il famoso rasoio a lama da dove era saltato fuori.
Una vita serena e riappacificata con il destino, quella di Cristian, giovane erba cattiva diventata un'erba docile, innocua, rassicurante.
Fino al giorno in cui quei tre vecchi monaci decidono di aprire la finestrella a quell'uccellino tenuto sempre in gabbia e lo liberano, lasciandogli spiccare il volo nel mondo degli adulti, tra mille incertezze.
E tra mille tentazioni e mille pericoli. Per lui e per gli altri.
Ardig di colpo non sent pi rimbalzargli in testa le parole del Cardinale: di colpo era tutto chiaro.
Il malavitoso aveva detto che doveva cercare un cane tenuto alla catena, lo aveva individuato: peccato che era una belva tenuta in un recinto e addomesticata, fino a quando, qualcuno, incautamente, gli aveva aperto il cancello gettandola nella mischia.
Fontana aveva poi terminato la spiegazione, raccontando dei nuovi documenti che attribuivano a Cristian il cognome di Bucchioni, lo stesso con cui era registrato nel contratto con l'azienda florovivaistica di Iseo.
Adesso avevano il volto e il nome del killer che inseguivano da giorni.
Il cognome lo avrebbero sputato gli archivi del Tribunale, perch due omicidi di giovani ragazze restano per sempre, nero ingrigito su bianco ingiallito, nelle pagine di panciuti faldoni stipati in qualche polveroso scaffale.
Individuarlo a questo punto era il minore dei problemi.
Ammesso servisse a qualcosa.
Perch senza un indirizzo, una macchina, e tutti quei riferimenti che marcano il nostro passaggio nella dimensione urbana quotidiana, come il cellulare, il bancomat, il telepass e via dicendo, dove diavolo lo avrebbero trovato?
E soprattutto dove? A Milano? Sull'Iseo?
Per tutto il tragitto di ritorno da Iseo il commissario non aveva detto una parola.
Dovevano solo attendere a questo punto.
Che la donna ricomparisse, viva, se aveva ragione il maresciallo Sorvino, o morta, se viceversa aveva ragione la parte pi nera del suo istinto che gli raccontava una storia diversa.
Intanto doveva concentrarsi nella ricerca.
Oppure no, perch questa storia della donna scomparsa lo turbava profondamente.
Le 17,30 di una giornata ancora lunga.
Santoni era ancora all'archivio giudiziario a reperire la documentazione relativa agli omicidi dei primi anni Ottanta: una ricerca non facile.
Occorreva pazienza.
E aspettare. Che in questi frangenti equivale a una tortura.
Scelse di occupare il tempo per un mero controllo formale.
Decise di andarsene al sito dell'Expo per fare quattro chiacchiere con la Redaelli.
Ma non solo.
Anche se era scettico sull'effettiva utilit di quella visita.
L'uccellino aveva gi spiccato il volo, non aveva dubbi.
Tuttavia doveva tentare. E voleva farlo da solo.
Lui i cani li amava e non li avrebbe mai ammazzati a sprangate come suggeriva il Cardinale.
Ma Cristian era un'altra storia.
Lui aveva annusato il sangue dei tre vecchi sgozzati, aveva visto il corpo di Oksana sepolto dalla spazzatura.
Per lui era diverso e quel Cristian, matto o no, stava iniziando a odiarlo cos tanto che sperava davvero di poterlo accoppare, magari in un tentativo di fuga.
Non a sprangate ma con un colpo in mezzo alla fronte.
Cos avrebbe evitato alla collettivit di doverlo mantenere vitto, alloggio e sorveglianza per un altro trentennio...
Quaranta minuti dopo svoltava all'uscita della Fiera di Rho e affrontava le serpentine che immettevano nella cittadella prefabbricata dell'esposizione universale.
Forse sbagliava eppure gli sembrava che il sito espositivo fosse... cresciuto, si fosse ampliato, soprattutto in altezza.
Semplicemente erano stati completati gli ultimi ritocchi ai padiglioni.
E c'era ancora pi gente impegnata tra gli stand e i viali.
Meno di nove giorni all'apertura dell'esposizione e tutto sembrava quasi pronto, quasi pulito e quasi perfetto in ogni dettaglio, tranne le strade di accesso che parevano ancora quelle di Baghdad dopo i bombardamenti americani.
Il fungo dell'Albero della Vita, con il suo gambo dorato metallico che spuntava dalle acque del laghetto, svettava prepotente, accanto all'edificio del Padiglione Italia, intorno al nugolo di altre pagode degli altri Paesi suddivisi tra il cardo e il decumano.
Lo stup il padiglione del Qatar, che pareva una costruzione da parco giochi stile Gardaland.
La Redaelli, contattata telefonicamente dai suoi uomini, gli stava venendo incontro.
Solita espressione granitica, solito passo marziale.
"Dobbiamo parlare in un luogo tranquillo."
"Qui? Difficile, non vede che confusione c' intorno... Se non ha nulla in contrario andiamo nel container climatizzato dove teniamo le piante, l non ci disturba nessuno."
Gi le piante, il filo conduttore delle ultime ore di questa sua assurda inchiesta.
"La seguo."
Sgambettarono nella ressa di manovali e giovani volontari e raggiunsero i container.
All'interno un clima tiepido, chiss perch si sarebbe atteso il freddo, ma d'altronde quello non era un frigorifero bens una sorta di serra.
Molte le piante di ulivo.
Chiss se la Spaggiari era stata l. Probabilmente s.
"Lei conosce Samantha Spaggiari?"
La donna rimase per un istante interdetta.
"Samantha Spaggiari... ah... s quella bresciana, quella del vivaio che ci fornisce gli ulivi."
"Proprio lei."
"Certo, la conosco, viene qui un paio di volte la settimana. Perch me lo domanda?"
"Perch da domenica  scomparsa e temiamo possa esserle successo qualcosa", replic, omettendo di specificare che il suo crescente timore era che le fosse accaduto il peggio possibile.
La Redaelli si irrigid comunque.
"Le persone non spariscono nel nulla."
"La stiamo cercando e magari lei pu esserci d'aiuto per ritrovarla."
"Io? Ne dubito, abbiamo quasi sempre parlato di piante, di innesti, roba di questo genere. Non so neppure se fosse sposata o avesse figli."
"Era separata e non aveva figli. Veramente non avete mai parlato?"
"No, le ripeto che abbiamo solo parlato di lavoro, nient'altro. Poi non  che venisse qui tutti i giorni."
"Per conosceva Oksana Spirova."
Non era una domanda.
"Ovviamente, tuttavia credo che neppure con lei parlasse molto. Non so veramente cosa dirle di pi."
"Ha notato se abbia stretto rapporti con qualcuno?"
"Commissario... ma si  guardato intorno? Qui ci sono centinaia di persone che lavorano gomito a gomito eppure questo  un porto di mare,  un ambiente caotico e dispersivo. Difficile notare qualcosa o qualcuno."
"Nemmeno notare una collega che magari chiacchiera con qualcuno?"
"Magari non sono la persona giusta per notare queste cose, mi spiace."
Come sbattere e rimbalzare contro un muro.
Ma stavolta quel muro poteva abbatterlo a picconate.
Estrasse la foto di Cristian abbracciato sotto gli ulivi al maresciallo Bucchioni.
"Nemmeno con questo qui?"
La Redaelli stavolta sbianc.
"Questo qui... Paul Newman... aspetti come si chiama?"
"Cristian."
"Ah, s... ricordo, Cristian Bucchioni,  anche lui del lago di Iseo.  vero, non lo ricordavo."
"Non si chiama Bucchioni e non  neppure originario del lago."
"Come sarebbe?"
"Lasci stare.  qui in giro? Me lo pu indicare?"
La donna strinse gli occhi.
"Non lavora pi qui da qualche giorno, gli impianti degli ulivi sono terminati. Se avremo esigenze di manutenzione richiameremo quelli del vivaio ma per ora i loro operai non sono pi previsti..."
"Ha idea di dove possiamo trovarlo?"
"No, come faccio? Sicuramente quelli del vivaio di Iseo lo sapranno. No?"
Stava solo perdendo tempo.
La salut e torn alla macchina.
Di rientrare in ufficio non aveva voglia.
Fremeva in attesa dei tabulati telefonici e non aveva nulla da fare.
Parcheggi l'auto in piazza San Sepolcro e si regal una lunga passeggiata con Frog divorandosi via Torino, corso di Porta Ticinese e, valicando la Darsena, l'alzaia del naviglio Grande fino al cavalcavia della circonvallazione.
Un'oretta di sana attivit motoria, per far scorrere la cinghia del suo ingombrante cervello, da sempre collegata alla dinamo delle sue gambe.
Eppure la luce non si accendeva e brancolava nel buio.
Della Spaggiari ancora nessuna traccia o segnalazione.
Erano quasi le venti quando bussarono Pinton e Scalise.
La solita aria trafelata.
"L'hanno trovata?"
"No, per abbiamo il tracciato del cellulare", bofonchi Pinton.
"E allora?"
"L'ultimo segnale  stato agganciato sabato alle 22,45 e la cella telefonica  sempre quella di Zara/Greco."
La "tramvata" lo colp in pieno volto, facendolo afflosciare sulla poltrona.
Il solito brivido freddo, bastardo e improvviso, lo aggred nuovamente, arrampicandosi sempre dalla spina dorsale su fino al collo, viscido come un serpente.
Ormai non aveva dubbi: il tracciato cellulare suonava come una sentenza di condanna. Gi eseguita.
Adesso dovevano solo aspettare.
Erano passate altre due ore eppure ancora niente. Quasi le 22.
La Spaggiari restava nel buco nero delle persone sparite nel nulla e il suo cellulare continuava a risultare disattivato.
Un'altra giornata di lavoro finiva in un niente.
In commissariato i suoi uomini avevano ricostruito la vita della donna: le confidenze e i pettegolezzi raccolti a Iseo trovavano conferma.
Santoni era stato all'aeroporto di Orio al Serio e aveva torchiato il marito: la domenica sera era stato a cena con la nuova compagna, tanto per cambiare una russa, manco fosse la moda del momento, e degli amici a Bergamo.
I suoi estratti bancomat confermavano che aveva pagato 22 euro alle 21,54 presso il Maialino di Gi in piazza Pontida e aveva fatto gasolio alla macchina in un distributore sulla circonvallazione esterna alle 23,48 e la compagna calata dagli Urali poteva testimoniare che erano rincasati nella loro abitazione a Palazzolo e l erano rimasti tutta la notte.
Un vicolo cieco.
Poteva bastare. Recuper Frog e si avvi a piedi verso casa, in compagnia di Oksana e Samantha, come se le tenesse sotto braccio, una alla sua destra e una alla sua sinistra.
Due belle donne, quasi coetanee, due con cui sarebbe uscito volentieri se le avesse conosciute prima, in tempo, quando c'erano ancora, prima che arrivasse l'orco a due facce a illuderle e fare quello che aveva fatto loro.
Illuderle, ecco il termine giusto.
Stava cercando un angelo caduto dal cielo, uno che le donne le illudeva e poi le tradiva nel peggiore dei modi.
Un Giuda, un Caino, ma ancora pi subdolo e pericoloso perch mascherato da Paride.
Gliel'avrebbe fatta pagare, avrebbe svolto il suo ruolo di riparatore di torti.
Sarebbe stato la Nemesi di Cristian.
Quasi le 23 quando rincas nel mini appartamento di via Gran Sasso: una doccia e si regal una tradizionale conclusione di serata solitaria di riflessione.
Solito panino da Burger King, solita birra, solite sigarette.
A fargli compagnia il solito Frog costretto alla solita marcia da legioni romane.
Sotto un cielo che intanto si era nuovamente fatto nuvoloso, con la Luna nascosta da qualche parte dietro alle nubi, Ardig rifletteva.
Sui casi, chiaramente.
E poi oltre alle indagini c'era la vita. La sua vita.
Continuava a ingurgitare le pasticche di antidepressivo con benefici in calando.
Superata la novit ora parevano acqua fresca.
Scivolavano lungo l'esofago e venivano fagocitate dall'apparato digerente. E fine della storia.
Nessun miracolo. Le palle che vorticavano come non mai, i nervi tesi come corde di violino, la solita insoddisfazione esistenziale a pervaderlo.
Avrebbe voluto riempire di sberloni quel Cristian.
E insieme a lui quell'altro fenomeno di Fontana.
Del resto cosa si aspettava da due pilloline di antidepressivi?
Cos era pi inquieto che mai. E solo.
Di telefonare alla Pollini non ne aveva voglia.
La Pollini, non Deborah. Anche mentalmente la chiamava per cognome, quasi a marcarne l'indifferenza sentimentale che provava per lei.
No, non era una scopata a poter riempire il suo vuoto.
E poi anche lei non si faceva sentire da un pezzo.
E del resto non era mica una bambola gonfiabile a sua disposizione quando ne aveva voglia.
Si erano frequentati, avevano fatto sesso, come capita tra due adulti soli, e non era successo nulla oltre a quello.
Fine delle trasmissioni. E fine delle scopate.
Magari si sarebbero rivisti e avrebbero scopato ancora, ma nulla di pi.
Su Barbara zero assoluto, si erano sfiorati ed erano scappati in due galassie lontanissime.
Capolinea prima ancora di partire.
E comunque non era quello il suo problema.
Non erano la solitudine sentimentale o la crescente astinenza sessuale ad angustiarlo.
Era un altro il suo male.
Era un buco nero che lo avvolgeva, circondandolo.
Era come se non avesse voglia di avere voglia.
Voglia di farsi una famiglia, voglia di avere una persona a fianco, voglia di fare carriera, voglia di cambiare citt, voglia di avere una casa degna di tal nome in cui abitare.
Ecco il vero problema. Non aveva voglia del futuro.
Si accontentava del presente, forse perch non lo impegnava, non lo obbligava a scegliere, a decidere.
A proposito di decidere, c'era sempre quella proposta di trasferimento a Trento che attendeva una risposta.
Scegliere, decidere, cambiare...
Cammin ancora un po', fino a quando vide Frog troppo stanco.
Ferm un taxi per evitare al quadrupede di zampettare nuovamente fino a casa.
Dieci euro per quattro minuti di corsa.
Forse a Trento i taxi sarebbero costati di meno...
...
.
...
11.
...
.
...
Cristian era tornato a piedi, di corsa, calpestando l'asfalto ancora bagnato.
Il maresciallo Bucchioni si era precipitato gi dalle scale e aveva preso la macchina.
La vecchia Dedra che ai bei tempi che furono chiamava "L'ammiraglia".
Non guidava spesso, ormai, e i riflessi non erano pi quelli di una volta.
E neppure la vista.
Ma doveva fare solo poche centinaia di metri.
Pochi minuti dopo era l, in bagno, con lui, e osservava terrificato quella scena purtroppo gi osservata tanti anni prima, sempre in quella maledetta villetta. Un incubo che si ripeteva.
In quell'istante realizz di aver sbagliato tutto e di essere complice della morte di quella povera creatura innocente.
Come aveva fatto a fidarsi di Cristian?
"Cos'hai fatto? Perch?", sibil con un filo di voce carica di dolore e fatica e traboccante di rimorso.
Cristian in lacrime afferr il libro sui polli.
"Aveva visto questo, avrebbe capito tutto, quando troveranno il corpo di quel bastardo di fotografo..."
Bucchioni non cap del tutto, non ci riusc.
O forse comprese tutto in un secondo ma non ebbe il tempo di realizzarlo.
Un altro tuono, stavolta dentro di lui.
Il senso di colpa lo travolse, si un all'orrore e insieme lo stritolarono in una tenaglia mortale.
Avvert una fitta. Poi un'altra.
E un'altra ancora, stavolta pi lunga.
Afferr il cellulare senza riuscire a comporre nessun numero.
L'apparecchio cadde sul pavimento un attimo prima del suo corpo.
Cristian lo vide crollare a terra.
Gli occhi sbarrati, la bocca aperta.
Lo soccorse, ma comprese subito che era tutto inutile.
Per la seconda volta nel giro di pochi minuti scoppi a piangere a dirotto.
Stavolta non era colpa sua. Anzi s, era colpa sua anche stavolta.
...
.
...
Milano, gioved 23 aprile 2015.
...
.
...
Ardig si era coricato poco dopo mezzanotte.
Santoni lo aveva chiamato intorno all'una e un quarto.
Meno di un'ora di sonno.
Venti minuti dopo il commissario parcheggiava l'auto in una deserta e silente piazza San Sepolcro.
Strada facendo aveva scaraventato gi dalla branda anche la Lunardon e lo stesso Fontana.
Alle due in punto, davanti a bicchierini di caff sputati dal distributore automatico, cominci il briefing.
Quella che era condensata nello smilzo fascicolo che aveva sulla scrivania era proprio una storia brutta.
Quella di una bambina di 9 anni, Giulia Missaglia, soffocata durante un maldestro gioco domestico dal fratello maggiore, Cristian di 14 anni.
Eccolo il cognome che cercavano.
Missaglia.
Un cognome tipico di Milano e della Brianza.
Che fece scattare un campanello nella testa del commissario, preceduto dallo sveglio Pinton: "Uno dei tre operai sgozzati, quel Posatora, aveva lavorato in una ditta di Valvole che si chiamava Missaglia".
Non avrebbero controllato, non serviva pi: a questo punto non occorreva sapere chi era stato il basista del rapimento del piccolo, chi il regista, chi il carceriere.
Non ci sarebbe stato nessun processo per quel sequestro mai denunciato.
E poi il giudice unico aveva gi eseguito le sue sentenze di condanna.
Passando dalla Giustizia alla Nemesi...
Ardig, consumandosi una sigaretta dietro l'altra, si inizi a leggere con attenzione ogni singola riga di quella tragedia familiare che in un istante si trasforma in cronaca nera, ma cos nera che di pi non si pu.
Una normale mattina, il 9 agosto del 1980, la famiglia Missaglia, composta dai genitori Walter Missaglia e Linda Salerani e dai due figli piccoli, era rincasata, dopo aver fatto la spesa in un supermarket Esselunga, nella villetta bifamiliare ubicata a Greco in via Bottelli e l avevano lasciato i figli in casa, da soli, per uscire nuovamente per sbrigare alcune commissioni.
Al ritorno, un'ora dopo, avevano trovato la piccola esanime con il sacchetto giallo ad avvolgerle il capo, il respiro assente e il fratello in stato di choc per l'accaduto.
Sent la pelle raggrinzirsi e qualcosa risalirgli dall'esofago, come fosse schiuma.
Avvert anche una sorta di vertigine.
La ignor e prosegu nella lettura degli incartamenti.
I genitori avevano allertato l'ambulanza, che era giunta scortata dai Carabinieri della vicina compagnia di Affori, i quali immediatamente avevano condotto d'urgenza la piccola nel vicino ospedale di Niguarda, dove i sanitari avevano semplicemente potuto constatarne il decesso.
Il verbale allegato era siglato dal maresciallo Lorenzo Bucchioni, comandante della stazione CC di Affori.
Fontana osservava atterrito la sua fotocopia, con un'espressione mesta e colpevole.
Intanto Scalise era sopraggiunto con le fotocopie di un altro fascicolo, questo recante i timbri scoloriti dell'ufficio del Tribunale dei Minori.
Era datato 13 maggio 1981.
All'interno la scheda identificativa di Cristian Missaglia, con i soliti dati anagrafici e le rituali foto segnaletiche.
Cresciuto di qualche anno, visetto sempre angelico, occhi verdi: era sempre lui, il bambino terrorizzato in quella foto in bianco e nero.
Continu a esaminare il materiale.
La perizia psichiatrica del minore, quella del giudice di sorveglianza, tutto il solito papiro che accompagna un criminale in erba.
Poi, eccolo, il verbale di arresto, compilato nuovamente dal maresciallo Lorenzo Bucchioni.
Tra i documenti allegati c'erano poi quelli successivi, con la condanna a sei anni di reclusione emessa il 16 ottobre 1982 dal Tribunale dei Minori di Milano, condanna da scontare tramite affidamento alla sezione monitori dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere.
Lo impressionarono le foto della sorellina: una Barbie in miniatura, biondina e paffutella.
Se fosse vissuta, se fosse diventata donna, avrebbe somigliato parecchio a Oksana e Samantha.
A seguire ecco gli altri documenti giudiziari.
Quelli del rilascio, avvenuto in data 12 febbraio 1984, per un affidamento domiciliare presso la zia del Missaglia, sempre in via Bottelli.
Poi il patatrac: il 28 maggio 1984, presso i giardini pubblici di Villa Litta, ad Affori, era stata uccisa, soffocata con un sacchetto giallo dell'Esselunga, Elisabetta Fiocchini, di anni 14.
Pure lei bionda e con le guanciotte.
Un'altra che crescendo avrebbe ricordato Oksana e Samantha.
A bloccare il giovane Cristian Missaglia, fermato mentre vagava in stato confusionale nel giardino pubblico, erano stati dei cittadini: a evitargli il linciaggio era stato il tempestivo intervento dei militari della stazione di Affori.
Come risultava dal verbale firmato dal maresciallo Lorenzo Bucchioni in data 29 maggio 1984, il giorno successivo ai fatti.
Seguivano altri documenti di tribunali e ospedali giudiziari vari, ma a questo punto erano solo carta straccia che poteva ammuffire negli archivi.
Poteva bastare.
Alle tre di notte non potevano certo eseguire riscontri incrociati con il catasto e l'anagrafe per avere la conferma che la villetta della famiglia Missaglia, nel cuore del quartiere Greco, fosse ancora quella di via Bottelli.
Magari negli anni era stata venduta o abbandonata.
Eppure Oksana e Samantha erano passate di l, lo sentenziavano i tabulati telefonici.
E forse Samantha era ancora l e per un istante si illuse che fosse ancora viva.
Il problema maggiore a questo punto era cosa fare.
Nei minuti successivi Ardig fece il punto della situazione con i suoi ispettori e con lo stesso Fontana.
Tutti d'accordo per il blitz, senza chiedere rinforzi o squadre speciali.
Senza rivolgersi al magistrato.
Potevano irrompere in base al decreto 41 del TULPS che permette alle forze dell'ordine di violare i diritti costituzionali sul domicilio in caso di assoluta necessit in presenza di armi, esplosivi e via dicendo.
Recuperarono giubbotti antiproiettili e caricatori come se stessero partendo per l'Afghanistan e scivolarono nelle auto di servizio che aggredirono l'asfalto di una Milano dormiente, dove in giro non c'era manco un cane.
Mezz'ora dopo Ardig, Farris e Fontana camminavano in via Comune Antico.
Si chiamava cos perch una volta in quella via c'era il municipio del piccolo comune di Greco, uno dei tanti comuni della cintura milanese fagocitati dalla citt con i decreti fascisti del 1923.
Deviarono in via Bottelli.
Due metri sopra di loro campeggiava una targa di marmo con incisa una frase estrapolata dal capitolo XXXIII dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni:
RENZO, VERSO SERA ARRIVA A GRECO,
SENZA PER SAPERE IL NOME:
MA, TRA UN PO' DI MEMORIA DE LUOGHI,
CHE GLI ERA RIMASTA DELL'ALTRO VIAGGIO,
E IL CALCOLO DEL CAMMINO FATTO DA MONZA IN POI,
CONGETTURANDO CHE DOVEA ESSERE POCO LONTANO DALLA CITT,
USC DALLA CITT
PER ANDARE NE CAMPI IN CERCA DI QUALCHE CASCINOTTO
Seguiva la data in cui era stata apposta la lapide celebrativa: maggio 1999.
In quel periodo Cristian Missaglia era gi esiliato a Montisola da almeno una dozzina di anni.
Proseguirono qualche metro, verso la parte di strada che andava a morire in un vicolo cieco, chiuso dai binari della ferrovia.
La villetta era l.
Una villetta "fantasma".
Trasandata, decadente, quasi abbandonata.
Gli infissi di un verde malinconicamente scolorito, un'imposta penzolante al secondo piano.
Nel giardino, sepolti da erbacce e rampicanti, spuntavano le facce, ancora simpatiche e sorridenti, dei sette nani.
Intorno alcuni pini malconci sorvegliavano quella casa lugubre, con una vecchia altalena arrugginita che cigolava a causa di un po' di vento.
Era l'unico rumore che si sentiva in quella via chiusa.
Si disposero a cerchio e attesero.
Rimasero a bighellonare l intorno per qualche minuto.
Poi, cautamente, si avvicinarono al citofono.
L'etichetta vecchia di un secolo fa, sotto uno strato di plastica grassa.
Due citofoni.
Quello in basso: MISSAGLIA W-SALERANI L.
Quello in alto: CANZIANI T.- MISSAGLIA G.
Chiss, forse erano davvero arrivati fino alla tana dell'orco.
Magari era proprio l che Oksana era stata soffocata.
E magari Samantha era ancora l.
Morta da un pezzo, pensava Ardig.
Ancora viva, sperava Ardig, ma senza esserne convinto.
Sul retro, nel cortile posteriore, si vedeva il muso di una vecchia Lancia Dedra, un'auto di un ventennio prima, un'altra testimonianza di un passato che nessuno aveva mai archiviato.
Se quella era la casa giusta, e se cercavano una prova regina con cui inchiodare Missaglia, probabilmente le tracce erano l, in quella vecchia automobile, i cui sedili potevano essere impregnati di particelle molecolari con il DNA delle due donne.
Ardig si rivolse a Farris.
"Ti faccio raggiungere da due agenti, tu resta qui a sorvegliare la casa. Se Missaglia esce lo blocchi."
"Lo fermo?", domand incerto il vice.
"Per forza. Non possiamo rischiare che quello vada in giro a fare danni, magari incontra un'altra donna... ti inventi un controllo, qualcosa e lo ammanetti. Se riesci con le buone... altrimenti lo fermi con le cattive, chiaro?"
Farris annu, Ardig e Fontana tornarono verso l'auto.
Il commissario ordin a Foglia e Zanella di raggiungere Farris, poi spieg le sue intenzioni al tenente dei Carabinieri.
Tramite alcune verifiche su internet Scalise nel frattempo aveva appurato che a quel civico risiedeva la signora Giovanna Missaglia, la zia di Cristian: vedova, sola al mondo e senza figli.
Combaciava con il citofono: MISSAGLIA G.
Attesero quasi mezz'ora.
Ancora silenzio e buio.
Sempre silenzio e buio.
Solo silenzio e buio.
Ardig si decise.
Se la casa era quella sbagliata sarebbe finito a Trento a calci nel sedere senza passare dal via e senza firmare quella cazzo di lettera di trasferimento...
Si avvicin nuovamente alla villetta.
Individu Farris seduto all'interno dell'Alfa di servizio, in una posizione un po' defilata per non dare nell'occhio.
"Si  mosso qualcosa?"
"No, buio totale."
"Richiama gli agenti qui."
Cinque minuti dopo Foglia e Zanella, occhiaie di ordinanza e barba da radere, erano davanti a lui.
Dietro, dalla seconda vettura appostata, uscirono Santoni, Pinton e l'agente Larini.
Ardig controll il giubbetto in kevlar, gi infilato sotto la giacca, e fece segno agli altri di fare altrettanto.
"Non dovrebbe avere armi da fuoco, ma  meglio non rischiare", ribad a tutti gli uomini.
Fare irruzione non era il loro mestiere.
Per quello c'erano le squadre speciali dei Nocs.
E quello che stavano per assalire non era il bunker di un camorrista o il "compound" pakistano dove era nascosto Bin Laden.
Era una semplice villetta di periferia e il soggetto da immobilizzare non era un "rambo" addestrato dai corpi speciali, bens un giardiniere cresciuto in un monastero che aveva ucciso tre vecchietti e una donna, tutti soggetti deboli e indifesi.
Eppure avvertivano l'adrenalina pompata a mille nelle vene.
E la normale paura che precede un'azione rischiosa.
Concordarono un veloce piano d'azione poi agirono.
Farris con un grimaldello apr facilmente il cancelletto esterno, Santoni e Larini fecero il giro sul retro del giardinetto.
Ardig, Pinton e gli agenti Foglia e Zanella si posizionarono, con le Beretta gi pronte in una mano e le torce elettriche nell'altra, dietro a Farris che con una spallata abbatt la porta.
Un istante dopo erano dentro.
Fasci di luce saettavano sui muri illuminando una vecchia tappezzeria scrostata.
I due agenti scattarono verso le stanze interne, Ardig agit la torcia facendo vorticare i fasci lungo la stanza.
Posizion meglio il fascio elettrico e non ebbe dubbi.
Non c'era nessuno.
Un istante dopo Pinton accese la luce e l'adrenalina scem.
Fine della caccia.
L'orco l non c'era. Ammesso ci fosse mai stato.
Ma in un angolo del salotto c'erano alcuni attrezzi da giardiniere e un sacco di terra a raccontare una storia diversa.
"Forza, perquisiamo la casa", ordin ai suoi uomini.
"Senza autorizzazione del magistrato? Ardig non stiamo forzando troppo?", obiett perplesso Fontana.
"Tu fai quello che vuoi, per i miei uomini mi assumo io ogni responsabilit."
Il carabiniere annu, come dire andiamo avanti.
Si divisero alla rinfusa.
Tutti, tranne Ardig che usc a fumarsi una bionda.
Fuori albeggiava e Milano dormiva ancora.
Tir qualche boccata godendosi il fresco e il silenzio.
"Commissario, presto, venga gi, venga a vedere."
Trenta secondi dopo era davanti a un armadietto della camera da letto: sul ripiano c'erano due slip e due reggiseni da donna, un vestito a pois bianchi e rossi e un paio di scarpe rosse laccate.
Si sent gelare il sangue.
Gli indumenti intimi di Oksana.
Gli indumenti, intimi e non, di Samantha.
Il cui tragico destino si era gi compiuto.
Qualche minuto dopo saltarono fuori i sacchetti dell'Esselunga, accumulati in un angolo tra il frigo e la parete del tinello.
Nel vecchio bagno c'era una vasca con il gradino interno: sul bordo un flacone di bagno schiuma al sandalo e vetiver.
Al suo arrivo la Scientifica avrebbe potuto prendersela comoda.
Non c'era pi bisogno della prova regina per il delitto Spirova e per quello, quasi sicuro, della Spaggiari.
Era arrivato il momento di uscire dal buio e dalla clandestinit di quella notte volata via insieme alla paura.
Contatt il magistrato e la Scientifica.
Alle 6,30 Santoni aveva suonato alla signora Missaglia.
Che dopo il comprensibile spavento iniziale si era rasserenata e lo aveva fatto accomodare offrendogli il caff.
In ciabatte, pigiama e vestagliona di flanella, nonostante il sole facesse gi capolino annunciando una giornata da venti gradi.
Non si era accorta di nulla, dell'irruzione e della perquisizione al piano sottostante, e appariva pi sorpresa per il trambusto intorno a lei che per la repentina sparizione del nipote.
Che per lei era il miglior nipote del mondo, un bravo ragazzo che non faceva male a nessuno: non aveva sentito alcun rumore n il giorno prima n quello prima ancora, e non sapeva dove potesse trovarsi il Cristian.
O meglio, doveva essere al lavoro, l in quella roba l di cui tutti parlavano in televisione, l'Expo.
Via Cialdini, un'anonima strada di periferia, il collegamento tra due quartieri della vecchia Milano, quello di Affori e quello di Dergano.
Un dedalo di viuzze costellate da edifici fatiscenti e, sulla sinistra, un'enorme area sventrata, un nascituro cantiere per realizzare un moderno complesso residenziale che avrebbe parzialmente riqualificato quell'area fino a qualche anno prima desueta e invece, ora, al centro di enormi business immobiliari che la stavano stravolgendo.
Palazzi residenziali e centri commerciali erano sorti al posto delle vecchie case fatiscenti e il valore di mercato di quei terreni era schizzato alle stelle, complice anche l'arrivo, da un paio di anni, della metropolitana.
La strada moriva infilandosi dentro a un vecchio sottopassaggio ferroviario, uno dei tanti che caratterizzano le aree nord ed est di Milano, dove corrono i binari fuoriusciti dalle stazioni di Centrale e Garibaldi.
Tutti uguali, con la loro aria degradata, i mattoni scrostati dal tempo e infiltrati da erbacce.
Mai nessun sindaco, o assessore, che avesse pensato di farli riverniciare.
L, sulla destra, la monnezza si era accumulata in maniera preoccupante negli ultimi giorni.
La pulizia della strada e la raccolta dei rifiuti era programmata per il marted mattina, ma un'agitazione sindacale improvvisa aveva costretto l'azienda dei rifiuti a un giorno e mezzo di black out e cos quel gioved era diventato un tour de force con doppio lavoro per i netturbini, costretti agli straordinari, per evitare che la Milano pronta per l'Expo sembrasse la Napoli di qualche anno prima, quella dell'emergenza "munnezza".
L'operatore ecologico stava sgobbando dalle quattro e accusava tutta la stanchezza di quelle ore trascorse a raccattare rifiuti e gettarli nel compattatore.
Gli occhi arrossati, la schiena dolente.
Sbuff, sapendo che ne aveva ancora per un paio d'ore.
E che quel cumulo che lo attendeva non prometteva nulla di buono, tuttavia cominci ad afferrare sacchi e scatoloni con i guanti bisunti.
Poi not un fagottone da almeno un metro e mezzo, ricoperto da un lenzuolo sporco.
Pareva una di quelle mummie del museo egizio.
Forse erano vestiti o coperte.
Per un istante gli girarono le scatole. E se fosse stato un frigorifero o qualche arnese del genere di cui il proprietario si era disfatto in quel modo incivile?
Come avrebbero fatto a portarlo via?
Avvicinandosi si rese conto che la forma era morbida.
Non poteva essere un frigo o un armadio.
Un tappeto, ecco cos'era.
E magari non era nemmeno da buttare.
Afferr il lembo del lenzuolo e diede uno strattone per srotolarlo, venendo quasi travolto da lei.
La intravide per un istante, nuda e sporca, poi ruzzol per terra esanime.
Quelli della Scientifica, coperti dalle suole alla fronte delle loro tute anti-contaminazione, bianche, immacolate, stavano passando al setaccio ogni angolo con il luminol e le altre diavolerie partorite dall'elettronica.
Il pm Todeschi, tra i primi ad arrivare insieme al collega Gerbaudo, si fece resocontare tutto e alla fine sorrise soddisfatto.
Era fatta, secondo lui.
Ardig scosse la testa.
Era troppo stanco per discutere.
Avevano solo trovato la casa dell'orco.
Ma l'orco era gi scappato chiss dove.
Avvert il peso della stanchezza accumulata.
Una doccia, una colazione e un paio di ore di sonno erano quello che ci voleva.
Si diresse verso Santoni per passargli le consegne.
Il cellulare vibr in quell'istante.
Samantha li aspettava l vicino.
Senza fretta.
Neppure stavolta serviva correre.
Mezz'ora dopo una vasta area circostante al sottopassaggio era delimitata con il nastro isolante, per contenere la solita piccola folla di curiosi in cerca del macabro scatto da mostrare agli amici al bar.
Lei era gi stata coperta dal telo termico steso dai necrofori.
Stavolta nessuno aveva scomodato il 118, non c'era alcun bisogno del pronto intervento.
Un cadavere gonfio e violaceo, gi in decomposizione avviata per via di quel lenzuolo che l'aveva scaldata e dei rifiuti umidi ammassati sopra il corpo.
Con estrema delicatezza il commissario Ardig, sopraggiunto da poco, sollev il telo per osservarla.
La povera Samantha, del resto non aveva dubbi.
Completamente nuda, ad eccezione di una catenina al collo con un pendaglio con una Madonnina dorata che non era riuscita a proteggerla, nonostante le sue preghiere.
Rispetto al cadavere di Oksana c'erano affinit e differenze.
L'affinit era il luogo scelto per scaricare il corpo.
Scaricare, non vedeva altro termine per descrivere la scena, scaricare come si scaricano i rifiuti ingombranti e puzzolenti di cui ci vogliamo disfare.
Ancora un sottopassaggio ferroviario, ancora un angolo dove si accumulava la spazzatura.
Il corpo di una donna trattato come lurida monnezza.
Una scelta non casuale.
Tuttavia di provare a immedesimarsi nella testa matta di un assassino seriale e provare a ragionare come lui non ne aveva proprio voglia.
Per quello c'era la Lunardon, appena sopraggiunta e visibilmente turbata da quell'immondo spettacolo.
E poi ormai non doveva pi dare un nome e un volto a quel mostro.
Quelli li aveva.
Ora serviva solo scovarlo.
Partendo dalla zona di Zara o Greco, dove stava spedendo tutti gli uomini a sua disposizione.
In linea d'aria meno di un chilometro separava il tunnel di via Cialdini dall'altro sottopassaggio, quello di via Mozambano.
Chiaro che le due donne erano state uccise nella villetta di via Bottelli, in quella zona Greco/Zara alla cui cella telefonica erano attaccati i segnali dei cellulari delle due sventurate prima di interrompere le loro trasmissioni.
Torn a visionare Samantha e a concentrarsi sulle differenze rispetto a Oksana.
Differenze lampanti: la vittima come gi sapevano prima ancora di trovarla era senza vestiti, senza scarpe e senza borsetta.
Erano restati nella villetta di via Bottelli dove li avevano rinvenuti poche ore prima.
E poi non c'era il sacchetto dell'Esselunga sul volto.
Un dettaglio che non era sfuggito neppure al dottor Salerno, che intanto stava ispezionando superficialmente quel povero corpo senza vita.
Attese che il coroner terminasse, facendo trascorrere un paio di minuti che parevano interminabili.
Quando lo vide rialzarsi lo avvicin con passo deciso.
Vide accodarsi anche il pm, il piemontese Gerbaudo, magro come un chiodo e pallido come uno spettro, giunto da qualche minuto e sempre silente.
"S, ritengo che la causa del decesso sia un'asfissia meccanica, esattamente come per l'altra. E anche in questo caso il corpo non presenta lesioni apparenti, salvo normali ecchimosi dovute al trasporto e alla pressione dell'immondizia che l'aveva sepolta. Sul resto sar pi esaustivo e meno approssimativo dopo l'esame autoptico che dovr delegarmi il pubblico ministero", concluse, scoccando un'occhiata al magistrato che annu.
Ardig lo osserv allontanarsi e rimase perplesso.
Qualcosa non gli quadrava stavolta.
Il magistrato prese coraggio e lo avvicin.
"Commissario non intendo metterle pressione."
"Purtroppo direi che ne ho gi abbastanza di pressione addosso anche senza di lei", replic, infastidito, il capo della sezione Omicidi.
Il pm rimase mortificato per quell'approccio glaciale.
"Mi perdoni, sono davvero sotto pressione, non intendevo essere sgarbato."
"Ci mancherebbe, la comprendo. Per ho bisogno che lei mi riferisca al pi presto, in modo che a mia volta possa fornire ogni delucidazione al procuratore capo che, come immaginer, a mia volta mi sta con il fiato sul collo."
Poi tentenn un istante.
"Un altro serial killer?"
Gi, un altro.
Per loro, perch non sapevano una verit che ancora non era del tutto messa a fuoco.
Per loro, i magistrati, c'era un serial killer che uccideva i vecchietti con i capelli bianchi, e aveva delle sue personalissime ragioni per farlo, mentre l'altro assassino seriale faceva fuori donne procaci con i capelli biondi senza una ragione.
Privo di tutto il quadro il magistrato temeva che si fossero davvero imbattuti in un altro assassino seriale edonista, uno di quelli che prova piacere nel togliere la vita a una determinata tipologia di persone, in questo caso donne quarantenni, bionde e robuste.
Ardig decise di lasciarlo macerare nelle sue incertezze investigative.
Tanto la verit sarebbe presto venuta alla luce.
"Temo di s, almeno in questo caso, ma al momento non ho elementi per identificarne il profilo o la tipologia." Il magistrato annu con aria seria, osservando la Lunardon che non proferiva parola.
Incredula. Solo da poche ore sapeva di Cristian, di Samantha, del convento di Montisola, di quei maledetti ulivi che stavano ornando il sito espositivo dell'Expo.
E ancora non aveva messo insieme tutti i pezzi del puzzle.
"Brutta faccenda, proprio a noi doveva capitare", biascic Gerbaudo, tanto per riempire di aria la bocca.
Ardig indic il cadavere: " andata peggio a quelle due poverette, mi creda".
Salut il pm e si allontan.
Si incoll al cellulare per diramare le solite direttive ai suoi uomini, a cominciare dal recupero dei tabulati telefonici in tutta la loro completezza, e affidare a Pinton l'incombenza di avvisare il maresciallo Sorvino cui sarebbe toccato l'ingrato compito di informare la famiglia della Spaggiari.
Non poteva fare altro per lei.
Stava allontanandosi quando vide sopraggiungere una Punto dei Carabinieri.
Quelli della locale stazione di Affori, che venivano per espletare una mera formalit, farsi vedere e offrire la loro inutile collaborazione, consapevoli che la delega per le indagini spettava alla squadra Mobile della Questura.
Ma non solo. E infatti dal veicolo scese un maresciallo cinquantenne accompagnato da un borghese, il tenente Fontana, che accorreva verso di lui.
Pallido, tirato, spettrale.
Come se quella donna senza vita fosse una sua amica o parente.
O se l'avesse lui sulla coscienza.
Oppure no, perch Fontana era arrivato a Cristian e a Montisola solo due giorni prima.
E quel cadavere nudo, sporco e gonfio raccontava che Samantha non c'era pi da domenica o luned.
Si incrociarono con lo sguardo.
Tensione, rabbia, adrenalina.
Due cacciatori dietro alla stessa preda.
Uno era di troppo.
Ma arrivati a questo punto.
Ardig gli indic la 159 di servizio.
"Seguimi."
Il tenente si accod.
Due ore dopo erano ancora al punto di partenza.
Una dozzina di agenti stava sottoponendo le foto di Cristian agli abitanti e negozianti delle varie strade di Greco e Zara, una zona da 100mila residenti o gi di l, ma nessuno aveva mai visto questo biondino con la faccia da attore.
Quanto meno nessuno lo ricordava.
Non andava meglio con i tabulati telefonici, la sua ossessione.
Per averli completi occorrevano delle ore.
Almeno tre o quattro.
Nel frattempo, erano fermi, al palo.
Di aspettare con le mani in mano Ardig non aveva alcuna intenzione.
Ragionava a mille all'ora.
Cristian non poteva essere ancora a Milano.
Quel cadavere puzzava di marcio, roba di tre o quattro giorni.
Questo era il vantaggio che l'assassino aveva su di loro.
Naturalmente aveva gi fatto allertare la Polizia aeroportuale ma ancora nulla: nessun Cristian Bucchioni si era imbarcato da domenica notte negli scali principali del Nord.
Certo poteva essere espatriato in treno o con un'auto.
Ma dove? Dove cazzo scappa uno che  vissuto trent'anni in un monastero abbarbicato sul cucuzzolo di un'isola sperduta in mezzo a un lago?
Manco Napoleone a Sant'Elena era stato cos isolato dal mondo.
L'Iseo, quello era l'unico posto dove poteva essersi rifugiato.
Fremeva dalla voglia di precipitarsi l ma l'esperienza e la razionalit lo frenarono.
C'erano gi i Carabinieri a cercarlo in quella zona.
Meglio concentrarsi su Milano.
E poi una cosa da fare l'aveva: un sms di Brasca gli chiedeva di passare con urgenza all'Istituto di Medicina Legale.
Non ne aveva voglia ma sapeva che non poteva esimersi per cui risal in macchina per dirigersi verso l'Istituto di Medicina Legale.
Ci arriv venti minuti dopo.
L'esame necroscopico di Samantha Spaggiari era terminato da un pezzo.
E Brasca si era gi fatto il solito aperitivo di cui restava il ricordo, sotto forma di un paio di vassoietti vuoti, un'arachide miracolosamente scampata al massacro e un calice dove galleggiava un fondo di bianco.
Il vecchio coroner guardava verso l'infinito, che poi tanto infinito non era perch pochi metri pi in l c'era il muro di cinta a tappare ogni visuale.
L'espressione di chi nella vita ne ha viste troppe di brutture.
Ardig si era sempre chiesto come facesse ad addormentarsi la sera dopo aver sviscerato poveri corpi indifesi.
Probabilmente il cinismo con cui si approcciava al suo mestiere era la sua corazza protettiva, la sua ultima cinta difensiva prima di un'intimit pi vulnerabile di quanto volesse far trasparire.
I loro rapporti erano deteriorati da un pezzo, colpa del commissario e dei suoi modi bruschi che facevano irritare quasi tutti in Questura.
Brasca compreso, che non aveva mai nascosto la sua antipatia verso quel capo della Omicidi che aveva conosciuto giovane, e pi disponibile e incline ai rapporti con il prossimo, e aveva visto invecchiare tra un cadavere e l'altro fino al 41enne irritante, e in guerra con l'universo intero, che oggi lo fronteggiava con la solita aria imbronciata.
"Commissario,  arrivato tardi."
"Per cosa?"
"Per quest'ottimo prosecco", indic il calice svuotato.
"E per Samantha Spaggiari?"
"E dove vuole che vada quella poveretta,  di l nella cella frigorifera, insieme a quell'altra poveretta russa, che aspettano il via del pm per avere almeno un funerale come si deve", borbott l'anatomopatologo.
Il termine "poveretta", detto da lui, suonava insolito, come se ci fosse vita su Mercurio o Saturno, come se in quel vecchio medico insensibile al sangue albergassero persino dei sentimenti umani.
Quasi fosse turbato da quell'autopsia.
"Che le ha detto la Spaggiari?", domand Ardig con tono morbido, quasi amichevole.
"Niente. Niente sesso, niente masturbazione, niente droga, solo una normale cena con verdure e legumi che stava ancora digerendo. E stavolta niente schiuma nell'apparato respiratorio..."
"Pertanto non  stata uccisa nella vasca da bagno?"
"No,  stata uccisa prima con il solito sacchetto giallo dell'Esselunga di cui abbiamo rinvenuto delle microfibre nelle narici. Ma i polmoni erano asciutti. Per i pori della pelle erano ancora dilatati, significa che l'ha infilata nella tinozza quando aveva appena smesso di respirare."
Il rituale era modificato: non l'aveva masturbata o fatta masturbare, non l'aveva convinta a un bagno caldo e non l'aveva soffocata mentre era in vasca, eppure dopo averla uccisa l'aveva comunque immersa nella schiuma.
Ma perch? E perch poi non l'aveva rivestita come Oksana lasciandola nuda e avvolgendola in un lenzuolo come se fosse la Sindone o gi di l?
Forse in questa scelta, quella del lenzuolo, non c'era un significato preciso, pi probabilmente una semplice esigenza di trasportabilit: uno mica pu andare in giro con il corpo di una donna nuda!
Mentre sul bagno cominciava ad avere un'idea ancora pi banale: per cancellare le impronte dalla pelle.
In fin dei conti era un pregiudicato schedato.
E dalla vasca in poi l'aveva maneggiata con i guanti da giardiniere.
Infine l'aveva scaricata sotto il solito sottopassaggio ferroviario.
Il rituale era il solito, soltanto modificato.
"Nessuna violenza?"
"No, nulla, se non le normali ecchimosi da trascinamento."
Tutto confermato: Samantha, esattamente come Oksana,
aveva seguito il suo carnefice di sua volont, lo aveva seguito fiduciosa e serena nella sua trappola mortale, come la bambina ingenua segue l'orco nel buio di un bosco senza luce.
La rabbia che Ardig provava per questo assassino si stava trasformando sempre di pi in odio, in un odio che rischiava di portarlo fuori dai binari del consentito dal suo ruolo.
La Dea Nemesi descritta dal Cartari lo stava chiamando ma al posto del randello lui avrebbe usato la sua Beretta Parabellum.
"La collocazione del decesso?"
"Senza dubbio nella serata di domenica, in una fascia tra le venti e mezzanotte."
" tutto?"
"S..."
Not una titubanza nella voce del coroner.
"Che c'?"
"Si dia una mossa, commissario. E non per quel cazzo di Expo. Si muova e lo fermi subito questo pazzo, non voglio dover operare un'altra di queste poverette."
"Magari il prossimo che dovr sezionare sar l'assassino."
"Ecco, quello mi farebbe proprio piacere. Me lo porti presto. Ci conto, commissario. Ci conto. Non mi deluda."
Si strinsero la mano con calore.
Non succedeva da almeno tre o quattro anni.
...
.
...
12.
...
.
...
La patente non l'aveva mai presa, perch dove stava lui non c'era nessuna scuola guida.
Ma da molti anni aveva imparato a guidare il furgone che i vecchi monaci tenevano in una rimessa poco lontana dal convento.
Quell'auto, lunga, ma bassa, non era diversa.
Pedali, cambio, volante. Tutto uguale.
Prima caric lui. Sul sedile posteriore.
Poi torn su, infil dei guanti da lavoro, puliti, che non aveva ancora mai utilizzato, asciug Oksana, e la rivest con calma e attenzione, come se fosse una bambola bellissima.
Era perfetta, sembrava che dormisse felice.
La prese in braccio e la port in macchina, appoggiandola delicatamente vicino al maresciallo.
Rientr e recuper la borsetta.
Il cellulare rimase sul divano, dove era rimbalzato poco prima con la batteria.
In quel momento not gli slip e il reggiseno, ma ormai l'aveva gi rivestita.
Era ora di andare. Ora o mai pi.
Le tre e venti di notte. Nessuno in giro.
Accese e part. Sal il ponte e punt verso la Bicocca, poi gir verso viale Zara.
I semafori lampeggiavano gialli.
Sbagli a svoltare e improvvisamente cap che si stava dirigendo verso il Niguarda.
Lontano da casa sua. Meglio cos.
Senza rendersene conto aggir il perimetro della cittadella ospedaliera e si ritrov in una viuzza male illuminata che terminava in un sottopassaggio ferroviario.
Buio, sulla sinistra una montagnetta di immondizia in un angolo.
Fren e apr la portiera: Oksana era arrivata.
La scaric. Gett alcuni sacchi sopra di lei per coprirla.
La osserv e si sent dispiaciuto per quello che le stava facendo, per quell'immondizia che l'avrebbe sporcata.
Poi ripart.
Soltanto in quel momento si ricord del cellulare della donna. Era rimasto in salotto.
Dallo specchietto osserv il maresciallo.
Sembrava dormisse anche lui, anche se gli occhi erano spalancati.
Non sapeva cosa fare.
Attravers la piazza di Greco e si ritrov sul ponte del Naviglio.
Vide delle panchine in lontananza.
Accost e sollev il maresciallo.
Pesante. Parecchio pesante.
Qualche passo e inciamp.
Il maresciallo rotol fino alla pista ciclabile.
Tergivers un attimo. In lontananza il suono di una sirena, forse avevano gi trovato Oksana.
Corse in macchina e ritorn in piazza Greco.
Parcheggi sotto casa del maresciallo nei posti riservati ai residenti e si incammin verso casa.
Intorno a lui il silenzio della notte e le luci di Milano che dormiva, ancora bagnata dopo l'acquazzone notturno.
Nel dubbio decise di tenersi le chiavi dell'auto.
Il cellulare del maresciallo!
Era restato in bagno, pure quello.
Per la prima volta si sent davvero in colpa: aveva rubato i telefoni a due brave persone.
...
.
...
Milano, venerd 24 aprile 2015.
...
.
...
Ardig aveva passato l'ennesima notte semi insonne.
Continuava a rivedere il corpo gonfio di Samantha.
E poi quella villetta fantasma.
Non riusciva a darsi pace per essere arrivato troppo tardi.
Aveva corso mezz'ora, si era fatto flessioni e addominali.
Poi caff e le solite sigarette.
Niente, era impregnato di umori maligni.
Di rabbia, di tensione, di amarezza.
Era arrivato prestissimo in commissariato e ancora niente di significativo.
Zero novit. L'ansia lo aggred. Doveva muoversi.
S, l'istinto gli ordinava di andare al lago.
E non solo per Cristian, ma anche per Samantha.
Di tartassare la famiglia nel momento del dolore pi acuto neppure gli passava per la testa.
Eppure doveva conoscere meglio Samantha, saperne di pi, entrare nel suo mondo e nella sua testa.
Ma perch si era fissata con Cristian?
Perch si era fatta bella per lui ed era andata a Milano al posto che restarsene a casa?
Aveva tante domande e le risposte erano a Iseo.
Lasci Fontana impegnato con Farris a coordinare le ricerche a Zara e Greco, ricerche che si stavano estendendo nei quartieri limitrofi della Bicocca, di Affori, di Bruzzano e di Niguarda.
Transit davanti alla scrivania della Lunardon: pallida come un cencio.
Ancora frastornata dopo l'incontro della mattina precedente con il corpo putrescente di Samantha Spaggiari.
Un po' d'aria avrebbe fatto bene anche a lei.
Recuperarono la macchina infilandosi nel traffico del centro, diretti verso via Palmanova e da l in tangenziale e poi in autostrada: poco traffico a quell'ora.
L'autostrada, lunga, dritta, noiosa, ha l'indubbio vantaggio di isolarti dal mondo esterno, soprattutto se la tua compagna di viaggio pare un manichino del museo delle cere, e ti costringe a riflettere, solo con i tuoi pensieri.
E quelli di Ardig erano pensieri cupi, foschi, tormentati.
Non quelli suoi personali, perch continuava a ingurgitare le pasticche di antidepressivo ormai senza pi alcun giovamento, e continuava a non decidere sul trasferimento a Trento, ma su quelli professionali.
Non voleva calarsi nella testa dell'assassino, di quel pazzo furioso di Cristian, ma in quelli delle vittime tutto sommato riusciva a calarsi.
Oksana, piantata dal marito per una connazionale di 15 anni pi giovane.
Samantha, pluricornificata, pure lei mollata dal marito che prima scappa di casa per correre dietro a una hostess e poi, una volta scaricato, torna all'ovile con la coda tra le gambe, salvo trovarsi la porta sbattuta in faccia.
Oksana, che chiss come e chiss perch finisce a letto con una collega omosessuale e scopre che fare sesso con una donna le  piaciuto e pure tanto.
Una scoperta dolorosa, che la sconvolge, perch di colpo ha smarrito la bussola dell'orientamento sessuale, a 43 anni, quando certi svarioni pensi appartengano all'et dell'adolescenza, mica a quella delle solide certezze della maturit.
Samantha, che un bel sabato di sole di fine aprile corre al centro commerciale a comprarsi delle scarpe rosse con il tacco e un vestito a pois, poi si precipita dalla parrucchiera per farsi la messa in piega, sognando una serata a Milano con il suo bel principe azzurro, misterioso e tenebroso, di cui evidentemente conosce solo la faccia da copertina di "Vogue" ma non la sua "Luna nera" abilmente occultata negli anni di convento, tra il lavoro, la preghiera e il silenzio.
Due storie simili, di due donne simili solo nell'aspetto fisico e nelle delusioni coniugali, ma diverse per carattere e temperamento, una che lascia la madre Russia per cercare fortuna e felicit in Italia, l'altra che non si sposta dalla villetta sul lago, dal nido dove  cresciuta con i genitori e i fratelli.
Due percorsi esistenziali agli antipodi vissuti diversamente, per poi ritrovarsi nel recinto del sito dell'esposizione universale, vicine gomito a gomito davanti a delle piante di ulivo impiantate per abbellire il cardo e il decumano, conoscendosi cos, per caso, per lavoro, e poi finire entrambe, a poche sere di distanza, sotto un vecchio ponte ferroviario, in un angolo buio e sporco, soffocate da un sacchetto di plastica e sommerse dall'immondizia.
L'unico punto di congiunzione delle loro sfortunate esistenze, ecco la X in cui scavare per cercare l'ultima risposta ancora mancante a questo caso cos intricato.
Non la X del logo Expo, ma quello dove scovare un assassino sadico, sparito chiss dove.
Un assassino di cui ormai sapeva tutto, generalit, storia, profilo criminale.
Mancava un ultimo tassello.
Il perch. Perch uccidere anche le due donne?
Che male gli avevano fatto? Che colpa avevano?
Nessuna, altrimenti le avrebbe punite con il suo rasoio, scomodando un'incisione del trattato del Cartari.
Eccola la differenza: i vecchi erano stati puniti, anzi giustiziati, facendoli soffrire e urlare.
Le due donne, no.
Non le aveva punite. Ma solo soppresse.
Dopo averle attirate nella sua tana con stratagemmi che immaginava simili.
Oksana cercava un uomo con cui "testare" la sua attitudine sessuale dopo la sbandata per la Redaelli, forse solo per una notte e via.
Samantha cercava un principe azzurro, uno serio, da relazione duratura, non da una notte e via.
Due tipi di uomini diversi, nascosti e celati dallo stesso assassino: un uomo dai due volti, un dottor Jekyll, che ammalia con il suo fascino di giorno, e un mister Hyde, che spaventa e uccide la notte, oppure due donne diverse che semplicemente lo vedevano da un'angolatura opposta confondendone la sagoma, confondendolo per l'uomo dei sogni e non per quello nerissimo che popola gli incubi.
Eppure... che tipo di uomo poteva essere quello che convinceva Oksana a lasciarsi andare per una sola notte?
E quello che illudeva Samantha di aver terminato la sua traversata nel deserto della solitudine e aver raggiunto il conforto dell'oasi di una compagnia, di una dolce met?
Uno di buone maniere e tanto fascino, con le mani sporche di terra e un amore per delle piante bellissime, uno che in monastero ha imparato l'arte del silenzio e quando parla sa dire la parola giusta, illudendo la prima di offrirle un vortice di piacere fisico e sessuale e la seconda di qualcosa in pi, arrivando a toccarle il cuore, facendo vibrare le corde dei suoi sentimenti pi intimi.
Un uomo che illude di regalare sesso a Oksana e amore a Samantha, che le convince, che le invischia nella tela della sua attrazione, attingendo parole e pensieri dai tomi di cui sicuramente trabocca la biblioteca del convento.
E da dove, era pronto a scommetterci tutti i caff del mondo, era stato prelevato quel cazzo di trattato rinascimentale sulle virt delle dee classiche.
Del resto l'Iseo era stato per secoli territorio veneziano, per cui nulla di strano che il trattato di Vincenzo Cartari fosse finito nella biblioteca di Montisola.
Ma di quello non gli fregava nulla.
Non cercava un trafugatore di volumi antichi, bens un feroce assassino.
Meno di quaranta minuti dopo l'Alfa sgomm fuori dal casello di Palazzolo infilandosi tra le verdi colline della Franciacorta.
La Lunardon pareva anestetizzata.
Prov a stimolarla.
"Mi spiace, mi rendo conto che certe scene..."
Non sapeva cos'altro dire.
La criminologa si scosse. E scosse la testa.
"In teoria ne avevo viste gi tante, in foto, nei fascicoli. Ma i fascicoli non... quella puzza, quel pallore..."
L'odore della morte, del corpo in contaminazione.
"Non ti devi giustificare, ti comprendo alla perfezione, non  facile neppure per noi..."
Meglio non aggiungere altro.
Dieci minuti e furono a destinazione.
Strada facendo aveva chiamato il maresciallo Sorvino: era stato proprio lui a vantarsi, dicendo che in un paese piccolo l'Arma sa sempre tutto di tutti.
Dunque tanto valeva approfittarne.
Il tempo di arrivare e aveva pure l'indirizzo del salone di
parrucchiera, dove il sabato precedente la povera Samantha Spaggiari si era fatta l'ultima messa in piega della sua criniera bionda.
Ovviamente nel piccolo centro lacustre la notizia della tragica uccisione della loro concittadina era rimbalzata rumorosamente, rompendo la quiete del paese, ed era l'argomento sulla bocca di tutti.
Ardig se ne accorse sorseggiando l'espresso in un bar di fronte al parcheggio, all'inizio dell'area pedonale, dove aveva piazzato l'Alfa 156.
Il barista, asciugando le tazzine, filosofeggiava sul poco valore della vita umana.
Un tizio, pelato, mascellone, completo grigio scuro e camicia nera, nemmeno fosse a Sal e non a Iseo, tablet in una mano e bicchiere di succo di frutta nell'altra, informava gli altri avventori che a Milano un'altra donna pochi giorni prima era stata trovata morta sotto un cavalcavia ferroviario.
E che un serial killer sanguinario si aggirava sotto la Madonnina.
Aveva sentito abbastanza, tolse il disturbo e si incammin verso il salone di parrucchiera ubicato poco lontano, nella via principale del borgo storico affacciato sul lago a cui dava il nome.
La Lunardon lo attendeva nella piazzetta: con il caff non aveva un gran feeling e si era fatta due passi, riacquistando un minimo di colorito.
Pochi istanti dopo erano dentro uno spazio rettangolare di circa 50 metri quadrati, con due ragazze in camice bianco e due donne in poltrona con arnesi variegati in testa.
Si ritrov otto occhi femminili puntati addosso: di maschi l dentro non ne entravano molti, evidentemente.
Nessuna di loro degnava di uno sguardo la Lunardon, che insolitamente passava inosservata.
La sua fama televisiva non doveva essere arrivata fino alle sponde del Sebino.
"Sono un commissario di Polizia, vorrei parlarvi", domand rinvolgendosi alle due lavoranti.
Quella pi vicina, trent'anni, mora, trucco marcato, naso
spiovente e tratti mediterranei, si fece avanti presentandosi come la titolare.
"Stefania Piovani, piacere,  qui per la Samantha, vero?"
Annu.
"Che disgrazia, poveretta. Ma poi perch prendersela con una brava ragazza come lei? Con tutte quelle che ci sono in giro proprio una come lei?"
Stavolta scosse la testa.
Cosa poteva dire?
Caino ha ucciso Abele che pure era una brava persona, no?
"Ma  stato un maniaco, vero?"
"Non lo sappiamo, per forse mi potete essere d'aiuto."
"Se possiamo."
"Sabato la signora Spaggiari - la chiamava signora, anche se di fatto era tornata signorina dopo la separazione -  stata qui da voi, chi le ha fatto i capelli?"
"Sono stata io, uno shampoo e la messa in piega."
"Deduco che la signora volesse farsi bella", prov a insistere.
"Bella lo era sempre, poveretta. Certo quando era pi giovane faceva strage di cuori, ma anche adesso mica era da buttare", sentenzi la Stefania.
In realt l'assassino l'aveva buttata eccome, come immondizia in mezzo ad altra immondizia.
"E di corteggiatori ne aveva tanti?"
"Eh, beh... se non li aveva lei... per mica deve pensare che la Samantha era una facile, una che la dava via al primo che passava... eh no, lei voleva quello giusto, altrimenti stava da sola."
"E infatti ci risulta che fosse single. Non  cos?"
"S, s, poveretta, con quello che le aveva fatto passare quel marito... e lei era buona, lo perdonava sempre... poi alla fine non ha pi resistito e lo ha cacciato via e ha fatto bene, quel mascalzone."
"Uhm... sabato le  sembrata di buon umore? Voglio dire... poteva avere un appuntamento?"
" quello che gli ho detto anch'io - borbott la parrucchiera, confondendo l'avverbio maschile con il femminile - e lei mi ha sorriso, per non una parola. Era una riservata. E infatti non ci sono mai state chiacchiere su di lei qui in paese."
"Per mi conferma di aver avuto l'impressione che avesse un appuntamento la sera?"
La donna sorrise compiaciuta: "Beh... mi ha fatto vedere sul telefonino le foto delle scarpe che si era comprata, poi si  fatta fare la messa in piega. O andava a ballare con le amiche oppure..."
Aveva fatto incetta di pettegolezzi, poteva rientrare alla base.
Gir i tacchi ma la parrucchiera fece echeggiare la voce.
"Di certo non si era fatta cos bella per andare al capanno a guardare la luna..."
Il commissario si pietrific.
"Che capanno?"
" un... come si chiama quelli per i terremotati, quelli che usano quei poveretti gi all'Aquila?"
"Un container?"
"Ma s, quelli non sono di legno, per", obiett la donna.
Un capanno estivo di legno, costruzioni tipiche delle realt lacustri o fluviali.
Ne aveva intravisti parecchi arrivando.
"E dove si trova questo capanno?"
"Al camping Sole&Luna, no?"
Lo spiattell come fosse una notizia pubblicata quel giorno sulla prima pagina del "Corriere".
"E dove si trova il camping?"
"Deve risalire verso Clusane, non pu non vederlo."
In pratica doveva tornare indietro, verso la strada per la Franciacorta.
Realizz in quel momento che il solito brivido bastardo, gelido e sinuoso, stava cominciando a lambirgli la spina dorsale.
"Andiamo", disse alla Lunardon, che lo segu, docile e silente.
La povera Samantha Spaggiari aveva avuto il potere di togliere la parola a una criminologa che n Vespa ne Nuzzi n gli altri conduttori erano riusciti a zittire nei loro talk show.
Percorsero qualche metro arrivando nella piazza principale.
Entrarono in un bar e ordinarono dei tramezzini innaffiati da acqua naturale.
Pochi morsi e il commissario aveva deciso.
"Devo andare a verificare quel capanno e tu resti qui."
La Lunardon assent.
"Se vuoi mando un'auto a recuperarti."
Stavolta dissent.
"Vado a passeggiare sul lago, ho il cellulare acceso."
Non prov a fermarlo, limitandosi solo a un "stai attento".
Ma Ardig stava gi marciando a grandi falcate verso l'Alfa.
Lasciandole pure il conto del bar da pagare.
Il camping sembrava chiuso.
La sbarra d'accesso abbassata.
I tedeschi, gli olandesi e, minoritari, i danesi e gli scandinavi, sarebbero calati a breve, con caravan, roulotte e le immancabili griglie per le salsicce.
Le lattine di birra le avrebbero saccheggiate negli spacci dei dintorni.
Un'assurda inversione: come se un italiano portasse gli hamburger in America e comprasse nei loro store la pasta.
Comunque i primi vacanzieri nordici sarebbero arrivati gi a maggio, il grosso da giugno ininterrottamente fino al termine di settembre.
La stagione turistica era alle porte, ma ancora mancava qualche settimana.
Ardig accost la 156 vicino al cancello.
Dall'altra parte della strada, a circa 300 metri, vide una berlina scura.
Una Mercedes.
Ebbe l'impressione che nell'abitacolo ci fossero due uomini.
Un rumore di passi sulla ghiaia lo fece voltare.
"Ha bisogno?"
Era il custode, un sessantenne in jeans e felpa alla "Salvini" con la scritta "ISEO" in caratteri cubitali: si present come Attilio e non ebbe difficolt ad aprirgli il cancello una volta saputo che era un poliziotto e stava indagando sulla povera Samantha, della cui brutta fine ovviamente aveva saputo.
Lo rassicur: all'interno non c'era anima viva, lui aveva effettuato i soliti infiniti piccoli lavori di manutenzione tra bungalow e infrastrutture e non aveva notato segni di vita umana in quel piccolo tratto di lago.
Si offr di accompagnarlo verso il capanno della famiglia Spaggiari, ma Ardig prefer non allarmarlo e farsi indirizzare, limitandosi alla banale giustificazione che forse in quel capanno erano contenuti oggetti personali della donna uccisa a Milano e non voleva contaminare l'ambiente con impronte di terzi.
Si avvi tra le roulotte e le piazzole vuote che avrebbero ospitato i camper, aggir la piscina e il barristorante, dirigendosi verso l'area est.
La zona dei capanni.
Lui cercava il numero 13.
Non era scaramantico, il commissario, e non aveva paura, perch non aveva nulla da perdere.
Se non la pelle, anche se quella non era poi cos importante per lui.
E non per coraggio, non perch si riteneva un eroe metropolitano o un Callaghan in versione meneghina: semplicemente quando una cosa, seppur bella e unica, non la apprezzi e non te la godi, finisci per non avere paura di perderla.
Non ragionava da guerriero indiano, non era cos idiota da ritenere che quella fosse una bella giornata per morire, ma se fosse successo nessuno lo avrebbe pianto o rimpianto veramente e pure lui non avrebbe rimpianto nulla.
In ogni caso estrasse la Beretta inserendo il colpo in canna.
E si avvicin con passi leggeri.
Il capanno era sigillato, le imposte accostate.
Aveva ragione Attilio, non c'era anima viva.
Tuttavia si accost con prudenza alla porta.
La Parabellum nella mano destra con il cane rivolto all'ingresso, la sinistra allungata verso il pomello.
La ghiaia sotto la suola piatta delle Clark scricchiol maligna.
Il commissario si arrest, maledicendosi per quella ingenuit.
Rimase immobile.
Niente, solo il rumore del suo cuore che martellava all'impazzata.
Volarono via pochi secondi eterni.
Senza un perch osserv l'orologio.
Si era gi fatto pomeriggio: le 14 e 18.
Lui l, come una statua di sale, la mano sinistra allungata, la destra tesa con l'indice sul grilletto.
Di che cazzo aveva paura? Dei fantasmi?
Era solo davanti a una porta chiusa.
E dietro quei pochi centimetri di legno avrebbe trovato odore di chiuso e polvere.
Vaffanculo.
Tir il pomello con uno strattone, poi un altro e un altro ancora.
La porticina si scardin dai suoi infissi e lo travolse in un istante.
Pesantissima, come fosse marmo e non pochi chili di legno trattato.
Il commissario precipit sulla ghiaia, schiacciato, dolorante.
Senza respiro, la Beretta rimbalzata poco lontano.
Come in un incubo la porta prese vita, si alz, ondeggi e torn a colpirlo, anzi a schiacciarlo.
Una, due, tre volte.
Ardig perse la lucidit, ma non del tutto.
Sentiva il dolore ovunque, nelle costole, nel petto, anche alle braccia.
E sent il botto di un calcio ricevuto sul fianco.
Poi la porta si spost.
Lasciando spazio al cielo azzurro e alla faccia digrignata di un angelo biondo caduto da quel cielo sopra di lui.
Gli occhi di ghiaccio, l'aria stravolta.
Teneva la porta sollevata come fosse un randello, pronto a schiacciare la testa dell'avversario.
Eccola la Nemesi che randella i colpevoli.
In questo caso il colpevole di avergli dato la caccia.
Carabiniere o poliziotto che fosse.
Non occorrevano le presentazioni.
Quello era Cristian, era la Nemesi, era l'erba cattiva che avrebbe dovuto estirpare.
E invece stava per crepare lui.
Per puro istinto di sopravvivenza il commissario tent di muoversi, beccandosi un altro calcio all'altezza del bacino.
Mugol per il dolore, maledicendosi mentalmente.
Quante vite si era bruciato negli anni scorsi?
Secondo Santoni, che si divertiva a tenergli il conto, dovevano essere tre o quattro.
Dunque la scorta non era ancora finita.
Peccato che gli occhi freddi di Cristian raccontassero un finale diverso.
La porta croll nuovamente su di lui seppellendolo.
Era quasi finita. Un istante dopo saett il bagliore della lama del rasoio.
Ardig chiuse gli occhi vedendo che quell'altro era gi scattato fulmineo.
Attese il dolore. Che arriv subito, quando sent il morso della lama nella carne, tra il collo e l'attaccatura della spalla.
Url, prima che la mano dell'altro gli tappasse la bocca.
"Non sono un assassino, non sono una bestia", sibil con voce pacata, quasi calmante.
"Me ne manca ancora uno, poi ho finito."
La mano scapp dalla bocca e si trasform in un pugno che lo colp sulla fronte.
Nell'ultimo istante prima del black out il commissario venne travolto dalla ghiaia sollevata dalla corsa del suo assalitore.
Il paradiso non lo meritava, l'inferno neppure, in purgatorio forse non c'era spazio e bisognava ripassare.
Oppure aveva ragione Santoni, si era giocato un'altra vita, forse la quarta, o forse la quinta.
Pazienza, ne restavano altre.
E sicuramente era ancora vivo...
Ardig cerc di rialzarsi ma il dolore provocato dalle
portate, dai calci e dalla rasoiata al collo lo invase ovunque, facendolo gridare.
Poi sent calare una nebbia grigia.
Non era svenuto, eppure non riusciva ad aprire gli occhi o a muoversi.
Sentiva il collo che bruciava come fosse in fiamme, sentiva il petto che ansimava.
Sentiva i rumori.
Sentiva i gabbiani.
Sentiva le auto in lontananza.
Sentiva che passava il tempo e le energie scappavano con lui.
Poi... sent un calpestio.
Ancora la ghiaia.
Poi delle grida.
E ancora la ghiaia.
Poi di nuovo il silenzio.
Aveva perso conoscenza un'altra volta.
Un bruciore fortissimo al collo, come se gli stessero appiccando il fuoco.
Uno choc che lo obblig a scacciare il buio.
Gli occhi annebbiati inquadrarono dei marziani nelle loro tute.
Uno arancione, gli altri in blu scuro.
La nebbia cal mentre il bruciore aumentava.
Quello arancione stava aggredendogli il collo con qualcosa di terribilmente doloroso.
Tent di reagire.
"Stia fermo commissario, non si muova."
Commissario? Commissario... Lui era un commissario.
E quelli? Un'altra fitta di dolore, ancora meno nebbia.
Pi gli faceva male e meno c'era la nebbia.
Un infermiere, ecco chi era quello in arancione.
E i due in blu scuro erano agenti della Polizia Municipale.
E uno aveva in mano una pistola.
"Commissario,  lei il commissario Bruno Ardig?", gli domand un agente brandendo il tesserino che dovevano avergli sfilato dalla giacca mentre era svenuto.
Annu.
" sua questa pistola?"
Annu di nuovo.
Allung la mano destra verso la spalla sinistra.
C'era del sangue sotto la camicia. Tanto sangue.
" una brutta ferita per  solo superficiale, l'ho disinfettata ma serve suturarla. Stia tranquillo", lo avvert l'infermiere.
Fece per muoversi e il dolore si spost al petto.
"Deve avere una costola incrinata."
Annu per la terza volta.
Gli agenti della Municipale lo guardavano come fosse lui il marziano.
"Commissario si ricorda cos' successo?"
S, s, se lo ricordava.
Mica aveva perso la memoria.
E riusc a spiegarlo.
Biascicando parole confuse e sbavando saliva.
Eppure riusc a ricostruire quasi tutto.
Perch la nebbia di colpo era scomparsa.
Dissolta dall'adrenalina pompata nelle sue arterie.
E dai bruciori che lo aggredivano manco fosse l'eretico Farinata degli Uberti condannato a bruciare per l'eternit.
" stato un assassino,  molto pericoloso, si chiama Cristian Missaglia, deve essere qui vicino, correte a cercarlo presto.  un pazzo,  armato, ha un rasoio."
I due agenti scossero la testa.
In quel momento dietro di loro not il custode, Attilio.
"Commissario  scappato a piedi, s aveva in mano il rasoio, quando l'ho visto ho pensato che... mio Dio."
Si fece aiutare a rialzarsi.
Un'altra sferzata di adrenalina lo invest.
Battendo il dolore si rimise in piedi, seppur barcollando.
Pochi passi lunghi e dolorosi e si accomod su una panchina.
La memoria stava tornando a funzionare a pieno regime.
E pure la razionalit.
Guard l'orologio: le 15 e 34.
Era trascorsa pi di un'ora dalla colluttazione.
E nel frattempo? Dove era andato Cristian?
" fuggito a piedi?", domand al custode.
"S, andava verso il paese."
Si rivolse a quelli della Municipale.
"Non lo avete visto, vero?"
"No - rispose uno dei due - passavamo qui davanti per caso e ci siamo imbattuti nell'Attilio che era uscito in strada a chiamare aiuto."
"Chiamate i Carabinieri, mettete il paese sotto assedio, fate tutto quel cazzo che dovete fare, quello  un matto e rischia di sgozzare il primo che incontra..."
Gli agenti annuirono, poco convinti.
Tre ore dopo Ardig saliva su una volante con Farris, la Lunardon e un agente per tornare a casa, a Milano, dove lo attendevano Frog e il buon Malerba per dargli un aiuto.
Era reduce da un pomeriggio da incubo al piccolo pronto soccorso di Iseo dove nell'ordine lo avevano sforacchiato con antidolorifici, antitetanica e antibiotici, prima di applicargli sette punti di sutura al collo e un bendaggio rigido allo sterno.
Si sentiva stordito e dolorante e non vedeva l'ora di sdraiarsi a letto.
L'ammaccatura pi grande era nell'orgoglio, ma per quella non c'erano punture o pomate.
Aveva accolto con delusione la notizia che le ricerche condotte da un mezzo esercito sul lago di Iseo e dintorni non avevano dato esito.
Farris era stato laconico: il fatidico Cristian doveva essere filato in stazione e da l si era dileguato con il primo treno per Brescia.
E chiss stavolta dove cazzo era andato a rifugiarsi.
Oppure, da persona temprata dalla vita all'aria aperta, si era infilato nei boschi della zona, magari dirigendosi verso la Val Camonica.
Era stata attivata anche la Forestale e la caccia all'uomo proseguiva.
Appena giunto nel bilocale di via Gran Sasso Malerba e Farris lo aiutarono a stendersi.
Il sonno lo avvolse in un secondo, portandolo lontano da quel turbine di emozioni.
Cristian aveva impiegato parecchie ore a rientrare a Milano.
Da Iseo era riuscito a prendere quasi al volo il treno delle 15,22 per Brescia.
Era sicuro che la rete che stava calando intorno a lui non fosse stata cos veloce e tempestiva per incastrarlo gi a Iseo.
Forse quello sbirro colpito e stordito avrebbe impiegato ore per allertare i colleghi.
Da Brescia si era fiondato sul primo locale che lo aveva condotto a Bergamo, dove aveva bighellonato un paio di ore per non dare nell'occhio nella zona intorno alla stazione.
Difficile lo cercassero anche a Bergamo, ma il suo piano di fuga prevedeva necessariamente quella tappa intermedia.
Soltanto nel tardo pomeriggio era salito sul pullman autostradale ed era sceso alla prima fermata milanese, quella del ponte della Ghisolfa, al piazzale dei Laghi.
Da quel momento in poi sapeva che sarebbe stata tutta in salita.
Chiaramente non poteva rientrare a Greco, nella teorica casa sua, nella villetta dove era stato felice in un'altra vita, quando era un altro, dove non abitava pi da 35 anni, ma dove aveva dimorato negli ultimi tre mesi.
Sicuramente la Polizia era gi arrivata l, probabilmente anche da qualche giorno.
Durante il viaggio aveva cominciato a elaborare l'ultimo atto del suo piano, ormai disperato ma non compromesso.
Maledicendosi per non essersi preso la pistola di quel tizio. Quanto gli sarebbe servita. Invece...
Aveva preferito recuperare lo zaino da montagna con le sue poche cose. Le uniche sue propriet terrene, gli unici alleati in una scalata quasi impossibile.
O forse no. Poteva ancora farcela.
Strada facendo aveva fatto due calcoli, anche se con i numeri non ci sapeva fare molto.
In tasca aveva gli ultimi soldi presi da casa del maresciallo Bucchioni e dalla borsa di quella filippina che aveva fatto scippare da uno zingaro, cui in cambio aveva regalato un vecchio orologio, sempre prelevato a casa del povero maresciallo.
Li aveva contati: meno di trecento euro.
Lo stipendio del vivaio veniva accreditato sul conto del maresciallo, dunque non poteva attingere.
Ma i soldi non erano un problema.
Ovviamente non poteva pi utilizzare l'auto del maresciallo e neppure il suo telefono.
Da adesso doveva fare tutto senza mezzi, solo con le sue mani, come quando era nei boschi della sua isola.
E doveva nascondersi.
Per fortuna grazie alla televisione, che ultimamente guardava la sera con sua zia, ora sapeva dove andare.
La sagoma malinconicamente sporca e trasandata del PalaSharp si stagli di fronte a lui.
L'ex tendone griffato Trussardi, dopo un luminoso ventennio fatto di partite di basket e volley, di concerti e di show, era stato dimenticato da Milano, crollando nel degrado.
Nel cortile esterno decine di immigrati, quasi tutti dell'Est, si erano intrufolati accampandosi in giacigli improvvisati.
Una trasmissione televisiva poche sere prima aveva fatto un lungo servizio e Cristian l'indomani ne aveva sentito parlare anche da due tizi seduti vicino a lui in metropolitana.
Era sporco, sudato e trasandato, con scarpe da tennis logore e pantaloni macchiati: l nessuno lo avrebbe notato.
Si avvi con passo deciso.
Dietro di lui, duecento metri dietro di lui, da una berlina scura, scese un tizio corpulento, sulla cinquantina, con un giubbetto nero di tela e le mani rigidamente nascoste nelle tasche.
Il commissario si svegli quando era gi sceso il buio su Milano.
Riusc ad alzarsi. Riusc persino a camminare anche se il dolore al collo e alle costole lo accompagnava passo dopo passo.
Malerba stava guardando la tv.
"Che ore sono?"
"Le 22,30. Hai dormito quattro ore. Come stai?"
"Meglio. Ho fame."
"Faccio una pasta al sugo?"
Ardig approv e si accomod sul divano mentre il giornalista apriva una confezione di penne.
"Non ho potuto dirti come  andata. Come hai fatto con l'articolo?"
"Ci ha pensato Farris spremendo quelli della Municipale. Alla fine ho piazzato lo scoop, sono l'unico a sapere che state braccando un 50enne biondino dagli occhi chiari."
"E il nome?"
"Tranquillo, non l'ho pubblicato, per chi mi hai preso. Quello lo pubblico appena gli infili le manette ai polsi."
Ardig accarezz Frog e scosse la testa.
"Quello mica si fa prendere vivo..."
L'amico cronista gett le penne nell'acqua bollente.
"Te la sei vista brutta?"
"Abbastanza e devo dirti che  bello pensare che tra poco manger la pasta..."
"Gi, le piccole cose belle della vita."
Divor le penne, poi si scol un bicchiere colmo di rum alla faccia del divieto degli alcoolici suggerito dai medici dopo le varie medicazioni e si fum due sigarette, godendosele fino all'ultima boccata.
Era ancora vivo. Ed era contento di esserlo.
...
.
...
13.
...
.
...
Il ricordo di giorno svaniva e con la luce del sole si frantumava in mille scintille inafferrabili.
Ma quando chiudeva gli occhi, con il buio che addormentava la mente, i ricordi si svegliavano e Cristian rivedeva tutto, fotogramma per fotogramma.
Forse perch tutto era avvenuto mentre era al buio.
Aveva freddo, aveva fame, aveva paura, era sporco, si sentiva la febbre e le lacrime erano l'unica cosa che non finivano mai.
Poi era arrivato quel signore, con le mani grosse e la voce che spaventava gli altri.
Anche lui era un uomo nero, di cui poteva vedere solo gli occhi, ma lui era stato buono.
Gli aveva portato un panino al prosciutto e una coca cola, lo aveva ripulito con dell'acqua e del sapone e gli aveva sussurrato di stare tranquillo, che tra poco sarebbe tornato da mamma e pap.
E aveva pure tirato una sberla all'altro, il cattivo, quello che lo aveva rapito, quello che lo spaventava e gli diceva che sarebbe morto e finito all'inferno.
Lo aveva trattato bene, quello buono, e alla fine, prima di fargli quella foto con quel giornale aperto, gli aveva anche regalato quel suo portafortuna dicendogli di stringerlo forte quando avrebbe avuto paura e di pensare a lui, che lo avrebbe protetto dai cattivi.
E Cristian aveva fatto cos in quei giorni di buio e paura che seguirono: aveva stretto con la manina quelle tre scimmiette con le mani sugli occhi, le orecchie e la bocca.
E le scimmiette lo avevano protetto, riportandolo a casa.
Poi le scimmiette erano sparite, perse chiss dove, quando lo avevano scaricato davanti a casa dei genitori, quella notte.
Per 40 anni Cristian aveva pensato che un angelo mandato da Ges era sceso gi dal cielo per salvarlo.
Fino a quando un vecchio agonizzante che urlava dal dolore gli aveva strappato anche l'ultima certezza cui si poteva aggrappare da quella notte lontana.
E gli aveva svelato che quel suo angelo mandato da Ges era un diavolo, esattamente come gli altri.
Solo pi falso, furbo e crudele, perch si era finto suo amico.
E invece era complice degli altri e come gli altri si era arricchito sul suo dolore innocente.
Per questo l'avrebbe pagata anche lui.
...
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...
Milano, sabato 25 aprile 2015.
...
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...
Milano dormiva ancora.
Del resto era una giornata doppiamente festiva.
Era sabato ed era il 25 aprile.
Niente scuole. Niente uffici. Niente cartellino da timbrare, salvo per una minoranza di "turnisti" che doveva far andare avanti ospedali, servizi pubblici, trasporti, bar e via dicendo.
A breve avrebbero blindato il centro storico, perch nel pomeriggio ci sarebbero stati i tradizionali cortei di associazioni partigiane, partiti della sinistra e sindacati.
Solo bandiere rosse in una festa che a 70 anni dalla liberazione restava di una sola parte politica, costringendo l'altra a stare in disparte.
Vincitori e vinti, funzionava cos ancora sette decadi dopo...
In mattinata sarebbe arrivato anche il nuovo presidente della Repubblica a unirsi alla festa.
Ardig non riusciva a dormire.
Troppa adrenalina in corpo dopo tutto quello che era successo.
Un'adrenalina che non se ne andava via e attendeva di essere sfogata.
Malerba lo aveva salutato a mezzanotte.
Lui si era rimesso in branda per un sonno a intermittenza.
Poi basta. Sveglio quando tutti dormivano.
Nonostante gli antidolorifici.
E cos il commissario aspettava l'alba fumando sul balcone.
E pensando.
Perch il suo cervello non si riposava mai.
Chiss, magari anche il vecchio Ballabio avrebbe sfilato, con la sua macchina fotografica al collo, per immortalare il corteo e i suoi partecipanti, se non avesse incontrato la lama del rasoio impugnato da Cristian Missaglia e la sua furia vendicativa.
Pensava, a Cristian, a Iseo.
E a quella Mercedes scura che, lo ricord all'improvviso, aveva gi visto da un'altra parte, un'altra sera.
Anche nel vecchio cortile dell'ex PalaSharp qualcuno era gi in piedi.
Un rumeno barcollante si avvicin alla ringhiera per pisciare via la grappa trangugiata la sera prima.
Spar il getto dorato verso una siepe di erbacce.
Alla sua sinistra un tizio ronfava disteso, come fosse Cristo in croce.
Le braccia aperte, contento lui...
Sgocciol e fece per tornarsene a cuccia, tra i suoi cartoni sudici.
Soltanto in quell'istante, con la prima luce dell'alba a rischiarare quell'angolo degradato, si rese conto che intorno alla testa di quello c'era una macchia scura e densa.
E non era vino.
E poi quello aveva gli occhi spalancati.
Non prov nemmeno a soccorrerlo.
Maled quel tipo e il destino avverso.
Poi corse a svegliare i compari.
Si eclissarono in pochi minuti e un addetto della metropolitana di Lampugnano, vedendo il gruppetto scavalcare, e scappare come se avessero la Celere alle calcagna, si insospett al punto da andare a vedere se in quel cortile fosse successo qualcosa. Tempo pochi minuti e realizz di non aver fatto un viaggio a vuoto.
Ardig aveva corso, obbligando l'autista a premere sull'acceleratore.
Non c'era fretta, ormai.
Eppure lui correva, verso il suo ennesimo morto di quell'aprile cos nero che di pi non si poteva.
Scese dalla macchina e affrett il passo, come se Cristian potesse ancora parlargli, potesse spiegargli perch aveva sacrificato Oksana e Samantha, due brave donne che volevano solo il suo bene, e perch invece aveva risparmiato lui, che invece era andato a cercarlo con cattive intenzioni.
E invece no, stavolta era troppo tardi.
Sia per le domande che per le risposte.
L'orco era l e non avrebbe pi potuto fare del male a nessuno.
Perch il male lo avevano fatto a lui.
Un'erba cattiva, con la radice recisa.
Era disteso sul cemento, la testa malamente fracassata, materia celebrale sparsa nel sangue raffermo.
Soltanto per mero scrupolo Ardig lo tast.
Tiepido. Ancora non rigido.
Stecchito da qualche ora.
Erano arrivati tardi, qualcuno li aveva preceduti.
Regalandogli un altro morto, anche se questo era l'assassino.
Lo avevano ucciso spaccandogli la testa.
A "mazzate", come si accoppano i cani rabbiosi nelle masserie...
Lo osserv. Gli occhi sbarrati, un'espressione indecifrabile traspariva da quelle pupille immobili.
Non paura. Sollievo, quasi riposo.
Come se qualcuno finalmente avesse posto fine alle sue sofferenze terrene, liberandolo da una vita ingiusta che lo aveva castigato senza un perch.
Il commissario istintivamente prov un'umana piet, dimenticandosi che fino al giorno prima avrebbe voluto ucciderlo lui, giustiziarlo, applicargli lui la sua Nemesi.
Eppure ora lo guardava in rispettoso silenzio.
Quasi con dispiacere.
Ammazzato. Anche lui ammazzato. E per una macabra propriet transitiva anche quell'assassino diventato vittima meritava rispetto.
E giustizia.
E non solo.
Perch quella belva sanguinaria lo aveva risparmiato, quando avrebbe solo dovuto muovere un muscolo del braccio per fracassargli la testa.
E invece no, gli aveva urlato che non era una bestia.
Ma un uomo, dotato di sentimenti.
Come la piet. E forse, chiss, anche l'amore.
Ad ogni modo le procedure da seguire non cambiavano.
Per cui ordin di chiamare il magistrato, il medico legale e la Scientifica.
Telefonate inutili come lo sarebbero stati i successivi rilievi.
Intorno c'era il deserto, nessuna telecamera ed eventuali testimoni erano gi volatilizzati.
E poi mica dovevano indagare pi di tanto stavolta.
La firma dell'assassino era impressa sulla testa di Missaglia, a mazzate, come si accoppavano i cani rabbiosi nelle masserie.
Indic a un agente di iniziare a perquisirlo.
Nella tasca destra sulla coscia, piegato come un serramanico, un rasoio a lama piatta da barbiere.
Pulito, tirato a lucido.
Ardig sent bruciare la ferita sul collo.
Per sua fortuna quella lama l'aveva solo assaggiata di sfuggita.
Agli altri, a quei vecchietti, non era andata altrettanto bene.
Mentre il circo Barnum faceva il suo mestiere per scoprire l'inutile acqua calda, ovvero che Missaglia era stato ucciso circa tre o quattro ore prima e che gli avevano fracassato il cranio con una spranga, Pinton e Santoni erano tornati alla villetta di Greco per ascoltare la vecchia zia dell'uomo dagli occhi di ghiaccio e annunciarle che era rimasta sola al mondo.
La donna non era particolarmente affranta: evidentemente quel nipote le aveva gi prosciugato tutte le lacrime, prima suo malgrado con il rapimento, poi con tutto quanto ne era seguito.
E attribuiva l'omicidio a dei balordi, magari, specific: "Quelli l, quei neri che arrivano con i barconi tutti i giorni e nessuno che li controlla".
Gli ispettori della Omicidi evitarono di deluderla spiegandole che l'uomo nero in questo caso era proprio il nipote.
Ucciso da un altro uomo nero, che invece era temuto e venerato perch era un boss.
Ardig invece era restato l, ad accompagnare Cristian in quegli ultimi adempimenti terreni, prima di lasciarlo alla barella dei necrofori e ai ferri del medico legale.
Un metro pi in l il pm Todeschi, appena sopraggiunto, dopo aver visionato il corpo sollevando il telo termico, stringeva il pugno, esultando come se avesse vinto un set nel suo amato tennis.
L'occhiataccia in tralice del commissario calm i bollenti spiriti del testa pelata in toga che afferr il cellulare e cominci a chiamare il procuratore capo.
Pochi minuti pi tardi Ardig ricevette nell'ordine le chiamate di congratulazioni del Questore e del Prefetto: caso risolto.
Come se il merito fosse suo...
Finalmente l'Expo poteva partire con il piede giusto.
Nessuna macchia di sangue avrebbe sporcato la candida immagine dell'esposizione universale e della citt che la ospitava.
Il 1 maggio nessun uomo nero avrebbe turbato la festa sotto la Madonnina...
Solo in tarda mattinata Ardig lasci l'ex PalaSharp per recarsi in Questura, nei laboratori della Scientifica.
Con un fardello ingombrante ad accompagnarlo.
Lo zaino rinvenuto a fianco del corpo di Cristian Missaglia.
De Piccoli e i suoi, guantati come chirurghi, cominciarono a estrarre oggetti da quella cornucopia della sfiga.
Pantaloni da montagna, felpa con il cappuccio, calze e biancheria, una giacca a vento, qualche pacco di biscotti, una bottiglia di latte e della carne in scatola.
Poi un astuccio dove c'erano alcune centinaia di euro, in tutto meno di 300, e diversi biglietti di mezzi pubblici.
Erano i biglietti utilizzati per la precipitosa fuga del giorno precedente: obliterati con regolari timbrature nelle stazioni di Iseo e Brescia Centrale e all'autostazione dei Bus di Bergamo.
Insieme ai ticket c'era un volantino spiegazzato e consumato.
Ardig lo apr e si stup meno di quanto avrebbe immaginato fino a qualche ora prima: il programma delle corse di aprile e maggio dell'ippodromo del Trotto di San Siro.
Per la serie, se non fosse stato Maometto ad andare alla montagna, in questo caso la montagnetta di San Siro che si ergeva proprio davanti al PalaSharp, ad un paio di chilometri dall'ippodromo...
Stava ancora osservando quel foglio rovinato quando De Piccoli sbott per lo stupore.
"Cazzo, guarda qui..."
Sollev un vecchio tomo, scrostato e dalla copertina scura.
Agli esperti, cui lo avrebbero affidato, sarebbe toccato il compito di stabilire se fosse stato il volume originale o una copia dell'epoca del trattato mitologico Le imagini de i Dei de gli antichi di Vincenzo Cartari.
Di sicuro sarebbe stato restituito alla biblioteca del convento del monastero della Ceriola di Montisola.
Il responsabile della Scientifica lo allung al commissario.
Che si sorprese notando delle pagine messe in rilievo con il metodo pi semplice del mondo, piegandone la linguetta in maniera obliqua.
Le apr una dopo l'altra.
Sfogli le prime due e non si sorprese.
L'immagine della Fortuna e della Nemesi e quella della Fortuna in equilibrio sulla sfera.
Prosegu e arriv alla terza pagina piegata.
Eccola, l'immagine della Giustizia e della Nemesi:
Ormai le conosceva bene quelle tre dee.
E il loro significato.
Ma perch aveva segnato anche una quarta pagina?
La apr e rabbrivid, osservandola.
Un'immagine orribile.
Un serpente le cui spire si impennavano in un'orrida spirale avvolgendo alle estremit le teste di tre belve.
Cani o lupi e forse un leone, solcati dalla testa del rettile a sua volta accarezzata da una mano ignota.
Inorrid al pensiero che forse c'era ancora un cadavere che mancava all'appello.
Un istante solo, poi nella mente riecheggiarono le parole confuse urlate da Cristian nel momento in cui aveva deciso di regalargli la vita:
"Me ne manca ancora uno". O qualcosa del genere.
Ecco per chi era destinata la quarta incisione tratta dal volume del Cartari.
All'ultima vittima del suo folle progetto vendicativo.
Intanto De Piccoli e i suoi avevano estratto anche la vecchia Polaroid con stampante incorporata.
"Prova a lavorare sul rullino della macchina, forse abbiamo ancora delle foto mancanti", ordin a De Piccoli, che annu senza aver del tutto compreso.
"E mandami subito via mail questa foto,  urgente", aggiunse indicando la pagina del tomo mitologico.
Infil i corridoi e compose il numero della Lunardon.
Un'ora dopo la criminologa osservava l'immagine e smanettava sulla tastiera.
" l'incisione raffigurante la Prudenza. Senti cosa c' scritto su questa pagina web: era una delle quattro virt cardinali ed era strettamente connessa al tempo, inteso anche come scorrere della vita... e poi ecco, anche Dante la citava nel suo Convito con queste parole, senti: Conviensi adunque essere prudente, cio savio: e a ci essere si richiede buona memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona provvedenza delle future. Hai capito?"
"No."
"In pratica  la virt della saggezza, figlia del nostro passato, applicata nel nostro presente in modo da farci compiere le migliori scelte per il futuro. Impariamo dal nostro ieri, applichiamo sul nostro oggi e facciamo bene per il nostro domani, per fartela semplice."
"Non l'ho capita neppure cos... comunque che significherebbe?"
"Non lo so, qui c' scritto che nell'arte medioevale questa virt veniva identificata come un essere tricefalo, in genere di diverse et: giovane, maturo e vecchio, proprio a simboleggiare la triade ieri, oggi e domani."
La Lunardon prosegu avidamente nella lettura, alzando il tono di voce come se stesse decantando un poema.
"Vedi? Spiega che a partire dall'arte rinascimentale l'essere tricefalo assume un'immagine zoomorfa, dove le tre componenti di passato, presente, futuro diventano tre fiere, ovvero lupo, leone, cane. E infatti - e gli indic un'inquietante immagine apparsa su google - in un dipinto di Tiziano al posto delle tre teste umane ci sono proprio le tre teste animali di lupo, leone, cane."
"E perch in questa immagine sono avvolte da un serpente?"
"Pare sia un'antica divinit egizia, una divinit solare, il Serapide, che raffigurava anche lo scorrere del tempo. E a questa che si  ispirato il Cartari per cui questo serpente  appunto il tempo che stringe e sovrasta passato, presente e futuro raffigurati rispettivamente dal lupo, dal leone e dal cane come appunto nel dipinto di Tiziano che, non dimenticarlo, lavorava alla corte Serenissima come il Cartari. Hai capito?"
"Assolutamente no."
"Secondo me Cristian Missaglia - lo chiam per la prima volta per nome e cognome e non solo come l'assassino - stava cercando una quarta persona restata nell'ombra, uno appunto prudente, che stava dietro le quinte ed  riuscito a non farsi coinvolgere nella mattanza delle scorse settimane."
Non avesse saputo la verit sul Cardinale sarebbe impazzito di fronte a quegli enigmi.
Comunque diede corda alla criminologa.
"Qualche suggerimento?"
"Non so, non sono del tutto in grado di interpretare la psiche confusa di Missaglia. E come abbia scelto di abbinare le incisioni ai delitti. A volte magari ha agito per impulso oppure influenzato da ricordi, impressioni o stati d'animo a cose che ovviamente soltanto lui vedeva o sentiva. Magari sbagliandosi. Forse uno dei suoi carcerieri aveva un tatuaggio o un pendaglio con questi simboli."
Fuochino.
L'unico tatuaggio che avevano incontrato in questa vicenda era quella frase latina impressa sull'avambraccio di Ballabio.
E un pendaglio con un serpente che stritola tre fiere non lo avrebbero visto neppure ad un raduno di magia nera.
Ma un pendaglio tricefalo con tre scimmiette lo aveva osservato da un metro di distanza poche sere prima in un bar di piazzale Siena.
E fuori da quel bar stazionava una Mercedes scura.
Di colpo Ardig si sent sopraffatto dalla stanchezza e dalla nausea per tutta questa storia.
Cinque vittime, sei con Cristian, una strage senza un vero perch e senza un colpevole finale cui presentare il conto.
A met pomeriggio il Questore convoc un'affollatissima conferenza stampa, che Ardig disert in quanto ufficialmente ancora bloccato da esigenze operative.
In sala una quarantina tra cronisti, cameraman e fotografi che appresero che l'incubo per la Milano dell'Expo era terminato.
In circostanze ancora da chiarire Cristian Missaglia era stato rinvenuto cadavere nel cortile esterno dell'ex PalaSharp, dove, bugia delle bugie, gli inquirenti si erano recati per mettergli le manette ai polsi.
Nessun accenno al fatto che non era deceduto per cause naturali o indotte da una propria decisione, ma che era stato a sua volta ucciso.
Meglio non far sapere alla rasserenata opinione pubblica che anche in quel giorno di festa a Milano c'era un cittadino in meno, seppur un pluriomicida, e un assassino in pi in circolazione.
Alle 21 Ardig moll l'Alfa in un posto riservato ai taxi sotto l'entrata laterale della Stazione Centrale e scaric dal bagagliaio il trolley rigido della Lunardon.
L'indagine era finita, il suo compito egregiamente assolto.
La criminologa era attesa l'indomani pomeriggio, a Roma, nello storico talk show domenicale pi seguito dagli italiani, per un dibattito sul processo per l'omicidio di Brembate.
Si salutarono con un bacio sulla guancia e un sorriso sincero.
Ognuno per la sua strada.
Il commissario la osserv mentre si avviava verso i tapis rouland che conducono alle biglietterie.
E una strana malinconia lo pervase.
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EPILOGO. Milano, gioved 30 aprile 2015.
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Poche ore al via dell'Expo: "la notte prima degli esami" per una Milano stranamente calma e silenziosa.
L'indomani sarebbe stata festa.
Per pochi intimi raggruppati nei 100 ettari dell'area espositiva, dove i giornalisti di mezzo mondo avrebbero raccontato il taglio del nastro dell'evento planetario che avrebbe catapultato Milano sul palcoscenico mondiale globalizzato. A tutti gli altri, ai comuni mortali, dell'Expo fregava poco o nulla e infatti decine di migliaia di milanesi stavano gi intasando le uscite autostradali per godersi un ponte lungo tre giorni, infischiandosene bellamente dell'inaugurazione dell'esposizione universale e pure delle manifestazioni dei no Expo che avrebbero invaso il centro nel pomeriggio.
I milanesi che tiravano la carretta durante la settimana si sarebbero goduti il ponte inondando le spiagge della Romagna e della Liguria e si sarebbero abbuffati di piadine e focacce, alla faccia dello slogan "Nutrire il pianeta - Energia per la vita". Nel baretto di piazzale Siena c'erano pochi abituali avventori. Le solite facce.
Nel tavolo addossato alla parete il Cardinale stava giocando a carte con i suoi uomini.
Fuori, parcheggiata davanti all'ingresso, la station wagon scura della Mercedes.
Per un paio di giorni, dopo i fatti di Iseo e il ritrovamento del corpo di Cristian nel cortile del PalaSharp, la testa del commissario era restata intorpidita.
Troppo stress, troppe emozioni, troppi farmaci.
Poi il riposo e il progressivo ritiro dell'adrenalina avevano riattivato i neuroni, che si erano messi a fare il solito loro mestieraccio.
Pensare, pensare, pensare.
A quella Mercedes scura ferma a poche centinaia di metri dal cancello sbarrato del camping Sole&Luna di Iseo.
E a Cristian, il pazzo, il folle, l'internato, quello che per trent'anni era stato confinato in un monastero sul cucuzzolo di un'isola dentro un lago, a piantare ulivi e recitare salmi, manco fosse Napoleone in esilio.
Uno "toccato", uno squilibrato, ma metodico e preciso come nessun altro: quei biglietti del treno e del bus, regolarmente obliterati, raccontavano le ultime tappe della sua via crucis terrena.
Il primo treno da Iseo a Brescia, poi quello da Brescia a Bergamo, quindi il pullman autostradale dalla fermata della stazione di Bergamo a quella del ponte della Ghisolfa.
Quello che non aveva raccontato la meticolosit di Cristian lo aveva aggiunto il Grande Fratello che vigila su tutti noi con il suo indiscreto occhio elettronico che aveva immortalato quella Mercedes scura sempre l, dietro a lui, ripresa dalle telecamere dei piazzali delle stazioni ferroviarie di Iseo, Brescia e Bergamo, da quelle dei caselli autostradali di Brescia centro, di Bergamo in entrata e due ore dopo in uscita, di Milano Est e del raccordo di viale Certosa, che conduce al ponte della Ghisolfa. E infine dalle telecamere esterne al perimetro del parcheggio a pagamento di Lampugnano, diviso da una rete metallica dal vecchio e fatiscente PalaSharp.
Nel mirino delle telecamere due uomini tarchiati, entrambi con giubbotti di pelle, uno sempre alla guida, l'altro che invece era apparso nell'atrio della stazione di Iseo e poi in quella di Brescia per poi ricomparire anche in quello della stazione di Bergamo.
Uno si era mosso in macchina, l'altro in treno fino a quando Cristian non si era imbarcato sul bus autostradale.
Il mezzo pi facile da seguire, perch ferma in piazzole adiacenti ai caselli e puoi monitorarlo da centinaia di metri di distanza.
Fino alla prima fermata milanese, quella del raccordo autostradale sotto il ponte della Ghisolfa.
Dove Cristian era sceso.
Mancava la prova regina, ma l'avrebbero trovata, adesso che avevano i volti e dai casellari giudiziari anche i nomi e i cognomi di quelle due facce da galera che avevano trascorso una dozzina di anni a cranio dietro le sbarre.
Al tavolo stavano tutti ridendo e smisero soltanto quando il botto di un tamponamento arriv fin dentro il bar, seguito dal suono dell'antifurto della Mercedes.
Con una vecchia Punto prelevata dal parco interno della Questura il buon Santoni aveva rifatto la fiancata alla berlina tedesca.
E adesso stava l, pesce lesso dall'aria mortificata.
I due energumeni uscirono a passo deciso e con l'aria di regolare i conti senza constatazione amichevole.
Solo constatazione, tutto tranne che amichevole.
Non si accorsero di Farris e Fontana acquattati dietro le altre auto in sosta.
Il primo ad accorgersene, a sue spese, fu quello che nei video guidava.
Non fece in tempo a girarsi che il calcio della Beretta di Farris lo colp in pieno sulla bocca producendo un sinistro rumore di noce spezzata.
L'altro a sua volta si mosse ma si ritrov il cane di un'altra pistola a pochi centimetri dal naso.
Alz le mani in segno di resa.
Ma un man rovescio di Fontana lo centr sulla tempia facendolo barcollare.
"Aiuta il tuo compare" gli indic il complice, che da terra mugolava dolorante.
Li ammanettarono senza tanti riguardi facendoli poi salire su un'Alfa 159 guidata dagli agenti Larini e Zanella.
Santoni fece segno di portarli via e l'Alfa spar in pochi secondi, sgommando sull'asfalto.
Nella piazzetta circolare ripiomb il consueto silenzio.
Dentro un terzo uomo, sulla sessantina, li fissava indeciso nel da farsi.
Sicuramente era armato.
Ma solo contro quattro...
"Fuori dai piedi tu", gli intim Ardig.
Quello rivolse un cenno con il capo al boss, che annu, quindi si defil.
Ardig attese che fosse svanito e poi finalmente prese la sedia e si accomod.
De Vitis doveva davvero averne viste tante in vita sua, perch non si era minimamente scomposto e stava raccogliendo le carte per rimetterle nella loro confezione screpolata.
Termin l'operazione e soltanto allora rivolse lo sguardo verso il commissario.
"E che modi sono questi?", lo interpell, con la solita arroganza.
Il commissario avrebbe voluto prenderlo per il bavero e dargli una sonora scrollata.
Ma si trattenne.
"Che bisogno c'era?", lo affront il capo della Omicidi.
"Di cosa?", borbott di rimando il malavitoso.
"Di uccidere Missaglia. Lo stavamo per arrestare, ci avremmo pensato noi", gli grid in faccia.
"E perch lo viene a raccontare proprio a me?", sghignazz l'altro, con la consueta faccia tosta che ormai aveva imparato a conoscere. E a detestare.
"Perch su quel delitto c' la sua firma. Il cane alla catena preso a mazzate sulla capa... no?"
"E se  cos sicuro allora mettetemi i ferri e finiamola con 'sta tarantella", lo provoc De Vitis, mostrandogli i polsi da ammanettare.
Stavolta Ardig non riusc a trattenersi, balz in piedi, afferr il vecchio boss e lo tir su per il colletto.
Pesante, molto pesante.
Strinse il pugno ma non lo colp.
Quella pelle rugosa lo costrinse a fermarsi.
Era pur sempre un uomo di 70 anni.
E non stava opponendo alcuna resistenza.
"E come? Manco tieni le palle per un pugno?", lo provoc nuovamente l'altro.
Ardig lo fiss negli occhi, con un odio che raramente aveva provato per un altro essere umano.
"Dimmi solo perch lo hai fatto."
Erano passati al tu, del resto il tempo delle schermaglie dialettiche era finito.
L'altro non abbass lo sguardo.
"Dovresti dirmi grazie, se quello stava ancora in giro ne accoppava un'altra di quelle disgraziate, credi a me. Bisognava fermarlo. E ci volevano le palle per farlo, quelle che voi mica c'avete..."
"Bastava telefonarmi, lo avremmo arrestato noi."
"E io che sono? Quello che chiama la Madama?", rise De Vitis.
Ardig moll la presa, lasciandolo precipitare sulla sedia come un sacco di patate.
Il vecchio malavitoso si ricompose il colletto della giacca e lo squadr in cagnesco.
"Non si possono lasciare le cose a met, 'sta storia andava chiusa dopo tutti 'sti anni", sibil.
Il capo della Omicidi scosse la testa.
"No, basta prendermi per il culo: tu sei un uomo di merda, come quelli che dici tanto di detestare."
Gli occhi del boss si chiusero a fessura, sottili, stretti.
Cattivi.
Stava per replicare, ma si prese il solito silenzio tattico.
Ardig non ne poteva pi. Sapeva di essere al limite.
Per cui si accontent di tirare fuori le sue carte.
La prima, la copia dell'incisione della virt della Prudenza.
"Questa era nello zaino di Missaglia. Era destinata a lei. La guardi bene."
De Vitis focalizz lo sguardo su quel serpente arrotolato a spirale sulle tre fiere.
"E che mi significa?"
"Che lei  un traditore, un viscido, un infame, uno che ha speculato sulla pelle di un bambino innocente."
L'altro non replic.
"Non deve rispondere a me e neppure a un giudice. La verit io la conosco."
Stavolta il Cardinale rise.
"La verit... e quale verit conoscete?"
"Quella che conosce anche lei. Sapeva che Cristian Missaglia sarebbe venuto a cercarla, forse incautamente era gi venuto a farsi un giro all'ippodromo e i suoi uomini lo avevano notato. Cristian era ingenuo, non sapeva muoversi, un conto era pedinare e aggredire tre vecchi malandati, un conto uno come lei con i guardaspalle a proteggerlo."
Il malavitoso si vers un sorso di amaro, fingendo di ignorarlo.
"Lei aveva paura De Vitis e si  difeso. Ha fatto seguire Cristian e alla prima occasione lo ha eliminato, per salvarsi la pellaccia e nascondere i suoi errori passati, quelli lontani, quelli costati la vita a quel suo vecchio complice, quello che lei ha massacrato, quel Crialesi."
De Vitis sbuff, come fosse annoiato.
"Stia tranquillo, non le racconto altro. Solo che abbiamo telecamere delle stazioni di Iseo, Brescia e Bergamo che immortalano la Mercedes qui fuori e i suoi due sgherri, che abbiamo catturato, mentre seguono Cristian il 24 aprile, abbiamo le telecamere dei caselli autostradali e vedr che nel giro di qualche giorno avremo anche i tabulati con le celle telefoniche di quei due."
"Non avete in mano un cazzo", sibil di rimando De Vitis.
"Vedremo, vedremo... magari riusciamo a farli anche parlare... chiss."
Il commissario si alz.
Abbandonando l'incisione della Prudenza sul tavolo.
"Stia sereno, chiss che non ci vediamo presto, molto presto..."
Poi si volt per andarsene.
Fece due passi e sent la voce di De Vitis rimbombare nel locale.
"Fossi in lei mica starei tanto sereno... Ci vediamo presto commissario, magari una sera le faccio anch'io una bella improvvisata, cos ricambio la cortesia che mi ha dimostrato stasera, che dice?"
Ardig si volt, sorrise e mostr la Beretta che riposava nella fondina.
"Molto volentieri, De Vitis... ci conto, a presto allora."
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Milano, 1 maggio 2015.
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Le Frecce Tricolori avevano appena effettuato il terzo passaggio sul sito espositivo, lasciando nel cielo plumbeo la tradizionale triplice scia tricolore che si stava mischiando in un arcobaleno indefinito.
Un paio di chilometri sotto, sulla terra della periferia milanese, alcune migliaia di persone, per lo pi politici e addetti ai lavori, scoprivano il mondo dell'Expo.
Un campo brullo trasformato in una cittadella avveniristica, molto pi di una fiera, un piccolo mondo, popolato e vivo.
Ardig, exposcettico e exposeccato da mesi, dovette suo malgrado ricredersi una volta rimesso piede in quel piccolo angolo di mondo globale, dove erano esposte bandiere di tutto il mondo.
Milano aveva realizzato un altro piccolo miracolo, dimostrando ancora una volta di che pasta era fatta.
Costretto per il suo ruolo alla giacca e cravatta il commissario si aggirava indeciso nei viali.
Sapeva cosa stava cercando, non ricordava dove li avrebbe ritrovati.
Alla fine li ritrov: una rotonda circondata da splendidi ulivi.
Bellissimi, rigogliosi, rilassanti, perfetti.
Impiantati e curati con amore.
Avevano aperto i cancelli e i primi visitatori si facevano dei selfie davanti alle piante, sorridendo e ammiccando.
Titubante si avvicin, poi osserv tre passerotti che planavano su un rametto.
Quello pi grosso, forse un maschio, in disparte, gli altri due, pi esili, forse delle femmine, che parevano seguirlo.
Un battito d'ali e tutti insieme volarono via dagli ulivi e dal sito Expo, per sparire nel cielo nuvoloso, dove forse, da lass, anche Oksana, Samantha e Cristian stavano guardando con orgoglio quelle loro magnifiche piante, intorno a cui erano ruotate, si erano avvitate e si erano spezzate le loro vite...
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FINE.